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Io non dovevo fare questo lavoro. Ero all’ultimo anno. Giurisprudenza. Per mio padre stavo facendo una stronzata: ero appena stato ammesso al corso di recitazione dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. 

Tu però, di recitare hai smesso presto.

Da attore ho imparato molto, e ho avuto anche buone soddisfazioni. In ciò, devo molto ad un maestro come Carlo Cecchi. Poi però, col passare del tempo, e senza patemi d’animo, mi sono reso conto che era imbarazzante ad esempio, il confronto con un attore come Sergio Rubini. Va cosi: l’arte spesso ci delude, non ricambia il nostro amore, ci indica la necessità di trovare un’altra strada. D’altronde, si racconta che il Verrocchio, già artista di fama e maestro di bottega, lavorando ad un quadro (il “Battesimo di Cristo”), avesse deciso di affidare ad un suo giovanissimo discepolo il compito di dipingere un angelo, accanto a quello già realizzato. Quando poi, inaspettatamente, non aveva potuto che rendersi conto di essere stato oscurato dalla bravura dall’allievo, decise di chiudere bottega, per dedicarsi alla scultura. L’allievo era Leonardo Da Vinci. L’arte è una spietata corsa al meglio, si corre per vincere, talvolta può suggerire di smettere, o se non si è sufficientemente versatili, di cambiare strada. Carmelo Bene faceva questo paragone: l’artista che tenta di possedere la gigantessa (l’arte), non è che un nano che si agita sul suo ventre, non potendo arrivare mai a possederla. L’artista può sì illudersi di penetrare ciò che tuttavia mai possederà per intero.

Sguardo ceruleo, fisso negli occhi dell’interlocutore, la voce calda, il tono arioso, ogni gesto misurato, confacente alla sua natura garbata, Umberto Marino è gentiluomo d’altri tempi. Dai primi successi teatrali (Italia – Germania 4 a 3; Volevamo essere gli U2) di cui ha curato anche la trasposizione cinematografica, alla fama come regista e soprattuto sceneggiatore (autore di successi quali La freccia azzurra e La gabbanella ed il gatto, o la serie tv Distretto di polizia, di cui è l’ideatore), al parallelo cursus nel diritto, come criminalista e magistrato onorario. Oggi stimato docente accademico, con La ragazza che non conosceva Shakespeare (Cento Autori, 2017) , ha fatto il suo esordio nel romanzo.

Umberto Marino

Umberto Marino

Dicevo, mio padre, commercialista, che in verità a teatro mi ci aveva sempre portato, non lo considerava che un’arte minore, in particolare, rispetto alla letteratura. All’inizio fu difficile, un po’ come magistralmente nel Tonio Kröger di Thomas Mann, chi fa l’arte rifiuta la “linea diretta”, ciò che gli altri pretendono da te, per una scommessa enorme: non farsi apprezzare da uno solo, ma amare da tutti. Scrisse Goethe: « L’arte è lunga, e breve è la nostra vita».

Tra le arti, perché allora proprio il teatro?

Per Carmelo. Nostra signora de’Turchi, vedendolo in proiezione al Farnese, ne restai abbacinato. Ricordo poi i primi tempi in Accademia, io e Sergio Rubini, devoti ed ostinati, tentavamo continuamente di imitarlo, indegnamente, ci dicevamo suoi epigoni… E poi, una lettura fondamentale, “Per un teatro povero” di Jerzy Grotowski: mi convinsi che non poteva che essere quella, il teatro, la più affascinante delle arti.

Carmelo Bene poi quando l’hai conosciuto?

Sempre da ragazzo. Lui cercava un interprete per l’Adelchi, fui presentato dalla compianta Susanna Javicoli, attrice a cui era legatissimo. D’accordo con lei andai a trovarlo al mare, a Forte dei Marmi. Carmelo aveva acquistato un tavolo da ping pong, gli piaceva giocare, ma si incazzava perché non riusciva a vincerne una. Così, quando scoprii che io ero un buon giocatore, e che in coppia con me poteva togliersi qualche soddisfazione, cominciò a chiamarmi in continuazione.

Tutto qui?

Si giocava, ma non si parlava certo solo di ping pong. Io che sono del ’52, ho vissuto la giovinezza in un’epoca manichea: negli ambienti culturali di sinistra, se venivi scoperto a leggere autori come Hölderlin, Nietzsche, o Wilde, venivi bollato come porco decadente, e servo del capitale. È stato Carmelo per primo a far comprendere la necessità di affrontare questi grandi autori con spirito critico.

Carmelo Bene legge Così parlò Zarathustra
Com’è quell’episodio, quello della cena a ristorante…?

Primi anni ’80. Io, lui ed un amico, a cena a Milano. C’era da pagare, non credo di sbagliare sulle cifre, un conto di sessantamila lire, e pagò Carmelo, lasciando in più trentamila lire di mancia. Una cifra spropositata. Lo guardarono tutti, pure io gli lanciai un’occhiata. Mi disse poi, una volta fuori:

«Vedi, le persone pensano che noi artisti c’abbiamo i soldi, siamo belli, abbiamo le donne. Dobbiamo lasciarglielo credere: siamo loro proiezioni, dobbiamo lasciare che sognino la nostra vita». 

È assolutamente vero, e se non a Carmelo, penso a Mick Jagger: siamo noi fans che “deleghiamo” l’artista a spingersi oltre, sino ad incontrare il demonio. Agli artisti chiediamo di tuffarsi ovunque noi non osiamo: negli abissi del nostro cuore, all’estremo dei nostri sentimenti, se l’arte non arriva a mostrare i confini del nostro essere, è inutile. Aristotele diceva che la tragedia mette in scena uomini migliori di noi. Credo sia proprio per questo che nella nostra contemporaneità, narcisista, non possiamo proprio amare la tragedia: tanto non accettiamo di veder agire chi è migliore di noi, quanto nemmeno chi si dimostra assolutamente peggiore. Siamo così, legati alla mediocrità.

Ed invece, Grotowski?

Aveva uno straordinario senso dell’umorismo. Posso dire, l’uomo più intelligente che io abbia mai incontrato. In particolare, ricordo una volta, alla Biennale di Venezia del ’75: per lui, una sala gremita di artisti, curiosi e tanti giornalisti, tutti di sinistra; si alzò uno per domandargli una cosa, non ricordo bene, ma le domande erano quasi tutte identiche, sul teatro e la lotta di classe. Grotowski, che veniva dalla Polonia, un paese socialista, si era subito reso conto del clima, sapeva che avrebbero strumentalizzato la sua risposta. Serenamente, disse:

«Credo che gli operai ne abbiano già abbastanza, perché mai dovrebbero portare sulle proprie spalle anche il peso degli intellettuali?».

Gelò tutti i presenti.

Hai conosciuto anche Ryszard Cieślak?

Certamente! C’era anche lui, accanto al maestro. E ricordo anche lui, nonostante quella cavernosa voce dell’est, spiritoso e simpaticissimo. L’attore “santo”. Si può immaginare, in quell’Italia cattolica, quale rivelazione: il nostro ideale di santità era ovviamente legato ad un’immagine austera, una presenza asessuata; quando ci trovammo di fronte a Cieślak, che era quello che era, che fumava duecento sigarette al giorno, che beveva e beveva … e poi sulla scena, non avevamo mai visto nulla di così stupefacente. La grandezza di Grotowski è stata anzitutto l’aver elaborato una sintesi: sulla scena ogni gesto risultava tanto più spettacolare quanto maggiormente calibrato.

Il regista polacco Jerzy Grotowski (1933-1999)

Il regista polacco Jerzy Grotowski (1933-1999)

Tu hai fatto pratica con lui.

Sì, e posso dire che ai suoi attori non perdonava la minima imprecisione: oltre le umane possibilità, esigeva che sviluppassimo immensa capacità propriocettiva ed assoluta fluidità nei movimenti. Ciò che metteva in scena era una sequenza minuziosa, ed anche la minima imprecisione poteva risultare dannosa: rischiavi seriamente di farti molto male o peggio, di farne ai compagni. Un esito incredibile, spettacolare e mai virtuosistico: la messa in scena non si risolveva mai in un’esibizione acrobatica, ma ogni attore risultava tanto più virtuoso ed espressivo quanto più preciso nei gesti, e coordinato rispetto ai movimenti degli altri attori. Era qualcosa di assolutamente straordinario, soprattutto rispetto al nostro teatro.

Trucco e parrucco.

È la sifilide italiana: prediligere troppo spesso la scenografia, rispetto al valore immenso dell’atto e delle parole. Della scenografia sì, ne siamo gli inventori, restiamo noi i migliori… devo dire però che io per anni ho creduto che le signore andassero al Teatro Eliseo innanzitutto per vedere come arredare casa loro! Altrove non è così: si predilige piuttosto l’impatto immediato, dirompente, dell’attore e della sua fisicità, della voce, della sua presenza. Ricordo ad esempio la messa in scena di Aspettando Godot diretta da Beckett in persona, ed interpretata dai carcerati di San Quintino: certi omaccioni scatenati, ipercinetici, vitalissimi.
Mentre i nostri registi erano soliti proporre un Beckett grigio, post-atomico, lunare, quello fu qualcosa di incredibile. Mi ricordo ancora, la critica italiana, inebetita, c’è rimasta di merda!

Tu invece, hai sempre lavorato con famosi interpreti.

Devo ammettere, sono sempre stato fortunato. Sergio Castellitto era il protagonista della mia prima commedia, e da allora, ho sempre lavorato con attori straordinari, sono grato del loro contributo, sinceramente, devo ringraziarli tutti. Io credo, e ne sono convinto, che l’autore abbia tanto da imparare dai suoi interpreti: da quando prende in mano il copione, l’attore diventa l’avvocato del personaggio.
Deve muoversi, camminare, sedersi, gettarsi a terra, fare l’amore, scopare, urlare: nei limiti delle sue possibilità fisiche, ed in quelli fino ad allora inesplorati della sua psiche. Infatti, quando tu autore hai la fortuna di avere come interprete un bravo attore, questi riesce a mostrarti qualcosa, una potenzialità del testo, che non avevi ancora esplorato. L’autore deve assolutamente essere tanto umile e sensibile da prendere nota del contributo originale dell’interprete.

Un garbo che si riflette nelle tue opere.

Credo semplicemente di aver fatto ciò che ho amato, dal teatro alla radio, in televisione ed al cinema. Spinto da grande curiosità, smetto di fare qualcosa e passo ad altro non tanto quando ritengo di aver esaurito i contenuti, ma le forme da inventare. Quando mi sembra di non introdurre alcuna novità rispetto a quanto già fatto. In questo senso, “La ragazza che non conosceva Shakespeare” è il mio primo esperimento letterario.

Scritto con molta eleganza, devo dire, trovo scorra con la nobile leggerezza d’una fiaba.

È la storia (volutamente fiabesca) di una giovane israeliana, Ariel, membra di una comunità religiosa ultra-ordossa, cui è stato precluso ogni contatto con il mondo. La scoperta fortunosa delle opere Shakespeare, e la conoscenza di un giovane ed aitante attore italiano, la porteranno ad avvicinarsi sempre più al mondo del teatro, ed a fuggire via, volando come l’Ariel shakespeariano, dalla sua condizione di giovane donna timorata di Dio, che altro orizzonte non può conoscere che la vita familiare. Quando Ariel comincia a leggere Shakespeare, non può più smettere. Lo ha detto Serge Daney, lo aveva detto Proust: tanto nella visione d’un film quanto nella lettura, ci si rifugia spesso in una realtà fantastica, nella vita di un altro, una realtà che ci appare migliore, che compensa la nostra sostanziale inattitudine al mondo. Proust diceva che a furia di leggere, il lettore è invogliato ad apportare il proprio mattoncino alla cattedrale della letteratura. Io penso che ogni libro, qualsiasi libro, sia depositario d’una verità: anche nel torpore di pagine all’apparenza noiose ed insignificanti, essa può apparire improvvisa. È una convinzione religiosa: nella letteratura, ed in ogni opera d’arte, un lacerto di verità.

 

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Se può essere utile:

Grotowski
«Per dar vita ad un capolavoro, devi sempre eludere le apparenze.»

«Quando penso a Ryszard Cieslak, penso a un attore creativo (…) l’incarnazione di un attore che rappresenta come un poeta scrive, o come Van Gogh dipingeva».

L’attore “santo”, la cui motivazione artistica radicata tutta nel “dono di sé”: non facendo cioè spettacolo d’un qualche arsenale tecnico di virtuosismi e di clichés espressivi, ma compiendo un rito laico di esplorazione ed espressione di quanto di più intimo è in lui, nei recessi della propria anima.