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L’inaspettato esito del voto Americano ha prodotto una fiumana di giudizi, approfondimenti ed analisi in larga parte elucubrate da chi fino al giorno prima aveva preso lucciole per lanterne ma già a distanza di poche ore si riempiva la bocca con l’America profonda, gli stati operai, i redneck bifolchi e il resto della manfrina che ormai abbiamo imparato. Di tutto ciò si è scritto e letto a sufficienza, e in ogni caso non è in questa sede che ci si avventurerà nella difficile analisi di un voto estremamente complesso da sviscerare, anche per chi dovrebbe farlo di mestiere. Ecco, appunto, il solo fatto che qui ci preme ribadire è che tanti soloni intoccabili, anche di casa nostra, non abbiano considerato per mesi il sentimento di frustrazione di quegli stati rurali o, più verosimilmente, abbiano fatto finta di non vederlo, un’insofferenza che oggi indichiamo come causa principale dell’inatteso esito delle urne. Ma se le grandi testate giornalistiche non ci sono state d’aiuto nel comprendere una realtà culturale distante anni luce dall’idealizzazione degli States che anche il cinema ha contribuito a creare, è la stessa settima arte a fornirci del materiale utile a tale scopo. Cade infatti a fagiolo l’uscita per Netflix Italia del nuovo lungometraggio di David Mackenzie, Hell or high water, un neo-western presentato al festival di Cannes e uscito da tempo nelle sale di mezzo mondo che pare voler mettere a tacere il gran bailamme prodotto di recente, come un Clint Eastwood di turno che entri spavaldo nel saloon e di colpo non faccia volare una mosca. A distanza di pochi anni abbiamo assistito ad una decina di ottimi film ambientati nel contesto degradato di alcune aree sopra descritte, tra i più meritevoli ricordiamo Blue Ruin, Take shelter, Mud e Il fuoco della vendetta, che forse più degli altri mostrava come un determinato quadro ambientale potesse da solo muovere i fili di una narrazione cinematografica, ma Hell or high water va addirittura oltre. Il titolo è ripreso da un’espressione che sta per “ad ogni costo”, ma è anche, ed è questo il caso, una formulina magica che viene usata come clausola di contratto ad indicare che un pagamento dovrà continuare a prescindere da eventuali difficoltà di qualsiasi natura in cui il pagatore potrà incappare.

neil davidson / stills photographer

Il regista britannico David Mackenzie

Un padre divorziato chiede l’aiuto del fratello ex detenuto per saldare il debito che la madre ha contratto con la banca e salvare così il ranch di famiglia. Il piano è tanto scontato quanto rischioso: rapinare le filiali della “Texas Midlands Bank” che sarà quindi ripagata con i suoi stessi soldi. A complicare il progetto criminale dei due fratelli ci penserà un magistrale Jeff Bridges, che qui interpreta un texas ranger a pochi giorni dalla pensione aiutato dal proprio vice Alberto, nativo americano continuamente vessato dall’umorismo razzista del superiore. Taylor Sheridan, sceneggiatore di Sicario, seguita dunque a calpestare un percorso narrativo attento sia all’intrattenimento che ai temi delicati offertigli dall’attualità, e le piccole cittadine del Texas si prestano certamente bene a questo coraggioso tentativo di cinema civile e didattico. Ciò ovviamente non esclude una massiccia dose di spettacolarità classica che fa di Hell or high water il tipico prodotto che tenta di accontentare tutti, ammiccando con disinvoltura ai clichés dei classici del west. Ci sono i fratelli rapinatori di banche, il ranger che dà loro la caccia, i pickup al posto dei cavalli e diverse riprese dinamiche che strizzano l’occhio anche all’action movie. Il film di Mackenzie è però assai più gravoso rispetto al tradizionale duello tra guardie e ladri, ma non in senso negativo. Si tratta di una pesantezza data dall’atmosfera degradata che qui viene di continuo messa in evidenza, non si rintracciano infatti momenti di alleggerimento ironico, se non quando servono a smorzare alcuni commenti razzisti messi in bocca al biascicante ranger o a un vecchietto coinvolto in una delle rapine, sorpreso dal fatto che i fratelli criminali “non siano neanche messicani”.

La macchina da presa del regista britannico mostra cittadine semi deserte come villaggi fantasma dell’ottocento, cartelloni pubblicitari che promettono riduzioni dei debiti, gente che vive in roulotte e che non esce senza la pistola in tasca, cittadini pronti a caricare il fucile e seguire i rapinatori in mezzo ad un deserto che ospita trivelle per l’estrazione del petrolio.

Si assiste allora ad un’opera tanto sporca nel contenuto quanto pulita ed asciutta nella forma, la carrellata circolare prima dei titoli di testa ne è la prova, unita ad una serie di panoramiche tra paesaggio desertico e asfalto che rimandano quasi agli scenari post-apocalittici di Interceptor.

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Il ranger Marcus Hamilton (Jeff bridges) e il vice Alberto Parker (Gil Birmingham)

Sotto la maschera del film di puro intrattenimento Hell or high water nasconde un volto piuttosto sfaccettato che mette in risalto un interessante ribaltamento del western classico. Il vice del texas ranger, Alberto, è infatti la figura chiave che unisce il vecchio col nuovo, il nativo americano con l’uomo bianco. Si tratta di un personaggio solo apparentemente secondario, essenziale per il tema intorno al quale la pellicola ronza dal primo all’ultimo minuto. Come i conquistatori hanno privato gli indigeni della loro terra, così sembra comportarsi la banca con il cittadino medio che deve fare i conti con la crisi economica. Non è un caso allora che lo stesso Alberto dichiari implicitamente una certa comprensione per il piano “proletario” dei due fratelli, un esproprio che non vuole coinvolgere i risparmiatori ma colpire l’astratta ed usuraia entità della “Texas Midlands Bank”. Assistiamo dunque ad un’evoluzione del tipico western, non troviamo due schieramenti ben delineati, i buoni contro i cattivi, i rapinatori di banche contro lo sceriffo e i cittadini, piuttosto si nota un magma fatto di povertà e di frustrazione che quasi unisce chi delinque con le forze dell’ordine. Un gioco del gatto col topo anomalo, quindi, in cui il gatto dà la caccia al topo più per obbligo che per volontà, così come il ranger Marcus e il vice Alberto fanno con i fratelli rapinatori. Non si tratta di uno scontro tra la comunità civilizzata e lo straniero indigeno, come il western classico ci insegna, bensì un tutti contro tutti in cui l’unico avversario (in questo caso la banca) non può mai essere scalfito. Il non-duello finale rientra nel gioco del rovesciamento di cui si è detto, pur consegnando alla memoria dello spettatore un pizzico di epicità che non guasta. Resta purtroppo il rammarico di non averlo potuto gustare in sala, dove avrebbe senza dubbio impressionato maggiormente: nessuno schermo televisivo può infatti rendere giustizia ad alcune sequenze descrittive che Mackenzie confeziona con estrema cura.

Se, come concordano quasi tutti, le cause di un voto complesso vanno in parte ricercate in una sacca di insofferenza che caratterizza certe aree a stelle e strisce, allora Hell or high water deve essere considerato alla stregua di un film fortemente didascalico, una sorta di Bignami audiovisivo che sarebbe stato d’aiuto per gli editorialisti ciechi che poi hanno giocato la schedina il Lunedì. Provando poi, in modo particolarmente superficiale, a seguire la linea che vuole l’America rurale e operaia come sostenitrice numero uno del neo presidente, potremmo ipotizzare che i personaggi di Hell or high water siano tutti miserabili Trumpisti, come ebbe a dire la belligerante democratica. Qualcuno non gradirà la carrellata di stereotipi che il film propone, altri potranno perfino incasellarlo in una fantomatica categoria di “cinema populista”, dati il tema trattato e la facilità con cui tale epiteto si appioppa negli ultimi tempi, ma potrebbe semplicemente essere una reazione dovuta alla recente scorpacciata di analisi sui contesti sociali di un’America che qui diventa protagonista. Siamo soliti apprezzare film che ricostruiscono grandi inchieste giornalistiche, come Spotlight o Tutti gli uomini del presidente, quando invece il cinema anticipa i grilli parlanti delle grandi testate giornalistiche viene fuori Hell or high water, ottimo esempio di equilibrio tra intrattenimento puro e approfondimento sociologico che ha meritatamente conquistato pubblico e critica.