di Matteo Mollisi

Portare Shakespeare al cinema è una responsabilità enorme: un monito scontato, che ogni regista che si accinga a tentare l’impresa non può fare a meno di recepire? Per niente, dal momento che esistono casi in cui chi doveva essere consapevole di questa responsabilità non lo è stato, e il disastro è dietro l’angolo (Qualcuno ha detto Hamlet 2000?). Inoltre, poiché l’opera in questione è nientemeno che il Macbeth, il monito di responsabilizzazione sarà necessariamente aggravato: gli adattamenti precedenti portano infatti le firme di Orson Welles e Roman Polansky.

Justin Kurzel, regista australiano al suo secondo lungometraggio, a quanto pare non ama lasciarsi prendere la mano. Macbeth è la tragedia più breve di Shakespeare, e questo gli consente di trasporre integralmente i dialoghi letterali in meno di due ore. Ma, proprio in virtù della sua brevità, è forse anche la tragedia più densa, quella in cui ogni scena, ogni dialogo, ogni battuta assumono un’importanza determinante. Kurzel si rivela attento come uno scolaro, e non si lascia sfuggire niente: ogni sillaba è messa in risalto, ogni battuta è protagonista e riesce a ritagliarsi il suo spazio nella pellicola, spesso grazie a sapienti primi piani e ad un’atmosfera pervasa da un’immobilità claustrofobica, e ovviamente anche per merito di un’ottima prova di tutto il cast.
Ma il grande protagonista del Macbeth di Kurzel non è l’ottimo Fassbender e nemmeno la Cotillard nel ruolo della perfida moglie del re, ma il genio di William Shakespeare, e si ha quasi l’impressione che il film, più o meno consapevolmente, riesca a lasciar tarsparire quello che forse è il tema ultimo della tragedia, il livello più profondo: il contrasto tra il dramma personale del protagonista e l’inconsistenza complessiva della sua vicenda nel complessivo e perenne susseguirsi delle contese degli uomini, “come nuotatori che si avvinghiano e si annullano a vicenda”. Non era di certo scontato.

Da buon regista che ha capito cosa fare quando si ha a che fare con Shakespeare, Kurzel si toglie di mezzo e scompare dietro la figura del Bardo, impostando l’intero film sulla riverente fedeltà al testo originale. Tutto è quindi come da copione: all’inizio è Lady Macbeth a trascinare il marito titubante, fomentandone l’ambizione; poi i ruoli si invertono, ed è lui ad essere sempre più coinvolto in una spirale di sangue e ambizione, mentre lei rivela la sua inconsistenza e perde convinzione, rendendosi conto di aver creato una bestia ormai indomabile. Chi conosce la trama e i personaggi deve aspettarsi di non trovare sorprese.

Qualche nota a margine: Kurzel vuole farci sapere fin dalla prima scena che non sta girando Braveheart, e intercala slow motion in mezzo al tumulto della battaglia che apre la tragedia. Poi, soltanto in un paio di varianti sceniche il regista australiano cede parzialmente alla tentazione di metterci del proprio: Macbeth che punta un pugnale al ventre della moglie; Lady Macbeth che nel celebre monologo sulle mani sporche di sangue si rivolge ad un immaginario Macbeth bambino.
Ad ogni modo, troppo poco per deviare dalla strada che Kurzel si è imposto, e che ha saputo mantenere con una certa coerenza; il suo Macbeth è quasi austero nel rigore che si impone dalla prima all’ultima scena. La fotografia, con i paesaggi scozzesi brulli e indifferenti ed i cupi e claustrofobici interni dei castelli, gioca a questo proposito un ruolo funzionale ed encomiabile.
Nella battuta più celebre della tragedia, Macbeth, stringendo la moglie morta, paragona la vita ad un’ombra che cammina, ad un misero attore e ad un racconto narrato da un idiota.
Parafrasando, si può dire che Kurzel, nel farsi ombra di Shakespeare, abbia fatto la cosa più sensata, riuscendo per quanto possibile a ricalcarne la grandezza sul grande schermo, e che il suo Macbeth, grazie ad attori per niente miseri, riesca alla fine ad evitare di essere il racconto, o meglio, l’adattamento, di un idiota.