Lascerà i cinepanettoni dopo 30 anni di onorata carriera. “Onorata” si fa per dire. Certo è che Christian De Sica ce ne ha messo di tempo per capire che il panettone prima o poi scade, figuriamoci se è di pellicola. Che sciagura vedere figli d’arte e bravi attori più o meno comici, recitare sempre le stesse parti negli stessi film che da anni ormai si ripetono all’avvicinarsi del Santo Natale. Tradizione partita con i fratelli Vanzina, con quel famoso Vacanze di Natale parte 1, iniziò così la saga cinematografica più lunga persino di Harry Potter e Terminator! Il plot è sempre lo stesso, di facile digeribilità, al contrario dei panettoni natalizi, uomo che tradisce, donna che viene tradita e la bellona di turno che si mette in mezzo. Trent’anni di gag più o meno comiche, si diceva, ma neanche tanto.

Sceneggiature pessime, personaggi fotocopia, senza spessore, con una comicità così satinata e lacchè da far ridere solo gli sceneggiatori. Ma la colpa di chi è se dovremo passare l’ennesimo cenone indigesto dopo ben 9 film ispirati quest’anno al format tutto italiano? Dei consumatori o delle case di distribuzione? Che Rai fiction, Taodue, Mediaset, Filmauro, la defunta Cecchi Gori, e qualche altra casa rottamata si siano dati da anni al cantone popolare italico è fatto noto. Che il popolo italiano si sia dato invece alla calvizia cinematografica è fenomeno ahimè via via più recente. Il cinema d’essai, d’autore, è stato snobbato e relegato a poche sale d’Italia che combattono una guerra solitaria contro il Capitale – vedi il recente film Il Segreto di Italia sulla violenza partigiana – si dirà che film come “Il Giovane Favoloso” – che è stato un successo del Festival di Venezia – o “Pasolini” di Abel Ferrara o il Capitale Umano o la stessa La Grande Bellezza, hanno effettivamente incassato poco, schiacciati dal peso dei vari Cortellesi-Raoul Bova- Ruffini e Pieraccioni. Ma in realtà c’è (perché esiste) una vera strategia commerciale che è un insulto all’italiano doc, da sempre ritratto al fianco di pizza, mafia e mandolino, e che difficilmente è riuscito a prendersi in giro e a sfuggire dagli stereotipi.

C’era riuscito Carlo Verdone ma anche Alberto Sordi come attori e come registi fino ai giorni nostri – senza citare i maestri De Sica e Fellini nel medioevo – ma alla fine il cliché ha vinto. Doveva vincere l’italiano dalla risata ebete, anti-propositiva e rinegoziata, vuota di contenuto – in Francia sanno cosa vuol dire commedia che fa riflettere, l’esempio di Quasi amici calza a pennello – priva di espressione, fatta solo di stereotipi lippmanniani che invitano al grigiore e al buio pesto e che fanno ridere perché in realtà fanno piangere. L’esperimento sociologico invita alla risata echeggiante negli anni, come un rituale durkhemiano, ci sentiamo più italiani guardando chi ride accanto a noi davanti a scenette più o meno comiche – lo ribadiamo – e che hanno tolto valore alla vera comicità dei padri nobili del cinema italiano alla quale De Sica – quello di Fratelli d’Italia che sputtanava i radical chic – si è rifatto insieme a tutta quella generazione romana che intelligentemente non si è svenduta – forse – e che ha mantenuto un distacco da un certo tipo di cinema fatto per vendere – e questo non fa ridere – e fa vincere semmai la fiacchezza sull’ilarità e la noia sull’innovazione.

Ora si capiscono i tagli al cinema e alla cultura. Il cinema nato per informare, adesso, serve a distogliere e ad addormentare la parte patriottica del nostro cervello che ha iniziato a ridere finendo di indignarsi. Eppure questi attori anti-pirandelliani hanno davvero avuto due vite. Quella odierna del cinepanettone targato 2014, e quella però dei primi Claudio Bisio/Abatantuono di Salvatores, comicità vera, prestata alla riflessione neanche tanto difficile. Da Mediterraneo a Raoul Bova: è il titolo del tragico epilogo della commedia tricolore, del cinema italiano che naviga davvero in brutte acque e farebbe meglio a ritornare ad Itaca dove i fasti della tradizione comica lo attendono, tra ladri di biciclette e soliti ignoti. In fondo va ricordato, come diceva un certo Marchese “che quanno se scherza bisogna esse’ seri!” …e c’aveva proprio ragione!