Madre!, nuova pellicola di Darren Aronofsky, si inserisce a prima vista in una continuità tematica che collega alti e bassi della carriera del regista: dal fenomenale lungometraggio d’esordio Pi Greco, al frainteso The fountain fino al deludente Noah, il cineasta statunitense aveva già affrontato l‘indagine mistico-teologica su significato della vita, divinità e cosmogonia. Così è anche per quest’ultima opera, nella quale assistiamo all’evoluzione del rapporto tra Javier Bardem (il Padre), poeta affermato ma con il blocco dello scrittore, e Jennifer Lawrence (la Madre), la sua giovane compagna, impegnata nel restauro della casa nella quale abitano. La loro relazione viene turbata dall’arrivo di una coppia molto particolare di ospiti, al quale seguirà un crescendo di eventi culminante in un finale esplosivo. La bellissima protagonista è al centro quasi di ogni ripresa e della nostra attenzione, il regista cerca di farci empatizzare il più possibile con lei scegliendo spesso primi piani, inquadrature appena dietro la spalla o direttamente dal suo punto di vista, come per guardare attraverso i suoi occhi i movimenti dentro la grande casa, vera e propria co-protagonista della pellicola.

La pianta ottagonale della casa è stata progettata per simboleggiare il cervello umano

La pianta ottagonale della casa è stata progettata per simboleggiare il cervello umano

Darren ci conduce attraverso le vicende della coppia con una buona regia, specie nel ritmato inizio e negli ultimi, visionari, minuti, dall’impatto estetico facile, ma efficace. La trama è una metafora del rapporto tra uomo e natura, come raccontato molto semplicemente dallo stesso Aronofsky: Jennifer Lawrence è lo spirito della Madre terra, Bardem è Dio, la casa nella quale vivono è il nostro pianeta e la gente che arriva a visitarla è l’umanità. La trama segue le principali vicende di Antico e Nuovo Testamento: l’uomo nell’Eden, la cacciata di Adamo ed Eva, l’episodio di Caino e Abele, il Diluvio universale, la nuova alleanza, la nascita e la passione del Cristo, il mondo moderno. L’allegoria è tuttavia tanto evidente e diretta da risultare quasi banale per un regista che ci ha fatto conoscere ben altra complessità; e gli espliciti riferimenti biblici finiscono per trasformare il film in un rebus piuttosto semplice da interpretare. Spiegava ai suoi studenti il Maestro Tarkovskij, riferendosi all’uso eccessivo di allegorie e simbologie nel cinema:

Queste trovate sono nemiche del regista: sia nella messa in scena, sia nel montaggio, sia nelle riprese, insomma, in tutto. Lo spettatore si relaziona a queste trovate come a un sistema di geroglifici, cercando di decifrarne i suggerimenti possibili. E lo spettatore non pretende più solo dei simboli, ma anche che si possa leggere il simbolo facilmente (…) in pratica un regista fa le veci di una guida. È una specie di dito che indica. Oggi questo regista-guida è quello richiesto dal nostro cinema commerciale (…) il regista-guida non crea arte, ma un gioco.

Proviamo comunque a concedere fiducia ad Aronofsky e a scendere più a fondo nelle sensazioni anche letterarie di Madre!: immaginiamo che in realtà, per una volta, la vicenda biblica sia solo una distrazione, un finto bersaglio, che la lettura ecologista sia solo il primo livello. Di cosa starebbe parlando allora il regista? Di sé. La cosmogonia messa in scena è un’autocritica, dalla tragica ironia, del lavoro del creativo – sia esso uno scrittore, un poeta, un regista (come Aronofsky) o una divinità.

Mentre Javier Bardem è un vanitoso Poeta/Padre/Creatore, Jennifer Lawrence è una sempre più trascurata Moglie/Madre/Natura

Mentre Javier Bardem è un vanitoso Poeta/Padre/Creatore, Jennifer Lawrence è una sempre più trascurata Moglie/Madre/Natura

Egocentrico, viziato, puer aeternus, il creativo vive la prima fase della pellicola accudito dalla compagna, che lo sopporta e lo supporta quando è incapace di scrivere e di creare, tollerando il suo essere nervoso, intrattabile e irriconoscente. La donna ha in casa l’ombra dell’uomo che conosce, un inetto, ma lo ama senza riserve. Verranno tempi migliori… e infatti giungono: il creativo si riaccende non appena uno sconosciuto si presenta alla sua porta lusingandolo. Non importa quanto le sue lodi siano frivole e superficiali, sono sufficienti a mettere in secondo piano la compagna.

Di più, l’intimità che essa ha con tanto amore difeso quando il creativo era più fragile, è ora senza complimenti invasa dal fan club del compagno. La situazione non fa che peggiorare con il successo clamoroso della nuova opera del poeta. Il pubblico dimostra di non capire nulla di poesia, ma se ne innamora, si accalca alla porta del poeta venerandolo e questo ricambia con generosità, accogliendo a tal punto il pubblico nella propria casa da lasciare che venga letteralmente distrutta la vita privata della coppia. Non è difficile leggervi un parallelo con il perverso meccanismo dello star system hollywoodiano. La Madre entra in grande difficoltà, il Padre è assorbito dall’ammirazione e non si cura più di lei.

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Aronofsky, che certamente non fa sempre film di facile accesso, indica chiaramente che all’autore interessa solo l’amore del pubblico, il successo, non che il suo messaggio sia compreso. Anzi, con l’aumentare della sua diffusione il significato dell’opera è inevitabilmente sempre più travisato. Non importa. L’autore, il padre, è un buono, un ingenuo, il fine non è l’arte, ma l’amore che se ne ricava. Successo, fama, affetto nutrono il creativo; egli non è né buono né cattivo, ma arrogante ed egocentrico, infantile, prodigo. I suoi pregi sono i suoi difetti e sono sconfinati.

L’invasione è totale, il pubblico divora la casa, il figlio neonato, la relazione con la Madre. Lei ha una forza incredibile che spende tutta al servizio del creativo, delusione dopo delusione, tradimento dopo tradimento. Lui non la ama, ama l’amore che lei ha per lui. Questo è il punto focale, sia parlando di Dio (specialmente quello dell’antico testamento) che del creativo. La resa dei conti si avvicina, le due differenti linee interpretative, quella superficiale e quella sotterranea, corrono fino alla fine parallele. Gli ultimi minuti saranno uno svelamento: lei è dal principio destinata a consumarsi d’amore, esplodendo in lui così da dargli nuova vita. Lui ricambierà sostituendola, immediatamente, con un nuovo entusiasmo: il velo è strappato, non si è mai parlato della cosmogonia, ma delle relazioni immature di uomini maturi. Il ciclo di creazione e distruzione del cosmo è lo stesso dei rapporti sentimentali, aperti dall’ardente promessa che non finirà come l’ultima volta, alimentati dai resti delle vecchie relazioni, infine nuovamente bruciati.

Il fuoco come simbolo della distruzione e della creazione, come pure dell'amore, è una presenza che avvolge tutto il film

Il fuoco come simbolo della distruzione e della creazione, come pure dell’amore, è una presenza che avvolge tutto il film

Così forse è stata la vita dello stesso Aronofsky, un alternarsi di silenzi spesi a raccogliere i cocci, aiutato da una donna che lo amava, per poi permettere che la propria vita privata fosse devastata da esposizione pubblica, successo e adulazione. A farne le spese entrambi, a trarne i benefici solo lui. Madre e Padre simboleggiano due tipi diversi di amore. La scelta, quella tra un autentico amore privato e quella tra un finto amore pubblico, ricorda la decisione di Achille tra una vita breve e straordinaria e una vita lunga e ordinaria.

Solo che per il Padre non c’è una vera scelta: l’amore è per lui una droga. Non stiamo guardando un film né sulle relazioni né sulla divinità, bensì sulla dipendenza. L’amore è consumato e mai bastante, perché quando l’unica cosa che sai fare è creare, nulla può essere mai completo: sennò, che ci sarebbe ancora da creare? Siamo nel Sottosuolo di Dostoevskij. Siamo tematicamente più vicini a Requiem for a dream che a The fountain o Noah (per fortuna).

La dipendenza, la solitudine e la distruzione che possono scaturire da una relazione sono forse una chiave di lettura del film più interessante di quella ecologista

La dipendenza, la solitudine e la distruzione che possono scaturire da una relazione sono forse una chiave di lettura del film più interessante di quella ecologista

Dopo questa immersione nella simbologia individuale, nella storia di un consumatore seriale di relazioni, edonista ed immaturo, possiamo tornare a una cosmogonia che unisca il dio ebraico, quello cristiano e la reincarnazione orientale nella figura di un essere potentissimo, incapace di controllarsi, generoso e amorevole con tutti, immaturo. Ed è piacevole fare questo tipo di considerazioni a breve distanza dall’uscita di Alien:Covenant e Blade Runner 2049, entrambe pellicole che parlano di creazione dal punto di vista delle creature, mentre qui assumiamo finalmente la prospettiva del creatore. Il David/Fassbender di Alien alla domanda “perché mi hai creato?” riceveva dal suo inventore la terribile risposta “perché potevo farlo”; Bardem gli risponderebbe “perché ne avevo bisogno“.

Se un merito possiamo riconoscere a “Madre!” è quindi che si domanda il perché, trasformandosi in un’indagine non più sul delitto, ma sul movente. Nel farlo il regista indaga su sé stesso, come creativo e come uomo, scoprendo che le vere vittime sono le compagne passate, presenti, future, consumate dal fuoco della passione e dell’indifferenza, sacrificate. Forse questa lettura è tutta una nostra invenzione, una esagerata concessione a quel gioco di letture/interpretazioni al quale Tarkovskij ci suggeriva di non partecipare; o forse è solo un invidioso avvertimento alla meravigliosa protagonista del film e attuale fidanzata del regista, Jennifer Lawrence.