Già dal titolo autopedissequo, “La felicità è un sistema complesso” è la migliore parodia del film italiano contemporaneo. È come se Maccio Capatonda, in questo caso Gianni Zanasi, avesse voluto fare un riassunto ironico degli ultimi vent’anni della nostra produzione cinematografica “impegnata”.

In ordine sparso, compaiono: Musica elettronica dietro paesaggi bucolici, a significare (grazie, maestro) le discrasie della vita. Famiglia industriale italiana che attraversa Il Momento Di Crisi. Ragazzini che sembrerebbero viziati ma ad uno sguardo attento si riveleranno gli unici buoni in un mondo di squali. Mastandrea ex rivoluzionario in quiescenza, che rinuncia al sogno del Chiapas per riformare il capitalismo sotto casa. Battiston che fa il ruolo dello stronzo per nascita e non per scelta. Il personaggio esotico (Hadas Yaron, israeliana) che funziona da deus ex machina e “spariglia le carte” della borghesia italiana, con soli 48 anni di ritardo su Teorema di Pasolini.
E poi gli slow motion rotanti sui primi piani che ballano, e la fotografia da cinema argentino anni ‘90, solo con macchine HD. Ad un certo punto, verso la fine, i protagonisti abbracciati rimangono sospesi in aria,  0,3 metri sopra il letto. Forse può bastare.

Anzi, se posso andare un po’ oltre nello sproloquio, aggiungerei una nota paranoica sul contesto. Il film veniva proiettato a Roma, nel chiostro della basilica di San Pietro in Vincoli, affianco al Mosè di Michelangelo, davanti al Colosseo, in cima al colle Oppio. Si respirava insomma una certa inadeguatezza nei confronti del passato, dell’atmosfera, del pavimento. La staffetta della storia ci stava passando il testimone della vitalità, e noi lo lasciavamo cadere tra le risatine e i sediolini. Veniva da pensare alla ciclicità dei popoli, al nostro surf estenuante sulla cresta di un’onda di cui però già si avverte la schiuma. “La felicità è un sistema complesso”, pur non rappresentando tutto il cinema italiano, è un campanello d’allarme universalmente utile: mantenersi all’altezza della propria tradizione non è un fatto banale. Più grande la storia, più grande lo sforzo. Non sappiamo fino a quando sarà possibile superarsi, ma sarà necessario provare. (Ad esempio, “La pazza gioia” di Virzì è un tentativo riuscitissimo).