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La produzione di un film può essere associata a quella di un affresco medievale o, più prosaicamente, all’assemblaggio di un’automobile. Si tratta di un oggetto artistico disomogeneo, frutto del lavoro di svariati professionisti, ognuno con delle competenze e funzioni ben precise. C’è chi lo scrive, chi si occupa della fotografia, chi della colonna sonora, chi della fase di post-produzione e via dicendo. Il risultato finale è un prodotto che condensa il lavoro di più maestranze e che si dipana in fasi piuttosto meccaniche, con il regista che, teoricamente, dovrebbe tenerle legate, così come il maestro di bottega organizza e supervisiona l’andamento dell’opera d’arte. Di fatto però accade di frequente che il regista non sia altro che una pedina identica alle altre, relegato quasi al ruolo di semplice operatore di macchina che lascia spazio al produttore, specialmente nei casi in cui quest’ultimo si dimostri particolarmente invasivo ( lo Spielberg producer lo è notoriamente, ad esempio). Nel cinema indipendente tutto questo spesso non avviene, il regista è infatti anche sceneggiatore, direttore della fotografia, produttore, inventandosi tuttofare  cinematografico. Dentro a questo gruppo ristretto di artigiani dell’audiovisivo esiste poi un sottogruppo ancor più elitario che comprende coloro che vantano anche notevoli competenze esterne al mondo del  cinema. Tra i più noti ricordiamo Carpenter, che si è costruito una carriera da musicista parallela a quella di regista, e di esempi se ne potrebbero fare altri.

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S. Craig Zahler

S. Craig Zahler, forse, in fatto di versatilità, supera tutti: musicista, scrittore, sceneggiatore, direttore della fotografia e regista. A vederlo sembra un wrestler anni novanta in pensione, invece questo quarantenne della Florida incarna alla perfezione il ruolo del tuttofare di cui sopra. In questi casi sorge puntuale il dubbio che tale saper fare tutto imponga come conseguenza un non eccellere in nulla. Potrebbe essere questo il caso di Zahler, ma è certo che tali capacità artistiche siano comunque degne di nota. A questa incognita poi si aggiunge un ulteriore elemento piuttosto singolare che caratterizza l’autore in questione: Zahler è probabilmente il regista con più progetti ufficiali in cantiere che lavori alle spalle, come se esistesse nei suoi confronti una fiducia a priori che gli ha permesso negli anni di vendere i diritti di una ventina di sceneggiature poi mai realizzate (una di queste entrata nella black list, la classifica annuale delle migliori sceneggiature non ancora divenute film). Nel 2011 una casa di produzione francese produce una sua sceneggiatura scritta a fine anni novanta, Asylum Blackout, un discreto horror in cui i cuochi della mensa di un manicomio criminale devono sopravvivere a una rivolta dei detenuti durante un blackout elettrico. Non fosse per un finale tanto presuntuoso quanto involontariamente comico, staremmo qui a parlare di uno dei migliori horror degli ultimi anni, ma poco importa. Il film è più che sufficiente e quantomeno ci spiattella in faccia il fatto che anche i cugini Francesi producono buon cinema di genere, mentre qui applaudiamo l’ennesimo dramma farlocco dello/a psicanalista di turno arroccato nelle proprie stanze insopportabilmente borghesi.

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Una scena del film Bone Tomahawk, giudicato dalla critica un formidabile revival del genere western

Il debutto alla regia è un western a basso costo in cui Zahler, neanche a dirlo, si occupa di quasi tutto, dalla scrittura alla colonna sonora, ribadendo la sua natura di regista-artigiano che segue da vicino il proprio progetto. Uscito nell’ottobre dello scorso anno negli Stati Uniti, Bone Tomahawk si fa condottiero di una serie di western che decretano la definitiva rinascita di un genere sempre sull’orlo del tramonto e forse proprio per questo mai completamente scomparso. Due ottusi balordi attraversano un territorio minaccioso nel deserto, fischi inquietanti provengono dal monte, un ominide azzurro compare sullo sfondo e si sbarazza di uno dei due sventurati con una freccia dritta alla gola. Spavento, sangue, titoli di testa e buon divertimento. Bone Tomahawk è per un’ora e passa il più classico degli western in stile Sentieri selvaggi e compagnia, con la donna rapita e il gruppo che parte alla sua ricerca. Il che vuol dire tanta avventura, dramma e qualche pizzico di commedia ad alleggerire il tutto. Il fatto però è che il film è scritto e diretto da Zahler, l’ex leader di un gruppo heavy metal, quello con la presenza fisica del wrestler, quello che ha scritto un horror cannibalesco ambientato in un manicomio criminale e tutto il resto. Questo semplicemente per ricordare come la linearità, il classicismo e il rispetto delle regole dei generi non siano di casa. Succede allora che dai tre quarti di film in poi si assista a qualcosa di estremamente straniante, crudo e allo stesso tempo divertente. L’ideale sarebbe vederlo senza conoscere la trama più di tanto, in modo che il cambio di tono risulti assai più efficace e lasci lo spettatore letteralmente a bocca aperta. Basti allora sapere quel poco che si è detto in aggiunta ad alcune note dolenti ahimè presenti.  Bone Tomahawk è un western classico ma schizofrenico, atipico ed impressionante, non è un capolavoro e non lo vuole essere. Le due ore e più di film rientrano in quell’idea del western canonico di cui si è parlato, ma il girato soffre di un secondo atto troppo allungato, ripetitivo e a tratti poco originale.

Il trailer del film

A ciò va aggiunto un fastidioso tentativo di inserire appena possibile aneddoti comici che rientrano in quella scia post-tarantiniana in stile Guy Ritchie o Martin Mcdonagh qui leggermente fuori contesto e forzata. La colonna sonora risulta quasi assente, scelta assai coraggiosa che rischia di appesantire la visione di certi momenti morti. I protagonisti risultano inoltre eccessivamente tipizzati, il che è un difetto non da poco per un film di due ore. Difficile invece criticare una messa in scena piuttosto scarna, visto il budget anoressico a disposizione. Bone Tomahawk è, nonostante un’estetica non memorabile, insieme a Slow west, il miglior western del 2015 (The hateful eight gioca in un altro campionato), Zahler dimostra di conoscere gli stilemi del genere e di saperli adattare ai propri temi ricorrenti, mettendo poi in evidenza una creatività notevole in fase di scrittura, basti pensare ai rivoltanti dettagli fisionomici che caratterizzano i nemici dei protagonisti.

La spettrale scena iniziale

È come se l’autore volesse deturpare il linguaggio classico mettendolo fortemente in evidenza per poi farlo implodere come una rana di Fedro e,infine, ricomporlo nel finale. Si tratta di un’operazione interessante, come raramente abbiamo visto nel western, di slittamento di genere. Zahler sembra divertirsi, il pubblico anche, il risultato è eccellente, aiutato per giunta dal carisma di un Kurt Russel in grande forma. Bone Tomahawk è un esplosione di anarchia dopo un’ora e mezzo di cinema puntuale, cadenzato, financo scontato ma quasi mai noioso. È un film che dimostra come si possano utilizzare ancora oggi i ritmi di un cinema dimenticato per creare qualcosa di originale e fruibile, oltre che aiutare i più curiosi a comprendere meglio la particolare personalità del suo autore. Non è dato sapere se quando questo artigiano del cinema tornerà dietro la macchina da presa, pare però che la Warner abbia di recente acquisito i diritti per la trasposizione cinematografica di un suo racconto e che sia in procinto di realizzare anche altri film scritti di suo pugno. Per ora tanti annunci e poco di concreto, di certo però quel poco, al momento, ci basta per sperare in un ritorno sugli alti livelli di un’opera prima rigorosa e allo stesso tempo folle, provare per credere.