di Fabrizio Cocina

La dialettica tra critica e innovatori, o presunti tali, ha sempre ambito in Italia vertici di idiosincrasia reciproca se non proprio di acerrima rivalità intrisa di vis polemica tanto più sterile quanto più fragorosa. Da Ennio Flaiano a Pasolini o Gaber, solo per citarne alcuni, la critica si è tormentata nella decostruzione simbolica di profeti in patria sempre più discussi e divisivi. Non solo quella che chiameremmo oggi la critica mainstream, da establishment cerchiobottista, ma proprio quelli più “austeri”, i “militanti severi”, filoavanguardisti autoincensati dentro una cornice di gelido situazionismo pretelevisivo, hanno cantato i de profundis più accorati per la visionarietà di Fellini, l’intimismo di De Sica, la poetica di Monicelli e Scola, l’alta scuola napoletana da De Filippo a Troisi salvo poi essere sbugiardati da una generazione futura di critici che ne revocasse le ingiunzioni passate. Oggi tocca a Paolo Sorrentino, giovane autore napoletano e già inscritto nell’albo dei manieristi controversi (geni o cretini non si sa mai) dal marchio di fabbrica inconfondibile: regia lenta ed ellittica combinata ad un montaggio surrealista, quasi daliniano, tutto concentrico ad una sceneggiatura spezzata da battute taglienti e dialoghi evocativi che fanno da metronomo in un tempo quasi mai lineare. Tutto sembra tendere alla ricerca di un’asimmetria delle emozioni da cui proviene l’aspirazione all’ordine interno dei suoi personaggi, modellati secondo un’appassionata flemma che può risultare a tratti artificiosa. Il pittoresco e il fine umorismo sono i tasselli fondamentali di uno stile che attraversa il post-modernismo con acuto sarcasmo, mai puramente cinico perché nelle progressioni cromatiche di suoni, immagini e sequenze si evince quanto le debolezze dei suoi attori feticci incarnino le loro stesse raffinatezze, passando per il volgare e lo squallore dell’ “altrove” da cui cercare un’emancipazione stentata. Sorrentino lascia il tempo di decodificare i messaggi ermetici attraverso stacchi di immagini suggestive da parere quasi casuali e infatti lo spontaneismo non-sense si mischia ad un decadente simbolismo, criptico quanto incantevole ed ambiguo al punto che si potrebbe parlare di stile quanto di patina kitch.

Il contraltare alla giovinezza di Maradona nel suo ultimo film ne è un fulgido esempio. Sorvolando sui dettagli di ogni singolo lungometraggio e arrivando al punto, colpisce quanto la critica italiana contemporanea più lucida e autorevole abbia vituperato spesso le lue opere e la sua poetica. Affiorano due nomi su tutti: Goffedo Fofi e Paolo Mereghetti, illustrissimi intellettuali che con poche reticenze hanno stroncato l’autore secondo crismi e criteri abbastanza affini. Per entrambi Sorrentino è pedante e prolisso, pretenzioso e pomposo nei pochi contenuti che drenerebbero una filosofia spicciola e fumosa. Facendosi poi un giro nel sottobosco di sedicenti intellettuali, dai giovani universitari ai più esigenti adulti, il risultato cambia poco: molte e sostanziose sono le critiche pertinenti che vengono sviscerate con quello sprizzo di astio tipico di chi si sente chiamato in causa e finge il contrario: le stilettate cominciano infatti nel verso opposto quando già nella sua prima opera, L’uomo in più, il doppleganger di Califano sciorina uno sproloquio contro i cervelloni “senza palle”. Se Le conseguenze dell’amore non disdegna e ottiene un riconoscimento unanime è perché il regista sembra essersi normalizzato in una posizione di nicchia e quindi di facile omologazione per le categorie intellettuali e stesso discorso per Il Divo e L’amico di famiglia (“This must be the place”, la sua prima incursione americana, meriterebbe poi un discorso molto lungo a latere) con “La Grande Bellezza”  Sorrentino inizia a fare il passo più lungo della gamba: per molti inizia ad inciampare su se stesso dissipando una consequenzialità logica nell’autocompiacimento delle sequenze che prese strutturalmente ne definiscono il potenziale ma a margine del complesso visivo ne tracciano l’immaturità. Sempre secondo molti “dotti, medici e sapienti” il film è una ruffianata filoamericana, uno scimmiottamento pedissequo di Fellini o anche un polpettone che non si sa dove vuole andare a parare perché i criteri di valutazione sia sociali sia intimistici si distorcono nell’immaginario sorrentiniano. In più, per i lettori più maligni, c’è l’onta del successo da far pagare perchè “la necessità di avere un idolo è direttamente proporzionale alla necessità di distruggerlo” e per gli intellettuali (chi siano non si capisce se non tutti coloro che si sentono tali) Paolo Sorrentino è una manna dal cielo: permette loro di andare controcorrente erigendo una barricata contro l’artista che ha conquistato anche il popolino e permette soprattutto loro di rinnovare i propri schemi mentali e la propria negazione determinata, intorpidita da anni di convenzioni preconfezionate e da una cinematografia sempre più facile da demolire. Al netto di ogni opinione sembra quasi che se Sorrentino non ha arricchito il cinema, sicuramente ha riesumato la critica dalla sua asfittica torre d’avorio. Ma cosa sfugge davvero agli intellettuali dell’artista napoletano? Si tratta di un megalomane o di uno capace di pensare in grande? Un pò lo stesso labile confine che c’è tra Shakespeare e la regina Elisabetta. Perché non convince fino in fondo? Davvero perché come dice Michael Caine in The Youth, gli intellettuali hanno studiato troppo per avere buon gusto?

La risposta non è scontata e la faziosa opinione di chi scrive è che proprio una certa retorica cervellotica abbia spianato la strada a film originali ma autoreferenziali che Sorrentino ha saputo trascendere con una disinvolta e antidepressiva leggerezza il cui punto di arrivo è il ripristino degli onesti sentimenti e non importa per quanto degrado deve inoltrarsi questo percorso. La poetica di Sorrentino è la poetica del pudore e dell’onestà intellettuale massacrati in questi aridi trent’ anni da tanti e molteplici colpevoli. Se il romano si sente percosso personalmente dalla metafora urbana della “Grande Bellezza” è perché non ha ancora compreso la prospettiva moralistica e provinciale della miglior scuola napoletana, contraria e speculare al “tengo famiglia commissà” ben antropologicamente pregna di senso ma relativa pur sempre a strutture e sovrastrutture ideologiche che Sorrentino bypassa nell’intrigo emotivo delle relazioni tra i suoi personaggi, da cui l’urgenza imminente di un bisogno universalista di compenetrazione etica ed estetica della verità interiore, lontana dai freddi lineamenti della filosofia e molto più prossima alla letteratura che è la grande  passione di Sorrentino. Il regista, di genere, scrive per poter dirigere. Sorrentino dirige per poter scrivere prima. Forse se gli intellettuali cogliessero questa sinestetica rivoluzione evitando di ingabbiarsi in profondi ragionamenti estranei alle atmosfere stranianti e rarefatte di Sorrentino si ricorderebbero che l’arte è scolpire tutto ciò che si sente. Evidentemente è ancora troppo presto, Sorrentino deve pagare ancora lo scotto del suo coraggio per un’altra mezza generazione di critici che si vendicano del suo talento minimizzandolo con qualche stellina in meno sui rotocalchi e qualche sparata in più, che di questi tempi tanto legittima il rumore dell’altrove.