di Giorgio Guerra

È difficile provare a recensire Terrence Malick e diventa sempre più complicato cercare di consigliare la visione dei suoi film. Questo non per la qualità della sua ultima fatica, ma perché cercare di convincere qualcuno ad apprezzare i suoi film rischia di essere una battaglia persa in partenza. Il motivo è che in fondo siamo tutti anestetizzati da un modo di fare cinema diverso da ciò che sta cercando di proporre il regista texano. È come se fossimo dei maniaci della narrazione, della simmetria delle inquadrature, della trama ben definita e dalla caratterizzazione tradizionale dei personaggi e dei generi. Vedere un lungometraggio di Malick risulta alla critica e al pubblico un compito troppo indigesto, come se il suo cinema parlasse una lingua totalmente straniera. Invece forse richiede essere più semplici e attenti per goderlo a pieno. Semplici di fronte allo stupore che vuole immortalare e quindi consapevoli che non potremo comprendere immediatamente e da soli l’intera essenza del film. Attenti di fronte alle mille allusioni, alle immagini e alle azioni.

Insomma, occorre prima di tutto una certa sensibilità e attenzione. È evidente che non potremo mai leggere un saggio di Hegel con lo spirito con cui leggiamo una storia di Topolino. Per giunta, come ogni opera creativa, un lungometraggio può avere una vocazione d’intrattenimento o no, ma Terrence Malick ha deciso da tempo di non farne avere ai suoi. Quindi la sua visione sarà sicuramente meno noiosa se non ci aspetteremo qualche battuta spiritosa o un inseguimento tra macchine. Comincia con il seguente proemio Knight of Cups, film scritto e diretto da Terrence Malick e presentato ormai lo scorso anno alla Mostra del Cinema di Berlino:

«Il viaggio del pellegrino
da questo mondo
a quello venturo
presentato in forma di sogno,
nel quale si scopre
il modo in cui si mette in viaggio,
le sue pericolose avventure,
e, infine, l’arrivo
alla destinazione desiderata.»

La voce che narra questo inizio è indefinita nel tempo e nello spazio. La seconda voce invece è il padre del protagonista: Rick (Christian Bale) è uno sceneggiatore americano di discreto successo che vive a Venice Beach (Los Angeles). Come molti uomini di spettacolo, Rick si concede i vizi e lussi che si può permettere dalla sua posizione sociale, ma ogni sua storia d’amore, ogni gesto, ogni sua azione è inquinata, è profondamente incompiuta. Questa inquetudine non viene però raccontata da lui, ma dalle immagini e dalle persone con cui decide di passare diversi momenti della sua vita. Tra questi ci sono anche suo padre Joseph (Brian Dennehy) e dal fratello Barry (Wes Bentley). Quest’ultimo è una figura bipolare che affianca momenti di ira a momenti di affetto e di indifferenza. I tre sono tormentati dalla perdita tragica di un loro familiare. Più passa il tempo, più qualsiasi aspetto della trama comincia ad essere complicato e tumultuoso come il corso di un torrente. Ci verrà da chiederci se è veramente Rick il protagonista. Scenicamente saremo d’accordo sì, ma dovremo renderci conto col passare del tempo che Rick è il più taciturno, le sue parole sono sempre le più banali, le più deboli, le più mondane e figlie del tempo. Parlano tanto, insieme ai due familiari, anche le donne con cui consuma o ha consumato delle tormentate storie d’amore, che rivelano veramente la personalità, l’indole di Rick e descrivono meglio la sua ricerca. Più Rick persegue con il lavoro, la dissolutezza e la passione il suo diritto alla felicità, tanto più si rende conto di essere un «pellegrino su questa terra» e «uno straniero in terra straniera». E ogni tentativo di aiutarlo da parte di chi gli sta affianco lo fanno sprofondare ancora di più nella depressione.

Ogni personaggio che si prende cura di Rick ha degli aspetti ritenuti virtuosi nella società occidentale d’oggi, ma non lo seguono fino in fondo, non lo comprendono. Lui deve compiere una scelta che è consapevole di dover fare, ma che nessun’altro conosce. Solo questa gli riscatterà tutta la vita.Tecnicamente il film è imponente e vertiginoso nelle sue immagini piene di invocazioni e allusioni. Difficile poterle recuperare tutte, ma vi sono diversi omaggi all’arte e ai film d’autore del ‘900 da Magritte ad Andrej Tarkovskij. Il grande pubblico e la critica ormai snobba i suoi film, probabilmente non uscirà nelle sale italiane, ma i veri addetti ai lavori non lo fanno. Basti pensare ai diversi riconoscimenti che ha avuto Emmanuel Lubezki, direttore di fotografia degli ultimi quattro film di Terrence Malick e vincitore del premio Oscar alla fotografia negli ultimi tre anni, anche se per film più acclamati (Gravity di A. Cuaròn, Birdman e The Revenant di A. G. Iñárritu). Quindi questo film, che sembra quasi concludere una trilogia esistenziale con The Tree of Life e To The Wonder, racconta la lotta quotidiana di ogni uomo contro il nulla a cui sembra prospettare il nostro destino. Non risulterà accessibile ai più perché questo film non racconta la vita con le parti noiose tagliate (come diceva Hitchcock), ma rispecchia la vita e basta, nel bene e nel male, nel buono e nel sbagliato, nella perfezione e della deformazione delle immagini e della luce. E a questo spettacolo, che assomiglia così tanto alla nostra vita, possiamo solo noi decidere se assisterci o no. Decidere se essere veramente vivi di fronte a questa, o considerarla solo un enorme sbaglio.