Nel tentativo di conferire dignità artistica ad un’attrazione più tecnologica che estetica, l’industria cinematografica italiana dei primi del Novecento dà inizio al saccheggio di soggetti letterari da adattare al nuovo medium. L’operazione di “artistizzazione” prevede anche un processo di seduzione economica nei confronti di quei letterati che, come insegna D’Annunzio, devono mantenere cani, ville, ammennicoli vari. Nonostante un’impressionante traduzione in immagini in movimento, nel 1911, de L’Inferno Dantesco, il passaggio definitivo da macchina di stupore a mezzo artistico viene effettuato nel 1914 con Cabiria, colossal che si fregia di un soggetto tratto da Salgari, Flaubert e lo stesso D’Annunzio. Con una regia necessariamente statica – ma non per questo priva di suggestioni visive – Cabiria si inserisce nel filone del peplum, genere che in tali coordinate storiche tanto piace al mercato internazionale, riuscendo allo stesso tempo anche ad assolvere al compito artistico grazie ai quadri didascalici vergati (o più probabilmente solo firmati) dal poeta vate. Cabiria, figlia di un ricco romano catanese, è venduta come schiava a Cartagine dopo un’eruzione dell’Etna che ha fatto fuggire dall’isola i pochi superstiti. Ceduta al pontefice Karthalo per essere sacrificata al dio Moloch, la bambina dovrà essere salvata dal romano Fulvio Axilla e dal suo possente schiavo Maciste. Ecco che per la prima volta, e in maniera piuttosto casuale, viene mostrata la potenza di quello che diventerà l’attore più pagato nell’epoca del cinema muto.

Cabiria rappresenta un punto di svolta per l'industria cinematografica italiana: lo sfarzo della messa in scena si mostra in tutta la sua ricchezza nel tempio di Moloch, in cui Maciste salverà la piccola rapita.

Cabiria rappresenta un punto di svolta per l’industria cinematografica italiana: lo sfarzo della messa in scena si mostra in tutta la sua ricchezza nel tempio di Moloch, in cui Maciste salverà la piccola rapita.

Bartolomeo Pagano è uno dei tanti scaricatori di porto di Genova, ma la sua scultorea corporeità lo distingue da tutti gli altri, il regista Pastrone lo nota e lo sceglie per interpretare quello schiavo supereroistico di cui ha bisogno per il suo film. Bartolomeo allora diventa macchina al servizio del bene, diventa semidio chiamato Maciste per richiamare un antico epiteto usato per il mitologico Ercole. La genesi del supereroe italico rimanda ai fasti di una romanità imperiale che il pubblico di tutto il mondo gradisce, consentendo a Pagano una carriera divistica che inevitabilmente coincide con le avventure di Maciste. Il gigante buono reggerà sulle proprie spalle una sequenza di almeno quindici pellicole che  tra il 1914 e il 1929 spolperanno il personaggio e lo utilizzeranno in qualsiasi contesto, risultando talvolta grottesche ma sempre redditizie: si passa dal Maciste imperatore al Maciste atleta, dal Maciste alpino al Maciste medium. Ai giorni nostri si parlerebbe di spin off e di franchise, i bambini si baloccherebbero con le action figures di Maciste e gli appassionati ne collezionerebbero i fumetti. Lo scenario pare troppo ardito? Forse, ma approfondire leggermente l’uso ideologico che ne venne fatto in epoca fascista potrebbe rendere il paragone meno fuori luogo di quanto si pensi.

Maciste diventa un marchio che si estende fino agli anni sessanta. Il pubblico internazionale mostra particolare interesse per le avventure del supereroe spesso immerso nel contesto mitologico o storico.

Maciste diventa un marchio che si estende fino agli anni sessanta. Il pubblico internazionale mostra particolare interesse per le avventure del supereroe spesso immerso nel contesto mitologico o storico.

La produzione cinematografica fascista non si limita – come si è soliti pensare – all’esplicita propaganda, al contrario mira alla realizzazione di pellicole di puro intrattenimento e di alto livello qualitativo, cinegiornali a parte. A questo atteggiamento di proselitismo indiretto si aggiunge un’ambiziosa serie di interventi istituzionali che spaziano dalla fondazione della mostra del cinema di Venezia a quella di Cinecittà, fino a un’inaspettata tolleranza nei confronti della schiera di intellettuali di opposizione che contribuiscono al dibattito teorico, che si dirige sempre più verso il recupero di Verga e della tradizione realista. Su questa tendenza, ma più defilato sulla via del mero diletto che nasconde i germi di una divulgazione di valori, è da inserire il superuomo Maciste: l’atletismo che gli permette il successo in qualsiasi contesto non è che l’esaltazione dell’attività sportiva promossa dal regime, la sua stazza vigorosa è spesso accentuata da caratteri particolari, come la mascella pronunciata, il petto prorompente e le braccia conserte, caratteri fisici che il Duce non ignorerà.

Allo stesso modo Mussolini utilizzerà la teatralità plastica che il cinema muto richiedeva e che ormai rientrava nei canoni performativi del pubblico per impressionare le folle e mostrarsi valoroso condottiero

Molto spesso ripreso di tre quarti e a petto nudo, Maciste non incarna soltanto la fisicità promulgata durante il ventennio, il personaggio interpretato da Bartolomeo Pagano è segnato dalla sua natura mitologica che prende a piene mani dall’immaginario dell’antichità. Da Carlo Magno a Ottone II, tutti gli imperatori/dittatori con ambizioni colonizzatrici hanno tentato di recuperare l’antichità classica e di farla propria in modo da associarsi ai fasti imperiali del passato. Il fascismo lavora anche in questo senso, e oltre ad un’architettura dalla forte impronta neoclassica e alla riscoperta dei valori agresti, impiega in ambito cinematografico il linguaggio del peplum per autenticarsi nuovo impero. Ecco allora che il Maciste mulatto delle origini si fa col fascismo via via più “ariano”, pur non negando quelle origini Africane che risulteranno utili ai fini della campagna conquistatrice degli anni successivi.

Maciste, Fulvio Axilla e Cabiria nella locandina del film. Prima degli interventi fascisti Maciste è mostrato con connotati africani, in seguito modificati.

Maciste, Fulvio Axilla e Cabiria nella locandina del film. Prima degli interventi fascisti Maciste è mostrato con connotati africani, in seguito modificati.

Da buon supereroe il semidio genovese risulta incorruttibile, al di sopra di qualsiasi pulsione terrestre. L’universo di Maciste non prevede alcun innamoramento né altro tipo di tentazione, il programma narrativo dei suoi film comporta una sola missione, che è quella di salvare gli sventurati di turno e rimanere costantemente a servizio della cittadinanza. A questo punto, sempre seguendo la linea che lo accosta ad un qualsiasi eroe moderno, Pagano non può più dissociarsi dal proprio personaggio: nelle interviste stringe i pugni, viene leggermente truccato in modo da non tradire le origini nord africane, gli viene impedito di proferir parola, il semidio è una macchina futurista che si attiva solo nel momento del bisogno, tanto che quando tenterà di negare la sovrapposizione con il personaggio filmico andrà incontro al fallimento. Alla maniera di un Bud Spencer sinuoso Maciste non disdegna la commedia: il gigante subisce come un John Wick mitologico senza mai sembrare affaticato, fa saltare gli opponenti in calderoni infuocati, li disintegra con semplici gomitate e quasi si prende gioco di loro creando quell’effetto comico oggi indispensabile per qualsiasi produzione Marvel o DC. È chiaro allora come l’aspetto circense venga fortemente accentuato e utilizzato per addolcire impianti narrativi che sì cercano l’intrattenimento, ma si fanno anche portatori di questioni care ai valori del paese.

Se la forza di Clark Kent, tanto per prendere il supereroe per antonomasia, è giustificata da una provenienza ultraterrestre, quella di Maciste deriva inizialmente dall’esotico mondo africano, per poi mostrarsi in modo naturale come diretta conseguenza di una potenza divina. Altri supereroi popolari negano in toto la superiorità celeste tipica di Maciste, preferendo mutazioni anomale e pericoli sovrannaturali, ma i tratti comuni sono piuttosto evidenti e rendono l’idea del media franchise cui si faceva riferimento. L’eroe da cinefumetto agisce su archi temporali che si dilatano a piacimento, le sue trame sono spesso autoconclusive e consentono ampi margini di libertà agli autori, proprio come il supereroe fascista che passeggia senza batter ciglio dalla contemporaneità in cui interpreta un poliziotto all’antichità classica che lo fa tornare schiavo possente. Il terrore del nemico – interno o esterno che sia – è sciolto in ogni caso dal superuomo di turno, maschera di carattere che attraversa tutte le fasi del cinema narrativo e che nel caso Italiano si lega ad una complessa rete di propaganda mascherata in cui è difficile capire quanto la finzione abbia modellato la realtà e viceversa.

Propaganda della Grande Guerra: Maciste Alpino

Oggi che in Italia si palesa la completa assenza di un’industria cinematografica organizzata, fa un certo effetto rilevare come un personaggio di successo sia stato sfruttato con le stesse modalità con cui i grandi distributori replicano gli universi narrativi più graditi dal pubblico. Immaginare un videogioco di Maciste, un fumetto, un cartone animato è folle solo a causa dell’altezza cronologica in cui il personaggio è stato ideato, perché le caratteristiche commerciali, antologiche e divistiche sono del tutto simili a ciò che oggi spinge lo spettatore a pagare per l’ennesima ripresa di Spiderman o di qualunque altro eroe transmediale.