di Alessandro Cutrona

Quando parliamo di cinema la logica lascia ampio spazio all’immaginazione, e questa finisce per cibarsi di romanzi letti, storie amate, protagonisti indimenticati, finali inaspettati, generando vere e proprie visioni ad occhi aperti. E’ proprio in quegli attimi che realizziamo un sogno nel sogno: la realtà audiovisiva. Per i blasonati blockbuster risulta agevole muoversi nelle acque cristalline dei software di postproduzione, ma, per fortuna, vi sono le eccezioni; una tra le più recenti è Room regia di Lenny Abrahamson, vincitore del premio Oscar per la migliore attrice femminile a Brie Larson.  Un thriller emblematico che si affida ad una narrazione semplice come un dialogo tra madre e figlio; l’inusuale che lo rende capolavoro è il set: una stanza, quasi una lezione per tutti i location manager in circolazione. Lo svolgimento diegetico segue copiosamente quello narrativo del romanzo dal quale è tratto Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue (2010), omaggiando in questo modo la semplicità delle cose, oggetti e mobilia che arredano gli spazi entro i quali viviamo e sogniamo, proprio come il piccolo protagonista Jack.

Cosa ci separa dal mondo? Perché viviamo delimitati da confini tangibili quando lo spazio o le combinazioni di questo sembrano essere infinite? Perché l’essere umano non può fare a meno delle sue abitudini e che cosa sono le abitudini? Cosa significa vivere? Chi è l’essere umano? Chi decide cosa è vero da cosa è falso? Perché i cartoon della tv sono definiti finti? Perché l’uomo trae piacere dalla finzione? Interrogativi che almeno per un momento avranno attraversato l’emisfero cerebrale destro piuttosto che quello sinistro del pubblico durante la visione, un viaggio immobile come lo spettatore che abita la sua poltrona al cinema: eppure, la sensazione è quella di superare ogni barriera reale o virtuale, certa o ipotetica per cominciare a vivere privi da ogni condizione dettata. Room corteggia l’indipendenza come condizione essenziale per tirare avanti, omaggia il necessario per resiste giorno dopo giorno, non si limita a raccontare il proprio dramma (il rapimento della madre Joy a opera del vecchio Nick con conseguente stupro e in seguito, la nascita di Jack) ma in linea con la tragedia greca si serve della figura del coro, in questo caso invisibile, per riverberare all’infinito i fiati spezzati di una claustrofobia priva di apparente soluzione.

La prima parte dei centodiciotto minuti di visone sono dediti ad una distopia al neon e del luminoso livore che produce sugli oggetti, confermando la tesi de Il sistema degli oggetti del filosofo Baudrillard secondo il quale elettrodomestici e arredamento dettano le regole del nostro vivere mediante segni e simboli, diffondendo silenziosamente una certa ideologia, un riferimento abilmente citato attraverso inquadrature in grado di far confinare la realtà oltre lo spazio tangibile delle cose, dichiarando pertanto, l’esistenza di un mondo esistente al di fuori di un frame. L’insostenibile pesantezza dei confini è il timore che ogni uomo tutto sommato detiene: la caducità degli eventi e del tempo che scorre ininterrottamente- Room è un film che parla delle nostre paure, ansie, pensieri, distaccandosi dal mainstream azzardando e vincendo la sfida nel migliore dei modi; appare interessante inoltre, il rapporto tra i personaggi e lo spazio circostante, le camere posizionate tra le pareti, sotto il pavimento o sul soffitto, un’osservazione che la regia cinematografica e non solo sta costantemente esplorando, tendenza nota anche tra i registi per i videoclip musicali come ad esempio Sia per Helastic Heart, Woodkid per Take a care, Colin Tilley per Alright. In conclusione, se lo spettatore al cinema è solito “fare esperienza” davanti ad un titolo del genere “sopravvive” e porta con sé una lezione degna di nota.