Non sono molte quelle sparse per la città, le locandine di Non essere cattivo. Sparute, incostanti, trascurabili, sui cartelloni agli incroci delle strade, esposte agli sguardi distratti dei passanti. Il film uscito lo scorso mercoledì 8 settembre, dalla sponsorizzazione per certi versi sottotono, possiede una potenziale risonanza che ad orecchie popolari arriva solo smorzata, ovattata, o forse proprio non arriva proprio. Per certi versi, meglio così. Il ‘popolo’ a cui il film si rivolge, non è quello moderno dei cine-consumatori, dei filosofi del cinema come fine (d’intrattenimento), degli amanti delle ‘belle storie’ dal lieto fine. Come ultimo prodotto di Claudio Caligari (già due documentari all’attivo sul fenomeno eroina di fine anni ’70) esso deve infatti necessariamente essere considerato se non un punto di arrivo, per lo meno come tappa finale di una produzione cinematografica non ampia (in totale conta tre film) ma coerente con la volontà di rappresentare un’unica Roma, quella delle periferie.

Mentre L’odore della notte (1995) ispirato al romanzo di Sacchettoni Le notti di arancia meccanica, rivolge l’attenzione ad un gruppo di rapinatori della periferia romana che, dedicandosi esclusivamente a rapinare case alto-borghesi, esplicita la propria lotta di classe, Non essere cattivo ed Amore tossico (1983), riguardano essenzialmente storie di giovani che hanno a che fare con la droga. Ambientato negli anni ’80 il primo e negli anni ’90 il secondo, possono essere considerati complementari l’uno all’altro, destinati ad essere letti in consequenzialità. Senza  Amore tossico  non si comprende la voluta omonimia dei protagonisti (entrambi di nome Cesare) né si coglie la fissità dello sfondo, l’asfalto di un’Ostia desolata che nonostante il volgere dei tempi resta teatro di dinamiche sempre uguali: l’amore disperato, la volontà impotente di cambiar vita, lo spaccio e l’assuefazione, infine la morte. I fantasmi dei ventenni eroinomani degli anni ’80 aleggiano ancora sullo stesso litorale romano dove storie di vita altre, ma dalle medesime dinamiche, hanno luogo. Non è un caso che il film inizi con una autocitazione dal valore programmatico: i protagonisti Cesare e Vittorio replicano la famosa ‘scena del gelato’ che apre Amore tossico, con la quale sin da subito è messo in scena il linguaggio che è un misto tra quello delle periferie romane e il gergo dei tossicodipendenti: “Ma in finale tu quanto c’hai?” “C’ho i du’ scudi de prima, anzi pure meno perché ho preso un gelato” “Ma come, dovemo svortà e te piji er gelato?”. L’ansia di accaparrare la somma per la dose e l’incapacità di rinunciare ad un gelato da ventimila lire da subito fanno chiarezza circa l’assenza di qualunque moralismo nella narrazione e la presenza anzi di una certa tenerezza, mista a compassione, verso quei personaggi che animano una pellicola di un verismo ai limiti della crudezza. Un documentario senza filtri (né linguistici né visuali) che nulla lascia all’immaginazione, che presenta in modo tragicomico ragazzi di vita talvolta estremi, ma mai grotteschi: gli stessi attori, ex tossicodipendenti, danno vita a personaggi che in un certo senso acquistano realtà su quella strada che per loro è culla, vita e bara.

Caligari infrange la segretezza di un mondo ai margini della città, vietato allo sguardo dei più, le cui dinamiche erano in parte già state raccontate da Pasolini. Alla realtà periferica che con le proprie condizioni strutturali quasi marchia a vita i suoi nati, si aggiunge la droga. Eppure i rapporti di forza che regolano le azioni dei protagonisti sono in fondo sempre quelli, i medesimi che ad esempio si trovano ne L’Accattone: volontà di riscatto e cinica rassegnazione, l’onestà del lavoro contro gli espedienti dei furti, il chiaro confine tra legalità ed illegalità. Proprio come ne L’Accattone, Cesare morirà a seguito di un inseguimento con la Polizia. Eppure, nonostante questa aperta collocazione dei personaggi e le loro azioni dalla parte ‘sbagliata’, non  c’è volontà di giudizio. Cade la distinzione tra bene e male nel momento in cui si guarda all’umanità, quando ci si rende conto della incapacità di poter decidere per una condanna o assoluzione, colpevolezza o innocenza di quelli che sono artefici ed insieme vittime delle proprie azioni. Il Cesare di Amore tossico chiude il film cadendo a terra dopo essere stato raggiunto dallo sparo di un poliziotto, supino con le braccia distese, quasi a suggerire l’immagine di una crocifissione. In una scena centrale ed evocativa di Non essere cattivo, croci di legno piovono su Cesare, quasi a preannunciare la sua fine, a suggerire che tutto ciò che segue a nulla varrà a fuggire dal proprio destino. La storia in fondo è incentrata proprio su questo, sull’impossibilità di Cesare di salvarsi e di essere salvato da Vittorio, l’amico di sempre che ‘esce dal giro’ e si trova un lavoro in cantiere, rompendo così definitivamente i legami col mondo che svolta la giornata senza lavorare, quello riassunto all’inizio de L’Accattone dalle battute: “Devo andà a lavorà” “Ha bestemmiato”.

Nonostante le somiglianze e gli innegabili echi pasoliniani, il primo e l’ultimo film di Caligari non si propongono però come due prodotti interscambiabili, dal medesimo messaggio; come spiega lo stesso regista in un’intervista a Christian Raimo, “[Non essere cattivo] non era solo un aggiornamento – quelli erano gli anni ottanta, questo è il 2000 -, non era semplicemente una nuova fotografia. Era la descrizione della fine di un mondo”. A finire è il mondo pasoliniano, quello degli irrecuperabili per nascita, omaggiato tacitamente in Amore tossico nella scena in cui, alle spalle di Cesare e la compagna Michela che ‘si fanno’,  si intravede il monumento a Pasolini, sul quale la stessa Michela morirà di overdose – morte che sembra suggerire un messaggio del tipo “eccoli oggi, i ragazzi di Pasolini”. Lo sgretolamento del vecchio mondo di borgata, vergine nelle sue dinamiche, è seguito da uno scenario postpasoliniano il cui emblema è Vittorio, che pur lavorando, non avrà in fondo maggior riscatto dell’amico morto perché incapace di salvarsi. Un tempo l’universo pasoliniano si definiva non solo per caratteristiche proprie, ma anche e contrario rispetto a quel mondo del lavoro che, seppur deriso dal ragazzo di vita, poteva ancora promettere modeste speranze di emancipazione. Ora che i due mondi parzialmente si compenetrano non c’è riscatto: Cesare prova a lavorare, ma vi rinuncia quasi subito; Vittorio con la paga da manovale non riesce a soddisfare il fabbisogno economico della famiglia, perché  i tempi sono cambiati rispetto agli anni ’60, i bisogni aumentati e “I sòrdi ce vonno”. Con la compagna che insoddisfatta trova un secondo lavoro e il figlio che attratto dai soldi facili cerca di ‘entrare nel giro’, si delinea uno scenario di borgata nuovo ed attuale, forse in parte più integrato nelle dinamiche societarie ma al quale in ogni caso è preclusa ogni speranza ed ogni illusione.