di Giacomo Pellegrini

A imitazione dell’edonismo reaganiano, l’Italia craxiana si era tuffata nella Milano da bere, nelle tv private a colori e nel calcio di Platini e di Maradona. La vita era fatta a immagine e somiglianza del mito a stelle e strisce: dai jeans ai panini, passando per il linguaggio che diventava così sempre più anglofilo, come a volersi vergognare della lingua di Dante, Tasso, Manzoni;  l’era, luccicante e rampante, del Pentapartito e delle battaglie del Partito Radicale che portava Ilona Staller in Parlamento.

Erano, beninteso, anche gli anni di Ginger e Fred e soprattutto de La Voce della Luna, ultimo capolavoro del più grande regista italiano di tutti i tempi, Federico Fellini, che da quando il governo aveva liberalizzato il mercato delle televisioni private non riusciva a sopportare più la pubblicità che interrompeva la visione dei film. Il regista riminese sapeva benissimo che l’unico modo delle tv private per finanziarsi nell’immediato fosse la pubblicità, ma non riusciva a sopportare l’idea che essa avesse perfino il potere di interrompere le proiezioni di un film costringendo così lo spettatore a interrompere la propria attenzione rendendolo un “cretino impaziente, incapace di concentrazione, di riflessione, di collegamenti mentali, di previsioni, e anche di quel senso di musicalità, dell’armonia, dell’euritmia che sempre accompagna qualcosa che viene raccontato”, argomenta l’autore di 8 ½ in una nota intervista a Tullio Kezich all’epoca. Spinto da una profonda delusione verso la civiltà dei consumi degli anni ’80, verso il suo Paese che è sempre stato in grado di accoglierlo quando vinceva gli Oscar ma mai di capirlo e di prenderlo sul serio, ispirato dal romanzo di Ermanno Cavazzoni, Il Poema dei Lunatici, decide di terminare la sua carriera cinematografica con un film in cui parla di azioni sospese, di coiti interrotti, della meccanica che supera la razionalità, riuscendo a trovare metafore perfette per spiegare il degrado e la mancanza di etica e di morale che grondava in quegli anni.

Chiamando a sé il maggior attore comico italiano di quegli anni, Paolo Villaggio, e quello più talentuoso, Roberto Benigni, Fellini è stato in grado di sciogliere le maschere teatrali che questi due attori avevano sempre portato con sé fino a lì. Il genovese era così diventato un alter ego del regista romagnolo; disilluso, disincantato e arrabbiato verso il mondo; il fiorentino invece era un giovane ancora ingenuo e innamorato della vita. I due personaggi del film si conosceranno in una sagra paesana e insieme andranno in un capannone in mezzo ai campi dove, ne è convinto il vecchio, si sta organizzando un complotto ai loro danni. In realtà, questo capannone è un misto tra un rave e uno studio televisivo – chiara la parodia della trasmissione del Biscione Drive In – dove ragazze bellissime ballano in maniera disordinata e la cabina di regia decide che cosa filmare e cosa no. Il ragazzo interpretato da Benigni, Ivo Salvini, aveva recuperato precedentemente una scarpa di una ragazza che gli piaceva e, eccitato dalle forme delle ballerine e dai loro movimenti, decide di farle provare a loro: “Siete tutti Aldina!”, esclama arrapato, dopo aver visto che i piedi di tutte quelle ragazze calzavano. Allontanato in maniera rocambolesca dal rave, assieme al vecchio, Ivo si ritrova pochi giorni dopo nella piazza del paese dove una conferenza stampa annuncia che dei loro concittadini avevano catturato la luna provocando un disordine e un caotico clamore nel paese. Ivo, forse anche disilluso da questa esperienza, conclude il film dicendo: “Se facessimo un po’ di silenzio, forse se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”.

Fellini ha provato a dirci, in questo suo ultimo film, che le nostre azioni, i pensieri del nostro cervello, sono continuamente interrotte da stimoli esterni che ci deconcentrano, annullando qualunque tipo di relazione autentica verso i nostri cari, divenuti parte sostituibile di un sistema meccanico in grado di ottenere una chimica che sia in grado di procurare piacere incondizionato all’utente, distraendolo, allontanandolo da qualunque tipo di riflessione individuale, di originalità, di autenticità, diventando così un consumatore depensante pronto a spendere e ad ascoltare senza capire alcunché. Il significato della pellicola può divenire quasi testamento spirituale del grande cineasta: spegnere definitivamente quella scatola chiacchierona e inconcludente per metterci finalmente ad ascoltare, in silenzio, tentando di provare a capire qualcosa con la propria testa.

Ovviamente l’Italia accolse il film in maniera talmente rumorosa che non lo capì: a Fellini, a quel punto, non restava che sperare nella vittoria del referendum sull’abolizione delle interruzioni pubblicitarie durante la messa in onda dei film nelle televisioni. Persa anche questa battaglia,si ritirerà in silenzio assieme alla moglie, Giulietta Masina, amaramente consapevole di aver dato tante opere ad un paese che, come per tanti altri monumentali artisti, poco o nulla voleva o sapeva comprendere