di Mattia Zucchiatti

«Avete detto che cercavate un tipo sfacciato, così sono venuto».  L’aria di sfida, la non velata sfrontatezza, non smisero mai di caratterizzare Jean-Pierre Leaud, volto simbolo della Nouvelle Vague, che in occasione del provino del film I 400 colpi, rispose così ad un attento François Truffaut. Fu l’incontro che cambiò le sorti della storia del cinema francese e mondiale. Figlio d’arte (sua madre era un’attrice e suo padre un assistente alla regia), Jean-Pierre Leaud nacque a Parigi nel 1944 e iniziò a recitare a 13 anni con un piccolo ruolo nel film di Georges Lampin Agli ordini del re. A 14 anni fu scelto da Truffaut per interpretare Antoine Doinel, alter ego del regista, nel capolavoro della Nouvelle Vague I 400 colpi. Fu la prima di cinque collaborazioni che videro il personaggio di Doinel essere l’incarnazione dell’animo ribelle e tormentato del regista francese e Leaud, così simile a Truffaut, ne fu il perfetto interprete. Ne I 400 colpi, l’immagine di Leaud, disteso sul divano, avvolto dal fumo della sigaretta che sta fumando per puro senso di ribellione, e intento a leggere Balzac, riflette la triste situazione che sta vivendo Antoine (e che quindi ha vissuto Truffaut). La situazione di un ragazzino che, per sfuggire alla solitudine e alla scarsa attenzione che gli riservano i genitori, si rifugia nella lettura e nei piccoli gesti di ribellione che caratterizzano gli adolescenti di quell’età. Nonostante Truffaut non previde un seguito al personaggio Doinel per paura di “approfittare del successo de I 400 colpi“, il personaggio comparì 3 anni dopo in un episodio del film collettivo L’amore a vent’anni che vide la partecipazione di registi di diverse nazionalità come Rossellini Jr, Ishihara, Ophuls, Wajda e, appunto, Truffaut. Nacque, quindi, quello che sarà ribattezzato il Ciclo Doinel. Terzo capitolo della saga fu Baci rubati dove un ormai ventiquattrenne Leaud interpreta un Doinel, sempre alle prese con il proprio turbamento sentimentale, che impara a conoscere l’amore e il sesso. Dopo una pausa di due anni, che vide la collaborazione di Leaud con Pasolini, arrivò Domicile Conjugale, tradotto in un orribile titolo italianizzato (Non drammatizziamo…è solo questione di corna), che costituì il quarto capitolo del ciclo. A conclusione della saga ci fu L’amore fugge, un film deludente per il regista che lo considerò un esperimento. Successivamente, interpretò Tom, il fidanzato di Jeanne (Marie Schneider), in Ultimo tango a Parigi di Bertolucci. Quindi, recitò nuovamente con Bertolucci in The Dreamers, con Pupi Avati, Jean Eustache e Glauber Rocha.

Tuttavia, con nessuno di questi registi venne a crearsi nuovamente quel magico rapporto che legava Leaud a Truffaut. Il regista fece la fortuna di Jean-Pierre ma fu soprattutto quest’ultimo a fare la fortuna di Truffaut che, il giorno del provino, riuscì a intravedere quel bambino che era stato nello sguardo inquieto e ribelle del giovanissimo Leaud. «Ho vissuto quello che ho mostrato nel film: il commissariato con le puttane, il cellulare, il fermo, l’identificazione, la galera» spiegò Truffaut in un’intervista raccontando I 400 colpi. Ed è proprio dal carcere minorile che Leaud-Doinel-Truffaut fugge con una corsa verso il mare che Antoine non aveva mai visto. Una scena contraddistinta da una potenza visiva spaventosa che sta tutta nello sguardo di Antoine che, una volta arrivato alla battigia, si gira verso lo spettatore. Uno sguardo inquieto, turbato e spaventato di fronte all’immensa grandezza del mare, meravigliosa metafora della vita. Una vita pronta ad essere vissuta liberamente dal ragazzo appena fuggito dalle soffocanti mura del carcere e dall’indifferenza dei suoi genitori. «Allora i tuoi genitori non saranno contenti di saperti qui» disse Truffaut, durante il provino a Leaud che rispose «non importa, sono contento io». E lo siamo anche noi, Jean-Pierre.