I bifolchi texani si sono ravveduti, i semicolti del sud divenuti in un lampo pozzi di scienza e i vegliardi – prima da interdire – sono ora custodi di una saggezza salvifica. Ogni bravo cittadino ha contribuito all’elezione del ragazzo prodigio, e mentre le strade si affollano di studentelli festanti che brandiscono cartoni con simpatiche scritte, il neo eletto si accomoda in poltrona e prepara un piano quadriennale in linea col programma che lo ha appena fatto trionfare.

Nella speranza di non sciupare il carnevale che colora le strade newyorkesi – e col timore di apparire da subito avversi al presidente che tutto vede – ci siano permessi alcuni appunti sulla retorica che ha portato alla vittoria, in aggiunta a certe preoccupazioni che ci assillano riguardo all’applicazione della non-ideologia che le appartiene. Col batticuore di chi sente di dover esprimere tutte le proprie perplessità prima che esse siano bollate come fake news e accompagnate da segnalazioni – preludio alla condizione del cosiddetto bannato, dunque d’ora in avanti “esiliato” – prendiamo in esame alcune tappe della vita politica del giovane presidente senza lesinare critiche prima che sia troppo tardi. Ad aggravare una già scomoda posizione ci sia infine concessa la possibilità di costruire sulle tappe citate un evocativo esercizio di stile che le associ a certi prodotti cinematografici che abbiano, volontariamente o meno, tratteggiato il profilo di un futuro distopico vicino a quello che potrebbe attenderci a breve.

Non vedremo immagini come questa

Non vedremo immagini come questa

I PRIMI PASSI (Limitless, Neil Burger, 2011)

Partiamo da lontano. Se dalle nostre parti, nel 2017, ci si arrabattava per elemosinare due spicci dalla madre Europa per far finta di ricostruire il cuore appenninico troppo spesso tremebondo, Zuckerberg gettava letteralmente le fondamenta per la costruzione di una città tutta sua. Noi assistevamo alla distruzione dei nostri centri abitati, lui organizzava l’urbanizzazione del suo villaggio come un bimbo con i Lego. Willow park ospita dipendenti e utenti Facebook, è ricco di quel verde cittadino tutto geometrico e lindo, è segnalato da cartelli stradali che anziché riportare il nome della località mostrano l’iconico pollice del social network e rappresenta senza dubbio il primo passo politico del neo eletto. Con la nuova logica del circenses et circenses si apprestava poi, più o meno nel medesimo periodo, ad acquistare i correligionari del Tottenham assicurandosi una visibilità che da re delle reti sociali si era fino ad allora nascosta dietro le quinte. Ma la scesa in campo diveniva ufficiosa dopo una serie di discorsi para-politici recitati di fronte agli studenti delle più imbellettate università a stelle e strisce, ed è qui che già ci permettiamo di esprimere una prima nota di biasimo.

Il progresso ha bisogno che l’umanità sia unita non soltanto in quanto città e nazioni ma come una comunità globale […] il mio è un inno all’unità degli esseri umani contro le divisioni, al valore della comunità contro la polarizzazione e all’uguaglianza contro il divario sociale.

Le banalità che Mark andava novellando sul divario sociale e sull’uguaglianza, oltre a celare sottotesti da brividi di orrore, entravano da un orecchio e uscivano dall’altro a quella futura classe dirigente creata in laboratorio, pronta per massimizzare i profitti e fare spallucce dinanzi alle problematiche sociali da lui salmodiate. Utili a illudere le Rula Jebreal di turno più che a proporre soluzioni reali, le parole del presidente erano dunque una dichiarazione non ancora ufficiale, una sorta di tour elettorale vestito da semplice seminario. Nel mettere allora in atto il nostro irriverente tentativo, una pellicola involontariamente preveggente da poter accostare a tale fase pare essere quel Limitless all’apparenza lontano dai toni distopici accennati, ma a ben vedere piuttosto simile alla nostra condizione.

La locandina di Limitless

La locandina di Limitless

Il protagonista Eddie è un mediocre scrittore, dopo l’assunzione di una droga che attiva tutte le potenzialità del cervello riesce in breve tempo a raggiungere il successo nel proprio campo disciplinare prima e nella finanza poi. Omettendo buona parte del corpo narrativo del film e un eventuale giudizio complessivo sulla pellicola – considerazioni che in questa sede non ci spettano – guardiamo con più attenzione il terzo atto e confrontiamolo con l’ascesa di Zuckerberg.

Per mezzo delle pillole Eddie ha la possibilità di terminare in mezza giornata il proprio libro, di ottenere un buon successo e dunque imporsi nel suo settore. Una volta imparata a controllare la sostanza psicotropa decide di far fruttare l’intelligenza acquisita nella finanza, preparando il terreno per un ingresso in politica che lo vedrà, nel finale evocato, impegnato nella propria campagna elettorale di senatore. Ebbene, il percorso del presidente è esattamente speculare a quello del protagonista di questo thriller di fantascienza, percorso che oltretutto ci consegna in eredità una serie considerazioni meramente politiche che effettueremo poi. Per il momento limitiamoci a verificare i pressoché identici primi passi: Eddie sfrutta il cervello potenziato per affermarsi nell’attività che lo interessa, la letteratura, così come Zuckerberg utilizza la propria mente già brillante di natura per creare una comunità virtuale inizialmente più vicina a un giochino per studenti di college che alla realtà parallela che diventerà poi. La seconda fase, irrealizzabile senza il successo di quella precedente, vede entrambi tentare con altrettanti trionfi la strada della finanza, che precede la terza ed ultima, ossia la candidatura politica. Il risultato è un meccanismo che porta l’uomo di successo a intraprendere la via politica come naturale sbocco per le proprie illimitate potenzialità, senza peraltro mai fare accenno a un’ideologia di appartenenza o a un programma politico da seguire. Ecco che il traguardo in questione diviene una mera posizione di potere, totalmente assolta dall’originaria natura dottrinale e legata invece a un percorso di successo precedente, conoscenze di rilievo e volontà di favorire i propri interessi attraverso l’amministrazione politica. È l’inizio della fine della ragion di stato. 

Eddie durante la campagna elettorale

Eddie durante la campagna elettorale

L’IDEOLOGIA (Brazil, Terry Gilliam, 1985)

Se nella deriva tecnocratica ipotizzata nel finale di Limitless rivediamo le medesime motivazioni che hanno spinto Zuckerberg a scegliere la via politica, la non-ideologia che associamo al suo pensiero sembra paurosamente simile a quella ipotizzata da Terry Gilliam nell’opera audiovisiva di ambientazione distopica più evocativa del cinema contemporaneo: Brazil.

Uno dei poster di Brazil

Uno dei poster di Brazil

I terroristi sono legati ai vecchi valori, non si arrendono al nuovo mondo […] in una società libera l’informazione deve penetrare ovunque, è per questo che ci stiamo potenziando.

Le parole di uno dei ministri nel film Brazil apparivano forse grottesche nell’85, oggi – ahi noi – ci paiono piuttosto familiari: non saranno di certo sfuggite al lettore le sgomitate con cui la Facebook Inc. è riuscita nel 2012 ad acquistare per un miliardo di dollari il social network Instagram e nel 2014 l’applicazione di messaggistica WhatsApp. Inutile allora ricordare come le informazioni che gli utenti rilasciano durante l’utilizzo di tali applicazioni possano facilmente essere elaborate dalla stessa azienda, guarda caso amministrata da quello Zuckerberg che ora si appresta a governare un impero come fosse il CEO di un colosso mondiale, con gli Stati Uniti che nel paragone fungono da applicazione di successo da rilevare per monopolizzare il mercato/mondo.

In Brazil il regime totalitario è dunque privo di ideologia, si basa esclusivamente su perfetti meccanismi burocratici che nel tempo hanno cancellato l’attività politica e trasformato la macchina del governo in un orologio cinico e impeccabile. Accade quindi di assistere a stranianti rastrellamenti in cui il sospetto, prima di essere malmenato e poi arrestato, deve con tutta calma firmare dei documenti su gentile richiesta degli stessi gendarmi che lo strapazzeranno pochi secondi dopo. Al netto della forzatura distopica, la prassi di chi si iscrive ad un social network del presidente non è poi così diversa: nessuno è mai stato obbligato, certo, ma la grazia con cui si è invitati a farlo poiché è gratis e lo sarà sempre e ti aiuta a rimanere in contatto con le persone della tua vita non fa alcun riferimento a possibili informazioni personali utilizzate per Dio sa quale scopo, a censure sulla base di un codice non ben precisato e a retoriche politicamente corrette che oggi, alla luce del risultato elettorale, paiono aver aiutato più Zuckerberg a diventare presidente che l’utente medio a rimanere in contatto con le persone della sua vita.

Con Brazil Terry Gilliam ipotizza un mondo distopico in tutti i suoi macabri dettagli

Con Brazil Terry Gilliam ipotizza un mondo distopico in tutti i suoi macabri dettagli

Ma c’è dell’altro. I personaggi della pellicola si muovono su automobili monoposto come i profili Facebook e Instagram della maggior parte dei fruitori. Se nella realtà del social network il gonzo cinquantenne che crea un profilo condiviso con la moglie va incontro a motteggi e canzonature, nella finzione audiovisiva ciò appare più drasticamente vietato. Come ogni individuo possiede il proprio abitacolo, è anche in possesso di un minuscolo appartamento grigio, zeppo di elettrodomestici spesso malfunzionanti, forse simili a quelli costruiti per Willow Park: in una delle prime scene osserviamo il protagonista svegliarsi dopo un sonno turbato, attraversare alcune stanze anguste e farsi preparare la colazione dalle varie macchinette delle cucina. Una volta sfornata la frittella, il protagonista non riesce a mangiarla, forse perché troppo bollente (a conferma dell’eccesso di tecnologia poco efficiente), forse perché totalmente disabituato anche alle attività elementari.

In un tale scenario si inserisce il regime, che ricordiamo funzionare attraverso il meccanismo di reperimento dell’informazione e successivo intervento sul campo, a sostituirsi alla persona in qualsiasi funzione. Non ci stupiremo allora se, proprio durante il mandato appena principiato, diventassero di uso comune l’auto che si guida da sola, il robottino che spiccia casa agli anziani al posto della badante, il medico di famiglia elettronico che diagnostica patologie a distanza e il giornalista robotico che scrive i pezzi attraverso gli algoritmi. Non sapremo più mangiare e dormire (il protagonista è vessato da sogni ricorrenti che lo angosciano) ma non muoveremo più un dito che non serva ad accendere una macchina.

L’IMPERO (Metropolis, Fritz Lang, 1927)

Cambieremo lavoro diverse volte, diceva il nuovo presidente in uno di quei discorsi universitari in parte riportati sopra. Si è infatti accennato a dei sottotesti non esattamente rassicuranti nascosti nella gaia retorica di Zuckerberg, entriamo ora più nel dettaglio. Se il fatto del cambieremo lavoro diverse volte – magari pronunciato con un certo entusiasmo progressista – non ci piace per niente, mettiamo direttamente mano alla pistola di fronte alla litania de “il progresso ha bisogno che l’umanità sia unita non soltanto in quanto città e nazioni ma come una comunità globale”, sentenza che nella distopia che immaginiamo profila una sorta di impero globale che, in questo caso molto realisticamente, terminerebbe un lavoro iniziato tempo addietro. In altre parole, e ricapitolando quando detto, ci potrebbe aspettare una società globale priva di pensiero alternativo, gestita (e non governata) da un amministratore delegato che teorizza il dominio delle informazioni, la cessazione di qualsivoglia orientamento ideologico e che per anni ha evaso miliardi ma oggi va raccontando belle favolette sull’uguaglianza e il divario sociale. In sostanza, se Fritz Lang dovesse oggi realizzare il suo Metropolis descriverebbe precisamente una simile situazione.

L'architettura della città di Metropolis influenzerà quella mostrata nel cyberpunk Blade Runner

L’architettura della città di Metropolis influenzerà quella mostrata nel cyberpunk Blade Runner

Tra i capolavori del cinema espressionista, Metropolis ipotizza un futuro oggi prossimo (il 2026) in cui l’omonima città è governata da un gruppo di industriali di successo che arroccato nei propri grattacieli domina una società costituita esclusivamente da operai. In questo contesto lo scienziato che ha progettato le macchine di Metropolis sta per produrre un prototipo di uomo-macchina che potrà presto sostituirsi alla persona in ogni sua mansione. Lasciando anche qui da parte ogni considerazione sulla pellicola, la cui fama dice tutto, limitiamoci a segnalare preoccupanti similitudini con ciò che potrebbe succedere da domani in avanti.


Alcune scene di Metropolis

Il figlio dell’imprenditore che gestisce Metropolis vive in un giardino arcadico circondato da divertimenti e belle donne, un quadretto bucolico che rimanda alle righe trionfali con cui alcuni giornali descrivevano il tanto verde presente a Willow park. Sperando che questa non sia dunque un’esclusiva dei dipendenti e degli utenti delle applicazioni di Facebook, aggiungiamo carne al fuoco ritornando sulle parole del presidente e sulla gestione dell’impero. Nel riempirsi la bocca di belle parole Zuckerberg toccava con una certa ingenuità alcune tematiche cruciali, tra cui la sostituzione sempre più frequente dell’operaio con l’androide. In Metropolis i lavoratori progettano un piano sovversivo guidati da una donna che tutti i giorni detta la linea alla massa operaia nei sotterranei della città. La guida del gruppo dissidente sarà allora rapita e poi sostituita con l’androide, che avrà il compito di reprimere la potenziale rivoluzione attraverso una predicazione che rassicuri il popolo. Ecco che la questione della robotizzazione e quella dell’informazione che penetra ovunque convergono e si uniscono, nella finzione cinematografica, in un unico nucleo: il monopolio dell’informazione. Uscendo dal film per rientrare nella nostra attualità, il disegno del presidente di eliminare ogni dualismo per creare la tanto agognata società globale pare passare proprio da un meccanismo di dominio delle informazioni e dell’informazione, del mercato del lavoro e del pensiero dei cittadini.

Il bucolico giardino in cui vive il figlio del dittatore di Metropolis

Il bucolico giardino in cui vive il figlio del dittatore di Metropolis

Si dirà che, in quanto uomo di sinistra, Zuckerberg non potrà mai cedere ai vantaggi dell’automazione industriale. A noi pare invece che di sinistra abbia avuto solo la propaganda che così lo ha dipinto. Vaneggiare banalità sulla disuguaglianza e sulla robotizzazione del lavoro – questioni fondamentali se trattate con raziocinio – e sull’abbattimento delle divisioni a livello mondiale – retorica che invece, come detto, nasconde trame preoccupanti – ha fatto passare per sinistrorsa una narrazione da sedicenne liceale che, nei fatti, di sinistra ha ben poco. Ci sarà poi chi ricorderà come Mark non sia né di destra né di sinistra, semplicemente un genio prestato alla politica per il bene del mondo, e saranno quelli che involontariamente avalleranno la nostra idea distopica di non-ideologia, non-governo e semplice gestione di una gigantesca azienda.

Il lettore più attento avrà infine notato come nell’impertinente esercizio di stile imbastito ci sia stata una minima logica nell’accostare i contenuti, ovvero le caratteristiche del futuro descritte nelle tre tappe, con il tipo di pellicola distopica associata. Il risultato è un’apparente verifica dell’ovvio, ovvero di come più il futuro ipotizzato ci pare lontano da ciò che potrebbe accadere a breve, più il film associato è anagraficamente anziano. Al contrario, più la pellicola è recente, più profila un futuro prossimo molto vicino a quello che sarà realmente. Pare un’osservazione scontata, ma due considerazioni che ne derivano sembrano essere interessanti: primo, le produzioni cinematografiche di fantascienza distopica tendono sempre di più, con le dovute eccezioni, a ipotizzare mondi vicini, mentre in passato, se pensiamo a Metropolis, il futuro descritto era distante di decine di anni, tanto che oggi ancora non lo abbiamo vissuto. Secondo, l’effetto finale di questa tendenza sarà un movimento bilaterale che potrebbe portare a un compromesso tra distopia e realtà, che si incontreranno esattamente in questo mandato presidenziale. Buon futuro.