di Isabella Cesarini

Esiste un luogo all’interno del quale una creatura incrocia due strade alla maniera di due diversi stati di animo; dinnanzi una scelta. Le indicazioni custodiscono la scritta di differenti, ma precisi itinerari: il primo porta il nome del rimpianto, il secondo quello del rimorso. Nell’atto definitivo di intraprendere la prima strada, la creatura vive nell’inclinazione perpetua piegata sulla mancanza. Sopravvive nel desiderio che più si fa remoto, più la fiamma perpetua nel bruciare. Opera una rinuncia in nome di qualcuno o qualcosa, una dolce abnegazione che per tutto il ciclo vitale si svolgerà sotto la volta dipinta di un acceso spleen. Il rimpianto, nella memoria del pensiero peggiore, rende la persona migliore o quantomeno socialmente tollerata. La rinuncia al tortuoso cammino, fa dell’individuo qualunque, un valoroso prode in brame taciute. La creatura apparentemente meno eroica, predilige il percorso nella discesa del rimorso. L’azione sostituisce l’immobilità; gli angeli del rimpianto evolvono in demoni del pentimento che con il tempo si cristallizza nel fatale senso di colpa. Un’ afflizione continua, spesso legata a un atto presumibilmente considerato contro la società, il castello dei valori e il muro della religione. Contrariamente a quanto si crede, l’operazione è puro movimento contro se stessi. L’elezione del tormentato pentimento come via maestra, figura nella rappresentazione di una creatura tutta d’impeto, che all’approvazione in odore di santità, sceglie la vita. Quella vera, fatta di deflagrazioni, urti, ferite che non cicatrizzano e cadaveri maleodoranti.

Il rimorso, avvolto all’infedeltà nell’immagine femminile, defluisce nella maggior parte dei casi all’interno della soluzione più tragica: la fine della vita. Molta letteratura ha creato, con il solo scopo di distruggere, tragiche figure di eroine maledette. Le ha iniziate, portate in trionfo in un apice di femminilità per poi catapultarle vertiginosamente all’inferno. Sono le adultere, donne abiette che si festeggiano nella scrittura, ma si condannano nella vita. Due troneggiano su tutte: Anna Karenina e Madame Bovary. Il suicidio, nell’animo tormentato dell’adultera, appare come l’unica cura al rimorso che si è fatto patologia infausta nel senso di colpa. Nel ‘900 e nella settima arte, giunge inaspettato un uomo nella sapienza di un regista con una missione ben precisa: liberare la donna dallo svilimento e dallo struggimento mortale. L’opera “Les Amants”, mossa dal racconto settecentesco “Point de Lendeman” di Dominique Vivant Denon, porta in pellicola una figura di donna finalmente liberata dal senso di colpa. La macchina da presa del regista francese Louis Malle si fa pedinamento di una meravigliosa Jeanne Moreau in un film che porta in trionfo l’adulterio liberato dal rimorso. L’infedele, nel sovraccarico di pentimento, non figura più come l’eroina che sceglie la morte, ma la donna consapevole che si dissolve nella passione in un’unicità di mente e cuore.

Il Settecento di Denon diviene il Novecento di Malle dentro una contemporaneità oltre la femmina. L’essere femminile si fa completo e conscio sino all’abbandono del ruolo più importante: quello di madre. La Jeanne del regista non agogna all’icona valorosa e in tal modo non si piega al peccato che la conduce alla morte. La creatura di Malle è una donna, che affrancata da ogni forma di rimorso, si getta nel caloroso abbraccio di un uomo sconosciuto. Individuo che si fa uomo vero nella comprensione, nella timidezza e nell’accoglienza di una creatura altrimenti ripudiata. Gli amanti sono i due dannati in un amore puro, diversi da un amore dannato in figure angeliche. Non occorrono e accorrono condanne ma solo la radice del romanticismo, sottolineato da uno dei più bei momenti musicali: Johannes Brahms nel primo sestetto di archi in si bemolle maggiore dell’op. 18.

La sottolineatura musicale, note da camera tardo romantica, oltre ogni critica cinematografica e benpensante, figura come l’idillio della passione non viva nel rimorso, ma nella totale emancipazione di un amore folle. In Anna Karenina il rimorso è il prepotente intralcio all’avverarsi dell’epifania amorosa. La fine è nella fine. Jeanne è la creatura ribelle, che senza voltarsi, insegue l’istante e lo rende eterno. Non dilata il tempo in uno struggimento senza fine, ma lo afferra e lo piega alla propria passione che si fa distruttiva nell’altro che non è più lei. Il rimorso è una pesante zavorra, un sacco pieno di pietre pesanti e affilate. Il senso di colpa è l’immobilità e l’impotenza davanti a quella vita che fluisce indipendentemente dai tormentati che si porta appresso.