Il mid-season finale di The Walking Dead, andato in onda nella notte tra domenica e lunedì negli USA, ha regalato a tutti i suoi appassionati la certificazione definitiva della svolta che è stata impressa alla serie a partire dall’inizio della settima stagione. Se il prodotto AMC, infatti, più o meno tra la quarta e la quinta stagione, aveva iniziato ad accusare stanchezza e ripetitività, non si può affatto negare che i recenti sviluppi abbiano portato a parecchie novità che hanno, a parere di chi scrive, fortemente rivitalizzato la serie. Quella che nelle prime stagioni si profilava come la narrazione di una storia di sopravvivenza in uno scenario (un po’ abusato) di apocalisse zombie, con qualche punta di horror-splatter nemmeno poi tanto marcata, ha beneficiato di un netto cambio di rotta verso una trama in cui a farla da padrone sono i contrasti tra sopravvissuti e in cui sono centrali i risvolti psicologici e la lotta mentale e nervosa tra diversi gruppi umani immersi in un contesto che non è più la fine di un mondo, ma l’inizio di una nuova civiltà.

Se, infatti, sin dal nome, TWD si caratterizza come una serie incentrata su quelli che comunemente vengono definiti “zombie” (anche se nella serie non vengono mai chiamati con questo nome), ovvero cadaveri che prendono vita a causa di una malattia dalle origini tuttora sconosciute e che accomuna, sembrerebbe, l’umanità intera senza distinzioni, ormai si può tranquillamente dire che i non-morti rivestano nella serie un ruolo di assoluto secondo piano, quando non di pressoché totale irrilevanza. Per quanto, infatti, essi continuino a costituire un ovvio pericolo per i pochi esseri umani sopravvissuti all’apocalisse, chi è ancora in vita è ormai a tal punto addestrato e preparato alla durezza del vivere da trattare un confronto diretto con uno zombie con la stessa facilità con cui, qualche anno prima, avrebbe acceso la televisione. Ciò che è centrale ora, nello sviluppo del mondo di The Walking Dead, sono di nuovo gli esseri umani. Aveva detto bene il defunto Merle Dixon:

La razza umana combatte le pestilenze fin dall’inizio. Ci prendono a calci nel didietro per un po’, ma poi contrattacchiamo. E’ la natura che corregge se stessa, ripristina il suo equilibrio.

Per un po’ l’umanità ha subito l’arrivo degli zombie, ma ha saputo reagire ed è tornata a dominare il suo mondo. Così, guardando The Walking Dead nel suo complesso, possiamo notare lo sviluppo di una storia che parte da una crisi che sembra annullare completamente qualsiasi barlume di civiltà umana, cui segue un periodo di stabilizzazione e di lotta per la sopravvivenza, con molti elementi che rimandano, con grande facilità, allo stato di natura hobbesiano, alla lotta di tutti contro tutti, alla difficoltà nella formazione di gruppi umani a causa della reciproca sfiducia che intercorre tra chi vive della necessità di sopravvivere ancora per un altro giorno. A questo stato segue, però, progressivamente, la riaffermazione della natura socievole dell’umano e la nascita di tanti piccoli gruppi che, alla pura sopravvivenza, riescono ora a contrapporre un modello di vita di sussistenza basato sulla caccia, la pesca e, man mano, il ritorno all’allevamento e all’agricoltura. È il caso della comunità di Alexandria della quinta stagione (ma il discorso valeva, in nuce, già per la prigione della terza), la cui descrizione lenta e pesante ha indotto molti a ritenere che la serie avesse ormai fatto il suo tempo, che stesse diventando ripetitiva nel delineare una routine simile per contenuti a delle lezioni liceali sulle prima comunità umane.

La svolta è però arrivata con Negan. Il personaggio, magistralmente interpretato da Jeffrey Dean Morgan, ha portato la serie a un altro livello di complessità, tanto da faticare ad associarla con le caotiche “fughe dai mostri” delle stagioni iniziali. Negan è il leader dei Salvatori, di coloro, parole sue, che riportano la civiltà in un mondo che l’aveva persa. La sua comparsa costituisce, infatti, nella trama di TWD, l’irrompere di una dimensione di relazioni tra gruppi fino ad ora rimasta sconosciuta alla serie. E se, nella sopracitata metafora storica di questa serie, la comparsa di diversi gruppi di sopravvissuti con differenti attitudini e punti di forza e di debolezza consente la rinascita di una certa forma di commercio, da un punto di vista più strettamente narrativo Negan introduce un modello di violenza psicologica infinitamente più terribile rispetto al puro scontro fisico che comportava la contrapposizione tra il gruppo guidato da Rick Grimes e i “vaganti”.

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Il ritorno della civiltà portato dai Salvatori non è altro, infatti, che l’imposizione di un sistema di potere basato sulla costrizione, la violenza e la tortura psicologica con cui un sovrano assoluto (Negan), utilizzando un esteso “popolo” a lui fedele (i Salvatori), sottomette gli altri gruppi, rendendoli di fatto suoi vassalli. Persino la “tassa” imposta da Negan a tutti i gruppi stanziali che hanno la sfortuna di esser raggiunti dai Salvatori ricorda una forma basilare e oscura di feudalesimo, incentrata su un monarca che domina con un sistema di potere a cerchi concentrici, dispensando compiti e punizioni e usufruendo, persino, di una sorta di ius primae noctis attraverso l’harem di “mogli” che tiene a sua disposizione dopo averle sottratte ai rispettivi mariti.

Ma il sistema di terrore con cui Negan mantiene il potere all’interno del suo gruppo, che prevede, ad esempio, il marchio a fuoco sulla faccia con un ferro da stiro per tutti coloro che trasgrediscono anche solo parzialmente a un suo ordine (in modo tale che la faccia del colpevole sia monito quotidiano per chi avesse la malsana intenzione di emularlo), non arriva neanche lontanamente a toccare le vette di crudeltà e abilità politica, dialettica e psicologica con cui Negan tratta i nemici più pericolosi, come il gruppo di Rick. La conta infantile con cui designa la vittima da giustiziare, la violenza brutale con cui scaglia Lucille (un bastone avvolto nel filo spinato, sempre assetato di sangue, a detta del suo padrone) contro due dei personaggi storici della serie, eliminandoli con una facilità disarmante dopo miriadi di pericoli scampati, la tortura psicologica con cui annichilisce i “duri” di TWD Rick Grimes e Daryl Dixon, permettono tranquillamente di definire Negan come uno dei personaggi malvagi meglio riusciti che si ricordino di tutte le serie televisive. 

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Il finale di metà stagione ha confermato tutto questo con una puntata al cardiopalma, in cui Negan non ha mancato di stupire svelando un lato del proprio personaggio che non può non aver indotto un briciolo di simpatia nel pubblico, quando ha avuto a che fare con Spencer e il suo tentativo di sostituirsi a Rick come capo di Alexandria. Come tutti i cattivi post-moderni, Negan non rappresenta il male assoluto tout-court, ma è una figura complessa e stratificata, che la serie ha verosimilmente solamente iniziato a sviscerare. La sua crudeltà è sicuramente pervasa dalla follia, ma anche da un’estrema lucidità nel momento in cui è perfettamente consapevole che il suo modus operandi è l’unico che consente la presa di un potere assoluto nel contesto ostile in cui si trova. E che, piaccia o meno, il suo dominio rappresenta comunque realmente un “ritorno alla civiltà umana”, che è caratterizzata anche da gerarchia, ordine e regole ferree, che qualcuno deve saper far rispettare. Un personaggio geniale, dunque, talmente ben riuscito da consentire una rilettura di tutta la serie che rivaluti anche i suoi già citati momenti morti come parti necessarie e inevitabili che facessero da preludio all’entrata di The Walking Dead in una nuova dimensione. Quella della nascita di un nuovo mondo, che, per ora, nonostante il finale di speranza dell’ultimo episodio, rimane ancora il mondo di Negan.