Lui è il regista francese più “americano”. Lei è l’attrice americana più “europea” del momento. Luc Besson e Scarlett Johansonn nel nuovo “Lucy” danno vita ad un’insolita mescolanza artistica. E anche la storia del film, scritta su due livelli completamente diversi, appare la commistione di due stili che si abbracciano durante la visione. Da un lato lo script filosofico di Lucy, una donna che – grazie all’uso di una misteriosa nuova droga – inconsapevolmente eleva le sue capacità celebrali fino a divenire una sorta di divinità, incrociando dunque le sorti di un dottor Faust al femminile o del dottor Frankenstein – creatura e creatore insieme – affiancata “scientificamente” da un volto noto delle serie prodotte di recente da Discovery Channel in America, ossia Morgan Freeman, nei panni del Prof. Samuel Norman, il “teorico della mente”. C’è poi la versione pulp-action cui Besson non rinuncia mai nei suoi film – ci avevamo sperato dopo il brillante The Lady, la biografia del premio nobel Aung San Suu Kyi – e che devia in effetti dai dogmi della comprensione prettamente documentaristica e scientifica della trama in generale. Il film, infatti, inizia e finisce con degli apprezzabili interrogativi filosofici – prendendo spunto dalla filosofia Tao fino alle argomentazioni darwiniste ed evoluzioniste da Comte in poi – ma si estrinseca attraverso – e volutamente – una trama un po’ fanta-thriller nello stile di Besson (come Leon e Il Quinto Elemento su tutti).

La preparazione a questo film è stata lunga ed estenuante, come ha affermato il regista, che tuttavia non ha ceduto al fascino della scienza mistica, raccontando comunque un film “per tutti” – o quasi – basato sull’azione e l’impatto visivo, in gran parte. Eppure l’occasione dello spunto iniziale – forse in parte persa, forse volutamente, dicevamo – sull’interrogativo esistenziale “fin dove la nostra mente può e potrà spingersi” è sicuramente – e lo è stato – il liet motiv della letteratura illuminista francese da Diderot a Comte. E in effetti Lucy, la prima donna ad usare il 100% del suo potenziale celebrale, sembra essere l’ultimo stadio di quell’evoluzione umana fotografata da Besson, trascendendo il genere fantascientifico “letterale”. “Cosa farà l’uomo con tutto questo sapere?” si chiede il Prof. Samuel Norman – nel ruolo della “controparte morale” proprio come nei romanzi di Diderot – e Lucy divinità comtiana risponde: “la sapienza non ha mai portato caos ma ordine”.

Il prezzo da pagare è però alto. Durante il film, man mano che aumentano le capacità della protagonista – divenendo via via più surreali e paranormali, avvicinandosi forse agli studi proibiti di Jung sulla metempsicosi – si perdono tuttavia i riferimenti morali e sentimentali. Per Scarlett Johansson non dev’esser stato facile interpretare questa “empatia” futurista. E i riferimenti al “tempo” come chiave di lettura filosofica orientale, sono sparsi un po’ ovunque. A molti non sarà sfuggito l’orologio che ricorda la copertina di un altro fumetto-film che narrava le vicende di un super-uomo in grado di usare il potenziale massimo celebrale, che proprio nel tempo e negli orologi trovava il senso del divenire: il Dottor Manhattan di Alan Moore, in Watchmen, altro “megalite” del genere fantascientifico e fanta-thirller. Ed è proprio quando Lucy riesce a ritornare indietro nel tempo che incontra l’archetipo della donna primitiva: l’australopiteca Lucy, da cui tutto ebbe inizio secondo gli studiosi di antropologia. Una conoscenza immensa custodita tra queste due donne, che, tuttavia, sembra poter essere gestita dall’uomo – l’immagine finale in cui Morgan Freeman tiene in mano una chiavetta usb lasciatagli proprio da Lucy è emblematica – attraverso la comprensione accademica e la tecnologia.

Una speranza forse, quella di Luc Besson, vicina a quella del suo defunto connazionale Auguste Comte, che ambiva ad un “ordine nel progresso” in cui gli stessi scienziati avrebbero sostituito sacerdoti e militari. Ma sarà meglio non spingersi oltre. Lucy resta un film d’azione, ma poteva sembrare altro.