di Marco Zonetti

Da qualche anno a questa parte, chi bazzica la Francia è abituato a vedere in primo piano nei centri multimediali il DVD de La bella gente di Ivano De Matteo, prodotto nel 2009, vincitore nello stesso anno del Gran Premio al Festival del film italiano di Annecy e uscito nelle sale italiane soltanto a fine agosto 2015. Curioso che un film così apprezzato oltralpe, tanto da meritarsi riconoscimenti ufficiali e il posto d’onore sugli scaffali degli esercizi commerciali da Calais a Marsiglia, abbia dovuto attendere ben sei anni per approdare sui nostri schermi a causa di non meglio precisati problemi distributivi. Altrettanto curioso che sia comparso in Italia nel pieno della crisi dei migranti e nel furore delle polemiche che dividono i fautori dell’accoglienza tout court e chi vorrebbe invece affrontare cum grano salis l’esodo di massa.
La bella gente, ancora nelle sale in alcune città, è il secondo film di De Matteo, già apprezzato “Er Puma” di Romanzo Criminale – La Serie e regista dei successivi Gli equilibristi del 2012 e il celebratissimo I nostri ragazzi, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2014.

Le pellicole di cui sopra costituiscono un’ideale trilogia sulla famiglia e le sue ipocrisie; ma se ne Gli equilibristi e nei Nostri ragazzi, l’elemento disturbatore della quiete è interno al nucleo famigliare, nella Bella gente il fattore scatenante della tragedia è esterno, e precisamente incarnato dalla figura di una prostituta diciassettenne ucraina Irina, che viene accolta in casa da una coppia di facoltosi cinquantenni romani, colti e progressisti ex barricaderi sessantottini: Susanna (Monica Guerritore) e Alfredo (Antonio Catania).
Mentre è in vacanza con il marito, Susanna, che lavora in un centro che si occupa di donne vittime di violenza, nota sul ciglio della statale la giovanissima Irina maltrattata dal suo protettore, e decide di strapparla alla strada e di portarla nell’avita villetta di campagna, con la promessa di aiutarla – al ritorno a Roma – a ricominciare da capo e rifarsi una vita. Inizialmente spaventata dalla solerzia dei due coniugi nei suoi confronti, la triste Irina accetta di restare nella villetta e, grazie alle mille premure dei suoi benefattori, abbandona gli abiti succinti e il rossetto pesante e torna a sorridere e a sperare in un avvenire migliore.
Punzecchiati dai loro ricchi e cinici vicini di destra che “pensano solo ai soldi”, Susanna e Alfredo difendono a spada tratta la scelta di prendersi in casa la giovane sconosciuta e pare che tutto si disponga per il meglio, fino all’arrivo di Giulio, il figlio della coppia, in vacanza al Giglio e venuto a trovare i genitori per il compleanno della madre, assieme alla facoltosa fidanzatina snob. Da quel momento in poi tutto viene rimesso in discussione e la storia prende una piega sempre più amara, che non raccontiamo per non svelare il finale.

In questo film, De Matteo – coadiuvato come sempre dalla moglie Valentina Furlan alla sceneggiatura – si dimostra ancora una volta un ottimo direttore di attori, tutti estremamente in parte, e ci presenta dei personaggi che non sono mai buoni o cattivi tout court, e cui è difficilissimo – anche quando sbagliano palesemente o commettono azioni riprovevoli – dare completamente torto o ragione a seconda dei casi. Accusato ingiustamente di offrire una visione manichea della realtà, a nostro avviso La bella gente riesce invece nel suo intento di descriverla nelle sue sfaccettature più scomode e sgradevoli, evidenziando ipocrisie, perbenismi e falsità e non esitando a sollevare la classica “polvere nascosta sotto il tappeto” delle famiglie borghesi senza tuttavia puntare il dito contro nessuno, anche se chi ne esce peggio è senz’altro una certa parte della società che si vuole per definizione tollerante, accogliente, altruista. Non appena, infatti, sembra dirci il bravo De Matteo nella Bella gente, la vita vera rientra prepotentemente in gioco infrangendo gli scenari idilliaci costruiti sull’ingenuo idealismo e sull’impulsiva benevolenza, la trasformazione da aspiranti benefattori a effettivi aguzzini non tarda ad arrivare scombinando del tutto le certezze e gli ideali di una vita; un tema che il regista riprenderà – approfondendolo con mestiere – nell’apprezzato I nostri ragazzi.

Pur con qualche piccola ingenuità della quasi opera prima, La bella gente è un’opera di grande respiro che sembra perfino più attuale oggi rispetto al 2009, e la sua visione è decisamente consigliata a tutti – in Francia il film è stato proiettato nelle scuole – specie a quella parte politica che, di fronte a una massa di migranti che preme alle frontiere, professa l’accoglienza a tutti i costi, “senza se e senza ma”. Ma questa lodevole linea di pensiero reggerebbe nel momento in cui quei tanti sventurati dovessero ambire a vivere come i loro benefattori, mettendo gli occhi su ciò che questi hanno di più caro? La carità, l’altruismo e la benevolenza riuscirebbero sempre ad avere il sopravvento qualora i migranti aspirassero ad abbandonare le vesti di disgraziati in fuga e di schiavi della povertà per indossare i panni della “bella gente” che li accoglie, pretendendo di insinuarsi nelle loro vite e financo nelle loro case e nelle loro famiglie in cerca di un posto al sole?
Il film di Ivano De Matteo tenta di dare una risposta a questa domanda, centrando in pieno l’obiettivo, inducendo alla riflessione e lasciando un segno nell’immaginario dello spettatore, un segno intenso come l’emblema del film: il rossetto della giovane e sfortunata Irina, simbolo del naufragio delle buone intenzioni, degli ideali e degli sbandierati altruismi di fronte alla cruda e spietata realtà.