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Dopo aver abbandonato l’ipnosi nella psicanalisi, Sigmund Freud, per la cura dei propri pazienti, adopera il metodo delle associazioni libere. Tecnica che permette di ottenere dal paziente, una maggiore attenzione e soprattutto l’eliminazione del fattore condizionante nella critica. Fuori dalla pratica psicanalitica, sopravvivono nelle esperienze umane le cosiddette idee improvvise. Una serie di pensieri, che in assenza di sforzo alcuno, spuntano inaspettati, trascinati solo dall’elemento spontaneo. In luogo del quotidiano accade che un profumo si faccia richiamo di una persona, un sapore si renda ricordo di un luogo e una commistione di note riporti melodicamente a una sequenza di fotogrammi. Al cospetto di un’austerità tutta sassone, nell’imponente figura di Wilhelm Richard Wagner, l’attacco si svolge nel suo brano, presumibilmente più noto: la Cavalcata delle Valchirie/Ritt der Walküren. Dal 1848 al 1874 Wagner crea la musica e scrive il libretto de “L’Anello del Nibelungo”; una tetralogia di quattro drammi musicali che si sciolgono nel ciclo di un prologo e tre giornate. La Cavalcata delle Valchirie è nel preludio del III atto de “La Valchiria”. Wagner compone l’opera a Zurigo. Da esule vive la potenza delle maestose e imbiancate montagne svizzere, l’ascendenza di un creato   puro e la suggestione di creature che riemergono dall’incontaminato.

Richard e Cosima Wagner

Richard e Cosima Wagner

Notoriamente il cuore della Cavalcata è nel legame con l’arte della guerra. Nella mitologia scandinava, le valchirie sono le nove figlie di Wotan/Odino; ogni giorno si muovono da Asgard per incamminarsi nei territori di battaglia. In tali luoghi, questi cigni lucenti operano delle scelte, prendono i cadaveri dei combattenti più validi e degni di essere scortati nel Walhalla. All’interno le valchirie servono l’idromele e offrono i giusti guerrieri alla presenza di Odino, padre della vittoria e dei caduti. L’introduzione nel mito per soffermarsi su fatali associazioni e fare cornice armonica di una narrazione.

Dall’ipnosi alle associazioni, da Freud a Wagner per entrare nell’ardimento pulsante di un motivo che cavalca il compimento musicale di numerose e considerevoli pellicole cinematografiche. La prima restituisce il nome del regista statunitense David Wark Griffith. Considerato lo scrigno fondante del cinema americano, muta lo spettacolo da un’espressione specificatamente di consumo a un linguaggio indipendente di comunicazione; un moderno modello di divulgazione dell’arte per rappresentare una sua personalissima concezione del mondo. Con Griffith, il cinema si fa finalmente momento artistico e il suo nome si cristallizza nel film Nascita di una nazione – The birth of a nation (1915). La pellicola prende le mosse da due romanzi di Thomas Dixon, The Leopard’s Spot e The Clansman. La guerra di secessione si mescola al dramma individuale. Mediante un montaggio parallelo, le imponenti scene di massa si alternano alla vita dei personaggi. Il regista ravvisa nell’individuo il nucleo pulsante della storia: creatura di potenza morale ed eroismo. Diversamente le masse, nel pensiero di Griffith, rappresentano una causa limitante. La guerra civile figura il simbolo del fattore paradossalmente incivile, un costituente primitivo nell’archetipo di una società. In tale scenario, il richiamo all’avvento delle valchirie, si fa inevitabile. All’unisono le cavalcate si muovono sullo schermo; quella di Wagner sottolinea fortemente quella di Griffith nell’unione peculiare di nordisti e sudisti contro gli schiavi neri. La colonna sonora, curata da Carl Breil, all’interno delle estese sequenze dell’esercito della salvezza, diviene in Nascita di una nazione una cavalcata dentro un’altra. Sovrapposizione, che in un evanescente cambio di posti, porta al culmine dei fotogrammi nella musica. Le divinità guerriere si ergono all’interno di un primo cinema, costruito sul film muto dove Wagner si fa poderosa voce dei protagonisti.

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Una scena tratta da “The Birth of a Nation” di David Wark Griffith

In un balzo di tempo di quasi cinquant’anni, il mito scandinavo torna prepotentemente alla ribalta mediante una delle più grandi opere cinematografiche del regista romagnolo Federico Fellini: 8½. Le figlie di Wotan trovano nel bel mezzo di una crisi esistenziale, un combattente caduto davanti alla guerra con se stesso. Marcello Mastroianni, Guido Anselmi nel film, è uno sconfitto che non riesce nella realizzazione della propria opera: la pellicola di una vita. Alter ego del regista Federico Fellini, Guido si fa guerriero di una battaglia che non appartiene alle masse, ma all’individuo e al suo personalissimo dissidio interiore. La descrizione della crisi è compendiosa sino a farsi minuzia di ogni emozione. L’impossibilità di realizzazione si muove tra flashback, sogni e contraddizioni sino a finire davanti a uno specchio. Reliquia, nei bagni delle terme, che rimanda la funerea immagine di uno sconfitto. La Valchiria della tetralogia invade l’interno per spostarsi nella sottolineatura di un esterno nel trionfo di cadaveri viventi. A Odino va un solo meritevole nella figura del regista dilaniato. Il resto, in un improvviso cambio in corsa, nell’Overture del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, si arresta fuori dalla porta del Valhalla. Nella sospensione tra Wagner e Rossini, le divinità arrivano finalmente al padre nella scelta dell’abbattuto più degno. Guido Anselmi, infine nella dimora di Wotan, si destituisce dall’autorevole figura di regista. Il film resta nel film, in una missiva propria del metacinema. Wagner è il latore di un messaggio legato alla guerra più gravosa, quella dell’uomo con se stesso. Tracce del Gesamtkunstwerk wagneriano si addentrano nel gesto felliniano: l’opera d’arte totale, vincolo di principi poetici, musicali e scenici.

Il genio italiano

Succede con Apocalypse Now di Francis Ford Coppola che le valchirie possano infine giungere al bottino più ghiotto. La drammatica fotografia attiene alla guerra nel Vietnam. Il film è approssimativamente ispirato a Cuore di Tenebra di Joseph Conrad nella misura in cui gli accadimenti bellici, si fanno estensione di un’importante allegoria dell’esistenza umana. Il livello estetico del film raggiunge vette altissime. La rappresentazione della guerra conserva il tratto epico. La Cavalcata delle Valchirie, nella la sequenza dove il Colonnello Kilgore organizza l’attacco a un villaggio vietnamita, si fa metafora di un’intimidazione di battaglia che non è solo fisica aggressione, ma ancora suggestione psicologica. La musica si unisce al rombo degli elicotteri e in un escalation di vigorosa potenza emotiva, le divinità scandinave si avventano su un tappeto di sconfitti. L’attenuazione, seppur paradossale nel contenuto, è in una lirica e struggente sonata che abbraccia i titoli di testa e quelli di coda: The End dei Doors. Il re lucertola, Jim Morrison, nell’annunciare e poi chiudere in un’ineluttabilità che ingloba qualsiasi guerra, figura come un soave sgravio dalla ferocia legata alle sequenze wagneriane. Se la Cavalcata è l’apice del motivo bellico, The End è l’accettazione finanche confortevole delle conseguenze di un conflitto.

Le associazioni dunque fluiscono libere e improvvise e nell’arte trattengono il potere di rimestare la musica nella pellicola. Un notevole pentagramma è la chiave di violino che sancisce la grandezza di un’opera filmica. La riflessione, nello specifico, caduta su Wagner, si dispiega in tre pellicole lasciandone fuori altre. Ma la musica non è solo un’associazione di impeto, conferisce ulteriormente un tratto di realismo al fotogramma. Un elemento indispensabile che si rende complemento e completamento della narrazione. Se anche solo per un istante si torna a Federico Fellini, sospendendo le divinità scandinave, nell’ascolto di un Nino Rota prima e un Nicola Piovani poi, il verso della memoria va tutto in quella direzione circense e onirica che riporta al regista romagnolo.

Le associazioni sono immediate, nella grandezza di una nota che porta a ripercorrere un universo filmico. Musica e macchina da presa viaggiano all’unisono in un valzer di impressioni che si fanno gusto, sapore, derma e odore.