Oxford, 1776. Lo studente libertino Sir Riot viene ucciso a sangue freddo dopo aver sedotto la moglie di un professore. Immediatamente, viene fondato un circolo in suo onore all’interno dell’università, composto da dieci giovani aristocratici. Il Riot Club è esclusivo, elitario, destinato a durare nel tempo, sino ai nostri giorni. Posh, film diretto da Lone Scherfig e tratto dall’omonima opera teatrale di Laura Wade, racconta le vicende di questo gruppo di ragazzi riottosi, nell’Inghilterra contemporanea, mettendone in luce i vizi, le ipocrisie, ma anche i tormenti che lo caratterizzano.

Passate le vacanze estive, il Club ha bisogno di due nuovi membri con cui sostituire i partenti. Il numero, infatti, deve essere pari a dieci, come quello originario: non uno di più, non uno di meno. Il Riot è una realtà fondata sulla tradizione, dove il figlio prende il posto del padre, per onorare il nome della famiglia e risaldare il legame di mutua collaborazione che persiste tra le varie casate. I due nuovi adepti, attirati dall’esclusività del gruppo, vengono iniziati attraverso diverse prove, che si riducono perlopiù a grandi quantità d’alcool, urina da ingerire a tradimento, stanze distrutte, e così via. Poi, però, arriva la cena ufficiale, quella che deve essere organizzata a diversi chilometri da Oxford, perché, lì intorno, il Club è bandito, a seguito dei ripetuti episodi di vandalismo di cui si è fatto protagonista nei secoli. Così, i giovani si presentano in frack all’interno di un risto-pub, utilizzando un nome falso per precauzione e, sotto gli occhi sbalorditi dei presenti, vengono condotti in una sala riservata. È l’inizio della fine. Basta poco affinché, uno spettatore medio, dopo i litri di vino e le botte di cocaina, capisca che qualcosa andrà storto. Questo sentimento viene rafforzato quando i gentlemen chiamano una escort, che però si rifiuta di soddisfare i loro degenerati desideri contemporaneamente, stizzendo la volontà generale. La situazione si aggrava, nel momento in cui uno dei membri inizia uno sproloquio su quanto gli aristocratici vengano oppressi dal mondo contemporaneo, perché costretti a giustificarsi sempre nei confronti dei poveri, i quali, invece, devono essere detestati, visto la squallidezza che accompagna le loro vite. Il tutto degenera con l’ingresso del proprietario, in quella che ormai era la parte più rinomata del suo locale: tavoli rovesciati, liquami ovunque, quadri e vetri spaccati, colpiscono profondamente il suo orgoglio (precedentemente comprato con centocinquanta sterline), ma non sono sufficienti a determinare qualche cambiamento, perché, prima di poter fare qualsiasi cosa, si ritrova pestato e denigrato collettivamente dai riottosi. Solamente uno dei nuovi prende apertamente le distanze da quello scempio, tanto da chiamare un’ambulanza, compromettendo così l’integrità del Club. Il film si conclude con il poveraccio ridotto in fin di vita, l’espulsione da Oxford di un solo membro (a cui sono stati trovati brandelli di carne umana sotto le dita), l’uscita di alcuni e la rifondazione per opera di altri. Ancora una volta, i legami radicati nel tempo hanno permesso al Riot di sopravvivere, impedendo alla giustizia di fare il suo vero corso.

Sul finale, viene sostenuta la tesi secondo cui Sir Riot si scrivesse “Ryot”, mettendo in dubbio la natura riottosa del Club. Al di là di questo, la verità è che queste persone sono dei finti rivoltosi, perché hanno sempre le spalle coperte, per mascherare le proprie vigliacche azioni ed uscirne impuniti. Così, il termine “rivolta” (il fatto di scontrarsi contro il potere costituito) perde il suo senso etimologico, in quanto si riduce ad un semplice gioco, da parte di chi se lo può permettere, a scapito delle persone comuni. Max Irons, interprete del ragazzo pentito, ha affermato, all’uscita del film, che: «quando ci hanno consegnato la sceneggiatura nemmeno pensavo esistessero questo tipo di club. E invece mi sono documentato, ne ho frequentati un po’ e ho toccato con mano che certi comportamenti, una certa arroganza esiste davvero». In un primo momento, il modus vivendi di questi aristocratici attrae, per la sua esclusività e i suoi riti. Dopo poco, però, tale sentimento si capovolge nel suo opposto: repellenza.

Questi “punk pieni di soldi” se la prendono con i poveri, credendo di rappresentare un modello da seguire invidiato da tutti, mentre sono proprio loro, mossi dalla sola ambizione di fare carriera, a portare avanti una misera vita, squallida e priva di ideali, non meritando nulla di quello che hanno, se non le critiche.
Con le carte di credito, i vizi e l’andamento arrogante affossano qualsiasi tipo di tradizione, di virtù e di aristocrazia di cui si fanno tanto portavoce. Come fa notare Laura Wade, che prima di scrivere la pièce ha frequentato diversi circoli del genere, i cosiddetti dining club britannici (da Oxford, a Cambridge): «Si ha l’idea nella commedia che quei ragazzi, sebbene ancora all’università, siano gli stessi che in futuro ricopriranno ruoli di potere all’interno della società, sono quelli che potremo trovare a lavorare per il governo, le banche o la legge».

Il Riot Club è solamente un’invenzione della Wade, ma di certo, gruppi di ricchi frustrati ce ne sono a bizzeffe nel mondo. Il loro modo di vita non può che essere disprezzato, da parte di chi ha dei valori qualitativamente più elevati e una vita da affrontare giorno per giorno.