Mia madre racconta di Margherita (ben interpretata dall’omonima Buy), una regista razionale e intelligente – più razionale che intelligente –  che si trova assediata da quelle pedine micidiali  che la vita sa disporre in plotoni imprevedibili. Il tema di fondo è la morte della madre che avviene a piccole dosi, fino alla fine del film, quasi per evaporazione. La madre di Margherita è una professoressa di latino, una donna  posata e cortese che ha dedicato la sua vita alle bellezze difficili della letteratura antica che si fanno espugnare solo dopo quel corteggiamento faticoso che è la grammatica. Intorno al tema centrale della morte e della sua inaccettabilità, ci sono altri episodi di vita che complicano le cose. La figlia di Margherita è ai primi anni del liceo classico e, prevedibilmente, ha problemi con il Latino. Poi c’è una vecchia relazione da poco naufragata con un compagno, che non rende certo le cose più semplici.

Nel film si alternano ritmicamente due contesti, quello della madre e quello del set, su cui Margherita tenta di organizzare, con vocazione civile, delle scene particolarmente noiose. La parte dedicata al set è forse la più noiosa di tutto il film, a dir la verità. E’ evidente l’incapacità di Margherita di  trasmettere agli attori i propri intenti, dovuta anche alla fragile solidità di questi ultimi. Margherita si trova davanti a una ciurma di incapaci che falliscono paradossalmente proprio perché ascoltano il regista e le sue contraddizioni. Rivelatrice di questo è una espressione felice che la protagonista pronuncia dopo aver esaurito le buone speranze: “il regista è uno stronzo al quale voi permettete di fare qualunque cosa”.
A monopolizzare in negativo l’intero set è un attore importante, anzi, un sedicente maestro (interpretato da John Turturro), da cui Margherita si aspetta molto, che finirà per causare la maggior parte dei disastri. Il personaggio e il suo modo di fare, la sua superficialità e il suo modo di parlare, producono un senso di fastidio fisico che invade anche il più stoico degli spettatori. Alla fine si capisce che anche lui non è che una vittima, e gli si perdona tutto, o quasi.
Il nucleo caldo del film è la madre, una Nonna Moretti graziosa di cui Margherita non accetta la morte, fino alla rassegnazione. In questo versante compare in scena il Moretti attore, che fa la parte del fratello premuroso e iper-razionale. Un ingegnere stanco che decide di lasciare il proprio lavoro perché non ha più nessun entusiasmo.
La zona del film dedicata alla madre non è intimista e non è neanche affetta da sentimentalismo. Piuttosto vi si può ravvisare un pesante quantitativo di realtà da esserne intossicati.

Tutto il film prende le sembianze di una cronaca della morte di una madre, con le sue fasi e il suo epilogo. La sensazione che si prova nel vederlo è quella di un’angoscia che non lascia vie di fuga. Non c’è un barlume di senso a screziare le tinte fosche dell’atmosfera, tutto sembra ricordare la sostanziale sconfitta che la vita comporta in ogni caso. Ada, la madre, muore senza soffrire. A tratti perde la lucidità , accedendo a un livello fantastico che sarebbe odioso degradare a folle divagazione. Sente però che il mondo lentamente la sta escludendo. Proprio ora che dice di aver capito molto. In effetti si sta lentamente abbassando la saracinesca senza che si dicano grandi cose, come accade quasi sempre. In questo magma soffocante di depressione compaiono episodi addirittura preziosi. Due su tutti: quando Margherita torna a casa della madre e osserva attonita la stupenda libreria di tomi antichi su cui Ada ha consumato la sua esistenza. Poche domande consuete lacerano il silenzio e vengono subito riassorbite nell’attimo in cui Margherita si avvicina alla libreria e ai piccoli dorsi di cuoio dei libri, e l’abbraccia teneramente. E poi la scena finale: un flashback in cui si vede Ada sul letto accanto alla figlia che d’improvviso le chiede: “a cosa stai pensando mamma?” e lei dopo un gesto repentino, e con occhi spiritati, le risponde: “a domani”. Questa mina stravolge il clima generale e sconquassa la soffocante vena nichilista per aprire ad altre vie o per ritornare alle stesse già battute. Nel complesso, si può affermare che anche in questo film Moretti sia ingombrante, e lo è non facendo il protagonista iper-presente ma infondendo ogni personaggio del suo spirito :  l’effetto è quello di una vera epidemia.

Qui però, la vecchia battuta di Dino Risi: “quando vedo un lavoro di Nanni mi viene voglia di dirgli: spostati e fammi vedere il film”, non sembra valere molto. E non perché si sia spostato (anzi, si è moltiplicato), ma perché questa è davvero la sua vita e ha, per una volta, il diritto di essere onnipresente. La regista che interpreta il Nanni Moretti ufficiale, Margherita, ripete sul set “voglio vedere l’attore vicino al personaggio”. Poi dichiara di non averne capito neanche lei il senso, ma non è vero. Il senso è ovvio: vuole che la scena sia vera ma non troppo, che la fotografia sia nitida ma non sia la realtà. Questo suggerimento il regista, però, non l’ha ascoltato. C’è troppa realtà. Per questo è un film più bello da ricordare che da vedere.