La trasposizione cinematografica del romanzo “Lui è tornato” di Timur Vermes supera di gran lunga, al contrario dei luoghi comuni, il valore del libro: la visione del film, infatti, consegna allo spettatore una ridda d’emozioni, dal comico all’inquietante, che lascia letteralmente senza fiato, grazie soprattutto alla magistrale interpretazione di Oliver Masucci, perfetto sosia del Fuhrer.

La trama è nota: Hitler si risveglia nella nostra epoca, nella Berlino multiculturale e alienante del 2011, e inizia un rapido e frainteso cursus honorum da comico grazie all’intervento di un disastrato e squattrinato regista, che lo introduce nel moderno circuito dei mass-media. L’utilizzo della televisione permette al redivivo leader nazista di diffondere nuovamente i temi e gli slogan a lui tanto cari- disoccupazione, paura, povertà, miseria, voglia di forza e d’ordine, violenza- incredibilmente calzanti con lo scenario contemporaneo. In breve tempo diviene così popolare, nonostante sia ritenuto un mero caricaturista, da poter realisticamente prevedere un nuovo periodo di governo, sostenuto da una moltitudine sterminata di sani e onesti tedeschi.

Il capolavoro della pellicola sta proprio in questo frame: senza mai cadere nell’ovvio, l’intera opera si mantiene sul filo del rasoio, oscillando tra il registro comico-grottesco e quello più propriamente drammatico, e facendo ridere (tanto) e mostrando, alla guisa d’un documentario, i vari e veri meccanismi psicologici che hanno permesso l’affermazione delle dittature totalitarie. La spannung del racconto si manifesta volutamente alla fine, quando la tensione latente esplode eliminando ogni barriera tra reale e immaginario, scena e verità, fondendo in un serrato dialogo finale (che non vogliamo anticipare) le paure, le ansie e quasi il terrore di chi ha inteso, finalmente, la vera natura del “personaggio” Hitler. Quei minuti, sostenuti da un serio lavoro di fotografia, valgono l’intero film, evidenziando in un vortice narrativo gli enormi interrogativi che ancora, a distanza di settant’anni, opprimono la Germania e i tedeschi, incapaci di superare definitivamente gli orrori del Terzo Reich.

Beninteso, Lui è tornato colpisce a fondo anche lo spettatore non germanico. Nel Vecchio Continente squassato da una crisi economica senza fine le tensioni sociopolitiche sono ormai in evidente maturazione, grazie soprattutto all’inettitudine e all’impreparazione d’una classe politica continentale ben lontana dai bisogni e dagli interessi dei propri popoli.  Ridotti dai fatti ad essere senza lavoro, senza identità e, sopratutto, senza futuro, gli europei di oggi corrono il rischio, silente ma esiziale, di poter ricadere nel baratro della banalità del Male: e se le elités non hanno imparato la lezione del 1933, cosa ci si può aspettare da chi materialmente non ha di che vivere?

Al netto dell’evidente vis comica, quindi, l’opera di Vermes sintetizza alla perfezione gli orrori di ieri e gli errori di oggi, lanciando tra le righe un disperato monito, affidato, ca va sans dire, ad Adolf Hitler in persona

“Ma quanto sono brutti questi tempi, per subissare il popolo con una tale ondata di idiozie per minorati mentali?

In che paese viviamo?

Povertà infantile, povertà senile, disoccupazione, tasso di natalità a livelli irrisori. E vi stupite? Come si può, in questo stato, mettere al mondo un figlio? Corriamo verso l’abisso profondo, ma non ci è dato avvedercene. Perché in televisione non ci fanno vedere questo abisso. No, affatto, loro cucinano.”