Per chiunque queste tre parole rimandano immediatamente alla bellissima Anita Ekberg che si bagna nella Fontana di Trevi, invitando Marcello Mastroianni a raggiungerla. Una scena entrata nel mito e nell’immaginario collettivo, divenuta icona di un’epoca, come il film di cui fa parte, La Dolce Vita di Federico Fellini. Un affresco in bianco e nero di una Roma ruggente e in fermento, appena uscita dal suo dopoguerra e avviata insieme all’Italia verso il boom economico e i favolosi anni ’60. Una Roma pigra e sfarzosa, che vive la sua belle epoque tra i caffè e i night di quella via Veneto diventata ritrovo del bel mondo capitolino, dove intellettuali, attori e magnati si incontrano e tra una coppa di champagne e l’altra, pieni di entusiasmo, fanno mille progetti su un futuro che dopo la ricostruzione appare più dorato che mai.

È di pochi giorni fa la notizia che di tutto questo si farà un remake. Dopo anni di offerte rifiutate, gli eredi di Fellini si sono convinti a cedere i diritti del film a una casa di produzione italo-americana di Los Angeles. Questa ci ha tenuto a garantire che il film sarà girato a Roma e gli elementi e le scene che lo hanno reso immortale saranno presenti e resteranno invariati, e che il prodotto finale sarà “all’altezza” dell’originale. La febbre del remake, che ultimamente imperversa in un cinema americano che sembra sempre più a corto di idee, ha dunque colpito anche qui. La Dolce Vita, da 55 anni capolavoro insuperato, esempio e lezione del cinema italiano nel mondo si appresta così a esser fagocitata, masticata, stritolata dall’abnorme macchina hollywoodiana, e a diventare una Sweet Life 2.0 in HD.

Non ci è dato sapere a chi toccherà cimentarsi nell’ardua impresa di far rivivere a colori Marcello Rubini e Sylvia. Quel che sappiamo è che la magia che rese immortale La Dolce Vita stava nella bellezza iconica della Ekberg, nella rassegnata malinconia di Mastroianni, in quelle luci e quegli effetti che solo il bianco e nero poteva dare. Oggi, senza Fellini, senza la Ekberg, senza Mastroianni, l’elaborato industriale in alta definizione che uscirà dalle fornaci di Los Angeles sarà ancora La Dolce Vita? O sarà solo un sottoprodotto annacquato, pallida e grottesca riproposizione in salsa moderna di qualcosa che non c’è più? C’è da immaginarsi i novelli Mastroianni ed Ekberg, ammollo nella fontana di Trevi, che improvvisamente tirano fuori l’iPhone e iniziano a scattarsi selfie da condividere su Instagram: #trevifountain, #sweetlife, #love.

Ma poi, quale dolce vita andrà a raccontare per le vie di Roma l’ancora incognito regista? Al Cafè de Paris di via Veneto c’è ormai solo qualche sparuto turista giapponese che si fa sfilare 4 euro per un cappuccino; gli attori e gli intellettuali a caccia di occasioni sono spariti da tempo. Per la via non sfrecciano più le vespe dei paparazzi a caccia di scoop, ma solo qualche grigia auto targata CD; a passeggio per il centro non ci sono più le giovani rampolle di una rampante Roma borghese, ingioiellate e fresche di messa in piega, ma orde di turisti russi assetati di shopping. La Roma di oggi è una città stritolata da sette anni di crisi, assuefatta agli scandali e al malcostume che la percorrono ogni giorno, una città in cui si bada a spese e si contano gli spicci per poter andare a mangiare una pizza fuori. È certamente la stessa città di 50 anni fa, indolente, che sonnecchia pigra e sorniona, appesantita dai suoi troppi millenni di storia; ma sotto questa coltre che senza dubbio è parte del suo intramontabile fascino, non c’è più quella dolce vita da raccontare. I fasti di via Veneto e i meravigliosi anni 60 sono acqua passata.
Forse quindi certi capolavori andrebbero lasciati nel sacrario del quale meritatamente fanno parte, per essere da lì ammirati e compresi in tutta la loro grande, e irripetibile, bellezza. Invece si preferisce andarli a profanare e immolarli sull’altare dell’industria cinematografica, chi se ne importa se per renderne una copia indegna e sbiadita. L’importante è fare cassa, come hanno già capito in casa Fellini.