Jorge Luis Borges, saggista, scrittore e poeta argentino, per opera di una composizione poetica, coinvolge nel passaggio di un tempo altro che si dilata ne “La nostalgia del presente”. Una mestizia tutta lirica, dentro la quale la fantasia aderisce all’oggettività, nella ferrea volontà di depredarla. È un piegare la realtà al proprio bisogno – a tratti generazionale nell’ammalarsi di passato – di nutrirsi voracemente di nostalgia. Un arrestarsi nell’istante prima dell’accadere, per trattenere l’attimo e renderlo in poesia. Non prendere vita, per esistere con ancora più prepotenza sul foglio bianco che si fa messaggero di un sentimento, altrimenti destinato al perire. L’anelito all’incapacità di impadronirsi del presente, tutto in un’angoscia cautelativa nel divenire epifania poetica. È la percezione della perdita che accompagna la fantasmagoria dentro la creazione artistica.

Se in Borges vive “La nostalgia del presente”, in Mi ricordo, sì, io mi ricordo, la pellicola testamentaria di Marcello Mastroianni, accade una straordinaria nostalgia del futuro, che ripiega tutto in un’intima carrellata, stipata di curiosità, aneddoti e ricordi. Un profondo flashback, dove l’attore, dapprima delizia con una malinconia del futuro, per poi in un secondo momento, scongiurarla nel valico trasversale di tutta la sua esistenza. L’affanno al venturo figura come una sapiente rivisitazione, prolungamento di un’affermazione proustiana: “I paradisi migliori sono i paradisi perduti”. Così Marcel Proust, alla corte del quale l’attore si rivolge per forgiare una sua personalissima visione: “I paradisi più attraenti sono quelli che non si è ancora vissuti”. Un’ inclinazione elegiaca, che non guarda direttamente al passato, transita in un ipotetico futuro, per tornare ancora a ciò che è accaduto e narrarlo in una visione ispirata e corroborata dalla memoria. La nostalgia del futuro, è per l’icona cinematografica, pertinenza della giovinezza che vive di balzi e frenesie. Nella vecchiaia, la creatura si sposta nel rammarico, quello definitivo dell’Eden perduto. E tra una pausa e l’altra, nelle riprese dell’ultimo film, interpretato da Marcello Mastroianni, “Viaggio all’inizio del mondo” del regista Manoel De Oliveira, si distende l’opera della memoria in “Mi ricordo, sì, io mi ricordo” di Anna Maria Tatò. Risulta probabilmente errato parlare di una pellicola esclusivamente cinematografica, corretta sarebbe la definizione di un vero e proprio diario intimo, mostrato a una platea zeppa di curiosità. In un’indolenza tutta del vecchio Snaporaz, l’attore ripercorre un’esistenza, zigzagando tra il dentro e il fuori della MDP. Un’avvincente pigrizia innata nell’individuo e assimilata nel respingimento, sin troppo stretto, dell’ovvia definizione di latin lover. Resa linguistica che l’attore ciociaro rigetta, come frivolo limite all’uomo e all’interprete. L’icona è nello stile congenito e mai nell’ostentazione. Una virtù connaturata ai personaggi svolti e alla persona.

Ricordi, fatterelli, odi e amori, si riavvolgono lentamente in un racconto mai piatto, traversando gli anni che vanno dall’infanzia sino a quelli della maturità. Così l’iniziale approccio cinematografico all’età di quindici anni, nella prima comparsa in un film con Beniamino Gigli: “Marionette”. Siamo nel 1939 e il sogno del cinematografo, si accosta naturalmente al bisogno economico. Il caso, nelle fattezze dei genitori di un amico del giovane Mastroianni, con proprietà di uno dei tre ristoranti di Cinecittà, completa il resto. Di comparsa in comparsa, l’adolescente si fa uomo, sino a farsi interprete. L’appuntamento fatale è quello con Mario Monicelli nelle vesti di Tiberio Braschi de “I soliti ignoti”. Partecipazione che nel ricordo, evoca un Vittorio Gassman inconsueto, nelle vesti cucite indosso da un pubblico ignaro.  Gassman non figura come un uomo severo e altero, al contrario fluisce da questo lungo flashback come l’individuo avvezzo a un umorismo sagace che spesso si fa invenzione per il regista di turno. Dentro una carriera che conta centosettanta film, Mastroianni si piega sulla riflessione di una parentesi. Di quanto la sua vita, quella vera, fatta di affetti e fuori dal trucco, si sia svolta tra una parentesi e l’altra. Un rammarico: in tanto scorrere di pellicola, il dubbio rovente di non essere riuscito a dimostrare il proprio amore all’interno della sfera affettiva. Pensieri che non impediscono a Mastroianni di invaghirsi di un autore, una teoria o qualsiasi ipotesi che rimandi all’amore. Ancora un prestito dalla letteratura:

 

“… bizzarra come l’amore.

Io non sono mai stato un grande lettore, però ci sono

alcuni autori, o alcuni passi dei loro romanzi o scritti, che

mi hanno colpito.

Mi viene in mente quella splendida metafora in cui

Sthendal immagina che l’amore sia una specie di

cristallizzazione. Sì, di cristallizzazione.

Prendete un rametto secco – dice Sthendal –

e mettetelo in fondo a una miniera: quando tornerete

a riprenderlo, lo troverete ricoperto di magici cristalli.

E che cos’altro è l’amore? Non il nostro cuore

che illumina, che rende magicamente speciale

la persona di cui siamo innamorati?”

E un movimento sull’amore non può che essere avvolto dal fumo di una sigaretta, l’ennesima, quella che rientra nella conta delle cinquanta bionde al giorno, fumate per cinquant’anni. Non un cenno di biasimo al vizio, ma un’invettiva contro gli americani e le loro pedanti battaglie al fumo: “Ma che ognuno campi e muoia come vuole”. L’America è anche quel posto dove il “Gabriele” di “Una giornata particolare” si reca insieme a Ettore Scola, per ricevere solo due nomination all’Oscar che non arriva. Un luogo dove Martin Scorsese li reclama nella propria villa. Abitazione, che al posto di pareti impreziosite da quadri, mostra manifesti cinematografici italiani come carta da parati. Una lezione da tenere sempre a mente: quanto, per almeno trent’anni, il cinema americano si sia nutrito di quello italiano; un orgoglio che la nostra memoria, spesso ballerina, fatica a ritrovare.

Con “La dolce vita”, film di Federico Fellini del 1960, Mastroianni, oltre alla celebrazione di attore internazionale, si ritrova di nuovo a fare i conti con quella formuletta così urticante: latin lover. Lui che non pratica night club e le donne le abbraccia solo sullo schermo, poiché pagato, invita a guardare l’impotente “Bell’Antonio” o il marito becco di “Divorzio all’italiana”. I media ti confezionano un vestito su misura, e anche se non ti corrisponde, resta indosso per tutta la vita. Ma se le definizioni lo sviliscono, la recitazione lo galvanizza, anche nell’incomprensione di coloro che soffrono per entrare nella parte. Non si affida al metodo Stanislavskij e ancor meno a retaggi accademici, si fregia, al contrario, di un lavoro costruito sul gioco che contempli divertimento e non tormento; così alla maniera dei francesi: un “jouer”. Un’attitudine attoriale spiegata attraverso il Paradosso di Denis Diderot: quanto più un attore si inabissa nella parte, tanto il risultato sarà flebile. Il distacco, al contrario, rende lucidi e precisi nell’interpretazione. In tale flusso di ricordi, certamente il trono viene assegnato all’indissolubile legame di lavoro e amicizia con il regista romagnolo Federico Fellini. Una fratellanza fatta di discontinuità fuori dal set, ciclicità che cristallizza un’intimità che non domanda costanza e presenza corporea. La cornice del loro primo incontro è Fregene, l’inizio di un’ilarità nel lavoro che li accompagnerà in tutte le pellicole girate: da “La dolce vita” a “Intervista”. Mastroianni ci diletta con il racconto di un Fellini calamitato, finanche posseduto, dalla potenza di un volto. Un cinema edificato sulle facce e libero dai classici toni dell’attore; quel portamento professionale detestato dal cineasta romagnolo. Ogni immagine custodisce un’importanza cardinale all’interno delle sue opere, perfino quella dell’ultima delle sue comparse:

“L’abilità per esempio di ricordarsi i nomi di tutti, anche dell’ultima comparsa laggiù in fondo: «Maria? Vai un po’ più a destra!». Capirai, una comparsa che si sente chiamare per nome si getta nel fuoco per il suo regista. E questa era una delle sue stregonerie”.

La pellicola del ricordo nell’icona del cinema Marcello Mastroianni, rappresenta una delicata urgenza di raccontarsi. Nella figura della regista che lo accompagna in un viaggio nello scorrere della memoria, l’appoggio si fa palpabile all’interno di una battuta di Michel Simon, dichiarazione che spesso Mastroianni tende a far propria: “I grandi attori non si dirigono, si guardano”. E da tale affermazione il “M.M. – Autoritratto” di Anna Maria Tatò, diviene nell’ultima frase della pellicola un “Mi ricordo, sì, io mi ricordo”.