Si immagini un ragazzone dall’aria sempliciotta che colleziona giocattoli da bambini e DVD, ha gli occhiali da nerd e mille difficoltà di apprendimento, viene espulso dalla scuola di cinema che frequenta e bocciato otto volte all’esame di guida, è dislessico e pure daltonico. Immaginate ora un tipino del genere, cioè un soggetto che fino a 13 anni non sa leggere (per dirne una), obbligato a trasferirsi a New York insieme ai genitori: il risultato è un’adolescenza quantomeno singolare. Si pensi poi ad un uomo elegante, un egocentrico che si esalta sul red carpet e che non vede l’ora di farsi fotografare in pose vanitose ed esuberanti. A completare il quadretto mondano va aggiunto qualche altro elemento fondamentale: atteggiamento da snob, risposte svogliate e ironiche alle domande dei giornalisti, una bella moglie che lo accompagna ovunque e una megalomane tendenza a coltivare il proprio culto della personalità. Difficile credere che due profili del genere possano andarsi a genio, eppure questi due caratteri, come si sarà intuito, convivono addirittura nel medesimo individuo, un personaggio difficile da inquadrare che fa il regista tra pochi alti e molti bassi. Nicolas Winding Refn è un cineasta di culto, in parte per grossi meriti artistici e in parte per quella capacità citata in precedenza di modellare artificiosamente il proprio simulacro. A tratti simpatico e allo stesso tempo insopportabile, il regista Danese è considerato un punk del cinema, uno che all’apice del successo desidera sprofondare nell’abisso, non allinearsi, spiazzare il pubblico e puntualmente beccarsi i fischi rimettendoci fiumi di quattrini. Nicolas si aggira per il set con un grembiule da nonna e la musica nelle orecchie, costruisce un enorme bacheca e la riempie di post-it che poi andranno a formare la mappa concettuale del film. Ogni sua pellicola è girata in ordine cronologico, un’opera che quindi si realizza senza che siano prestabilite tutte le coordinate. Solo quando la bacheca si riempie di visioni, colori e immagini che lo affascinano il progetto va avanti verso una conclusione non necessariamente decisa a tavolino.

 Nicolas Winding Refn e la sua “bacheca concettuale”

Nicolas Winding Refn e la sua “bacheca concettuale”

Una personalità di tal fatta non può che esprimersi per mezzo di linguaggi forti, di contrasti visivi e semantici che straniano lo spettatore e fanno sì che si generi nei confronti di chi li utilizza il classico sentimento di amore-odio artistico. Come appena accennato, la carriera di Nicolas Winding Refn è un’altalena che oscilla costantemente tra il successo patinato e il suicidio commerciale da cinema art-house, come se le scorpacciate di riconoscimenti mainstream lo spingessero a lunghi periodi di digiuno da applausi fatti di film incompresi e sperimentali. Il culmine del successo arriva con Drive nel 2011, film costruito quasi in laboratorio e dal successo matematico, tanto da non convincere in un primo momento neppure lo stesso regista, sempre avvezzo al rischio e al rifiuto del compromesso commerciale. Prima e dopo il pluripremiato Drive Refn realizza lungometraggi controversi proprio come la personalità che lo contraddistingue. Se si dovesse sceglierne uno in rappresentanza della sua attività artistica e del suo carattere problematico si potrebbe optare in modo provocatorio per quello da lui più odiato, quello che lo ha rovinato economicamente e costretto a tornare con i piedi per terra. A soli 25 anni Nicolas ha l’occasione di girare il primo film, Pusher, opera dal realismo pronunciato che descrive le scorribande di due piccoli criminali di Copenaghen. Nel ’99 realizza Bleeder e nel 2003 arriva l’occasione di girare il primo lungometraggio in inglese con un budget notevole rispetto alle produzioni precedenti. Ecco Fear X, il film tanto disprezzato di cui si parlava, tuttora citato nelle interviste come un lavoro infruttuoso sia a livello artistico che commerciale. Con la propria casa di produzione in bancarotta Refn sarà costretto a girare il secondo e il terzo capitolo di Pusher, che intanto era diventato un cult in Europa e negli Stati Uniti.

Il problema creativo di Fear X è che non l’ho realizzato come avrei dovuto. La colpa è semplicemente mia. A livello economico il film era troppo dispendioso, più di quanto meritasse. Mentre lo giravo credevo di essere Dio in Terra, sentivo di poter camminare sull’acqua. Avendoci investito tutti i miei soldi, quando si è rivelato un fallimento colossale dovevo un milione alla mia banca, e se devi un milione alla banca la tua vita è abbastanza rovinata. Ero già finito a 30 anni, mi piangevo addosso, ero patetico. Il fallimento era una cosa che doveva accadermi, dovevo capire di non poter camminare sull’acqua

Una guardia di un centro commerciale interpretata da John Turturro indaga sulla morte della moglie. È tutta qui la trama di Fear X , anello di congiunzione tra le due personalità di Nicolas. Se infatti possiamo riscontrare due profili differenti nell’uomo Refn, altrettanto può essere fatto per il Refn regista. La trilogia di Pusher e il non memorabile Bleeder fanno del realismo il loro tratto distintivo, da cui Drive non si discosterà di molto. Un linguaggio cinematografico opposto è invece utilizzato per tutti gli altri film da lui realizzati. Fear X segna l’inizio della contaminazione del realismo da parte di un cinema plastico che quasi annulla la narrazione e si fa colore puro, gesto simbolico e tic estetico. È un cinema che lo porta a prendersi i fischi, a incassare poco nelle sale e a girare film con budget sempre inferiori. Fear X è per buona parte un thriller classico, lento e geometrico. Man mano che si procede nella visione ci accorgiamo però che la narrazione tradizionale si annacqua, lascia il posto a quel linguaggio anti-figurativo che segnerà i suoi lavori successivi e va quindi a comporre una pellicola nella quale le due tendenze artistiche del regista convivono.

Harry (John Turturro) costruisce una bacheca in stile Refn in modo da riassumere le proprie indagini

Harry (John Turturro) costruisce una bacheca in stile Refn in modo da riassumere le proprie indagini

Il protagonista passa le giornate a visionare ossessivamente le registrazioni delle telecamere del supermercato dove la moglie è stata uccisa, porta avanti la sua indagine personale in un Canada glaciale, tutt’altro che candido nonostante la neve. Il freddo pungente degli esterni è bilanciato da una seconda parte in cui gli ambienti interni e caldi fanno da sfondo alle angosciose ricerche del protagonista. Ecco allora che si ripropone un dualismo interno al film, non più realismo contro indeterminatezza e simbolismo ma freddo contro caldo, il bianco della neve contro il rosso dei corridoi dell’albergo in cui Turturro soggiorna. Il fallimento commerciale del film è forse da rintracciare proprio in questo linguaggio fatto di forti contrasti e di sequenze oniriche di difficile digestione, vuoi per la deriva psicologica che la pellicola intraprende, vuoi per l’inconsistenza che produce. Provando a proseguire sulla strada che vuole interpretare il film secondo la logica dei contrari abbiamo gioco facile nell’identificarne un altro, quello composto dalla gravosità dell’atmosfera che si fa via via più opprimente e, all’opposto, dalla fumosità con cui la vicenda viene risolta. Tanto rumore per nulla, dirà qualcuno, ed è legittimo. Oltretutto ammettere che un ottimo thriller psicologico come questo sia il lavoro meno riuscito di un’intera carriera significa riconoscere indirettamente il talento del regista scandinavo. Fear X non è che un incubatrice dello stile anti-narrativo che Refn utilizzerà nei suoi lavori successivi e lo porterà alle soluzioni estreme di Solo dio perdona, film che crea una narrazione a partire dal linguaggio visivo e non viceversa. I corridoi rossastri e le pareti deformate da volti umani sono solo due delle visioni che poi saranno riproposte anni dopo. Si tratta quindi di un’opera che tutti i fans dovrebbero recuperare in modo da comprendere appieno lo sviluppo del suo linguaggio cinematografico.

                                              Il protagonista in un corridoio dell'albergo

Il protagonista in un corridoio dell’albergo

A distanza di anni questa produzione disastrosa è da osservare con estrema curiosità, è come se il regista ci avesse voluto mostrare la metamorfosi del proprio stile nel momento esatto della sua realizzazione. Nicolas esibisce quindi anche il processo, non solo il prodotto finale, facendo di Fear X un film di grande interesse. Dopo un tracollo del genere molti si sarebbero rifugiati in produzioni dal rendimento assicurato, in filmetti dall’incasso facile o in regie televisive. Refn al contrario pare sempre più intenzionato ad accentuare l’ermetismo dei propri film, a dividere pubblico e critica rifiutando i giudizi di bello e brutto, alla continua ricerca invece di qualcosa che faccia discutere. Il rischio che si corre percorrendo tale strada è quello di non riuscire più a trovare produttori disposti a fare i mecenati, a sborsare milioni per pellicole sempre più autoriali e di conseguenza meno redditizie. La speranza è dunque che Nicolas abbia altre occasioni per mettere in immagini la personalità contraddittoria descritta in precedenza, che possa ancora provocare ed esibirsi nelle sue tipiche pose a pugni chiusi sul red carpet.