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Un gruppo blues sta per esibirsi in un locale semivuoto di Birmingham, è il 1968 e dall’altra parte della strada c’è un cinema gremito, stracolmo di giovanotti con gli spicci in mano che sgomitano e si spintonano fin sul marciapiede fuori dal foyer. Terminato il mediocre concerto gli acerbi musicisti, incuriositi e allo stesso tempo invidiosi per la folla indiavolata di fronte al cinema, escono dal locale e attraversano la strada per conoscere quale capolavoro dell’immagine in movimento sia stato proiettato. Davanti agli occhi disillusi di chi ha appena suonato di fronte a una decina di persone alticce giganteggia la locandina di Black sabbath, diretto da un certo John Old. Da quella sera il gruppo blues si avvicinerà all’heavy metal (“horror sells tickets”, si dicono) e prenderà il nome del film che gli ha rubato la scena, il resto della storia lo conosciamo più o meno tutti. Sappiamo invece molto meno di tale John Old e di quel lungometraggio che ha sbancato il botteghino. Primo, John Old non esiste, è solo uno pseudonimo con cui l’italianissimo Mario Bava firma la propria pellicola per darle un tono più internazionale. Secondo, Black sabbath, distribuito in Italia nel ’63 con il titolo I tre volti della paura, è un film a episodi che contiene il primo esempio di giallo all’italiana, genere che qualche anno dopo farà la fortuna del primo Dario Argento.

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Il poster di Black sabbath

Calderone in cui si mischiano thriller, noir e slasher, il giallo all’italiana riscuote numerosi consensi soprattutto all’estero, almeno fino alla fine degli anni settanta, quando verrà soppiantato da un nuovo linguaggio statunitense di produrre film di tensione. Lo “spaghetti thriller” dunque, con i suoi temi ricorrenti e caratteristiche di stile, muore precocemente e riposa per anni nel cimitero del cinema dimenticato, fiero di aver influenzato numerosi cineasti delle generazioni successive e di non essere stato disseppellito e deturpato con squallidi remake che a Hollywood vanno tanto di moda. Questo eterno riposo viene brutalmente interrotto nel 2009, una riesumazione violenta e inattesa che avrà poi un seguito nel 2013. Succede infatti che una coppia di registi francesi ne realizzi due omaggi notevoli che confermano come all’estero il genere in questione sia stato più apprezzato che in patria. Vengono quindi presentati in diversi festival Amer e L’étrange couleur des les larmes de ton corps, tributi che fanno piangere di gioia i cinefili e sbadigliare il resto del pubblico. I primi minuti di Amer parlano chiaro: guanti in pelle, ville decadenti, colonna sonora anni settanta e atmosfere macabre. Il resto è un insieme di citazioni e riferimenti appena accennati inseriti in una trama pressoché inesistente, tripartita in episodi di particolare violenza e sensualità che caratterizzano la vita di Ana, protagonista della pellicola. Forzani e Cattet confezionano un’opera prima più attenta all’estetica che alla narrazione, sciorinano con disinvoltura notevoli preziosismi tecnici e si affannano alla ricerca di continui guizzi a livello visivo. Il risultato è una film incompiuto che alla luce del loro secondo progetto può essere considerato alla stregua di una prova generale venuta bene a metà o, volendo essere cattivi, ad uno spot di un profumo lungo novanta minuti. Il salto di qualità arriva nel 2013, quando marito e moglie realizzano il giallo definitivo, un omaggio totale che difficilmente lascerà spazio a repliche future, oltre che una dimostrazione di come si possa andare ben oltre il classico rifacimento che fa breccia solo nei più nostalgici.

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Hélène Cattet e Bruno Forzani

Dopo un periodo di assenza per lavoro un uomo rientra nel proprio appartamento e scopre che la compagna è sparita. Ha qui inizio un vortice torbido di misteri, coltelli, belle donne, personaggi grotteschi e dischi in vinile che ubriacano e ipnotizzano in un’atmosfera anni settanta non dichiarata esplicitamente e dunque ancor più suggestiva. Si tratta di una pellicola che sguazza piacevolmente nel mare magnum che separa i film di genere dalla videoarte, una sorta di esperimento estetico che vuole impressionare ad ogni inquadratura e ci riesce egregiamente. Anche in questo caso la narrazione è annullata, disinnescata da una fotografia talmente curata da risultare artificiosa, ed è qui che iniziano i problemi. L’étrange couleur des les larmes de ton corps è pornografia cinefila, ogni aspetto tecnico rasenta la perfezione in maniera quasi stucchevole, con una pressante insistenza su primissimi piani e dettagli che mostrano l’inguardabile e il nascosto, il tutto spettacolarizzato attraverso un montaggio serrato.

Trailer de L’étrange couleur des les larmes de ton corps

Come in Amer  Forzani e Cattet si arrabattano il più possibile per mostrarci il loro talento, la loro cura maniacale per il dettaglio e la loro conoscenza libresca dei film di Bava e di Argento. Ne esce fuori un’opera senza difetti e quindi, paradossalmente, antipatica e ruffiana. La pellicola rischia pericolosamente di offrire allo spettatore la rappresentazione di un semplice esercizio di stile autocompiaciuto, un prodotto studiato a tavolino al solo scopo di ricevere tanti clap-clap nei festival di nicchia. Certo, criticare un film per eccesso di perfezione suona strano, ma è la sensazione che si potrebbe provare a fine visione, ammesso che ci si arrivi, visto il forte distacco tra il cinema narrativo al quale siamo abituati e questo linguaggio tutto visivo e citazionistico che alla lunga non annoia ma indubbiamente affatica. L’andamento dinoccolato potrà inoltre stordire quel pubblico che cerca solo un’ora e mezzo di intrattenimento lineare, ma è fuori discussione il fatto che il film sia un’esperienza sinestetica fuori dal comune che alterna il bianco e nero a una serie di sequenze ricolme di colore miscelate ad affascinanti split screen. I due francesi creano un universo anti-narrativo in cui lo spettatore più curioso può lasciarsi trasportare navigando a vista. In fondo la strada della narratività è solo quella che il cinema ha deciso di intraprendere poco dopo le sue origini in modo da avvicinarsi alla letteratura e rendersi autoriale e autorevole, ma non deve necessariamente essere l’unica percorribile. Questi giovani cineasti dimostrano coraggio e tentano di assecondare, forse senza nemmeno volerlo, ciò che il regista britannico Peter Greenaway va dicendo da tempo:

saranno anche opinioni eretiche, ma non penso che il cinema sia un sistema di narrazione veramente efficace […]. Dovremmo smetterla di far fuori l’intero vocabolario del cinema per il solo scopo di raccontare delle storie. Io non ho nulla contro la narrativa, mi piacciono i racconti, ma penso che il cinema abbia veramente tanto da offrire al di fuori della schiavitù della narrativa.

Il duo transalpino lo fa sfruttando un genere tutto italiano a loro caro, dopodiché starà allo spettatore giudicare quanto L’étrange couleur des les larmes de ton corps sia oggetto artistico e quanto pura paraculata. Ciò che è certo è il fatto che pochi registi avrebbero saputo girarlo con tale maestria. È doveroso allora sottolineare il lavoro di notevole sapienza cinematografica che sta dietro a questa produzione pomposa. La pellicola di Forzani e Cattet infatti non si limita al semplice revival, è un film che oltrepassa gli schemi del cinema di intrattenimento per creare un mosaico fatto da tessere-immagini attraenti e, conscio della difficile digestione per uno spettatore abituato ad altro, utilizza il giallo come fosse miele che addolcisce la medicina amara. Giù il cappello dunque di fronte a due cineasti giovani che oltre ad amare un certo tipo di cinema lo sanno anche reinterpretare senza risultare ripetitivi o seguire pedissequamente un canovaccio già noto, portando quindi avanti un’idea di cinema puro già divenuta cult a distanza di pochi anni.