Senza nulla togliere a The revenant di Alejandro González Iñárritu, che è valso finalmente l’oscar, come miglior attore protagonista, a Leonardo DiCaprio (anche a seguito di numerose “sfide” che ha dovuto affrontare durante le riprese), probabilmente, l’attore californiano avrebbe meritato il prestigioso riconoscimento per altre interpretazioni. Su tutte, spicca quella nei panni di Jordan Belfort, uno dei più famosi broker della storia, in The Wolf of Wall Street, film diretto da Martin Scorsese (alla quinta collaborazione con DiCaprio) ed uscito nel 2013.

Di famiglia modesta e di buona educazione, nel 1987 Belfort inizia la sua carriera a Wall Street, sotto la guida di Mark Hanna, il quale, durante un pranzo, gli spiegherà brevemente le regole del gioco: «E beh, come cazzo lo fai questo lavoro. Cocaina e troie amico mio!»; «Regola numero uno: spostare i soldi dalle tasche del tuo cliente e metterli nelle tue». Il giovane impara in fretta, immergendosi velocemente in quel turbine che è la borsa, facendo carriera a forza di fregare il prossimo. Tuttavia, in attività come queste, i crolli sono sempre dietro l’angolo. Puntualmente, il 19 ottobre si verifica il cosiddetto “lunedì nero”: l’azienda fallisce e Jordan è a casa, con una famiglia da mantenere e i conti da pagare. Molti avrebbero (e avranno) mollato, cercando un lavoro sicuro, anche se poco redditizio. Ma, quando si parla di imprenditori, di bravi imprenditori, la parola resa non è contemplata. Belfort riparte dal basso, anzi dal profondo, facendo sempre più soldi con la vendita delle penny stock (azioni di piccole società dalle dubbie prospettive di crescita, sulle quali guadagna il 50% dei ricavi, contro l’1% che otteneva precedentemente), per poi decidere di mettersi in proprio, fondando, col suo amico Donnie, la Stratton Oakmont, assoldando diversi malavitosi del quartiere come promessi brokers.

È l’inizio dell’era del lupo. Belfort diventa il capobranco di una moltitudine di persone come lui, che amano le droghe, i festini, il sesso, ma soprattutto i soldi: «Lasciate che vi dica una cosa. Non c’è nobiltà nella povertà. Sono stato un uomo povero, e sono stato un uomo ricco. E scelgo di essere ricco tutta la vita, cazzo!». Di fatto, la vita ricca di eccessi degli “strattoniani” è tutto il contrario di quello che banalmente ci si potrebbe aspettare da signorotti in giacca e cravatta. Scorsese, che ha realizzato il film in quanto “affascinato dalla loro ignoranza”, ammette in proposito: «Quello che fanno è divertente nel contesto della verità della loro situazione». Per poi aggiungere: «la capacità di vedere l’umorismo in situazioni che sono atroci fa parte del meccanismo di difesa. Ecco perché si ride su cose come queste». Questi bravi ragazzi sono evidentemente malati, tanto da ricercare la cura ai propri problemi, nelle loro cause, così come rivela Jordan ad Emma, zia di Naomi, sua seconda moglie, e prestanome del conto svizzero. Prestanome, certo. Perché, ovviamente, molto di quello che la Stratton fa non è legale e, per questo, la caccia dell’FBI sarà spietata, tanto quanto le attività dell’azienda. Del resto, la routine dell’agente Patrick Denham è la perfetta antitesi di quella di Wall Street, in cui la presenza di un senso di giustizia sopperisce a un modesto stipendio e ai viaggi in metro. Di contro, Belfort avrebbe la possibilità di farsi indietro, di lasciare le redini della società ai suoi soci, uscendone così pulito. Commenta Scorsese: «Se l’è cavata così tante volte, ma voleva solo farne ancora di più. Suo padre e il suo avvocato gli hanno detto, “Vattene ora, l’hai fatta franca!”, ma non ha voluto ascoltarli. Non riusciva a resistere di approfittare delle persone. Sembrava venirgli così naturale». E, infatti, “fotti oggi, fotti domani”, così come aveva predetto Denham, la festa finisce: il banchiere svizzero viene arrestato e con lui Jordan.

A questo punto, il lupo ha davanti a sé una scelta morale non indifferente: proteggere il suo branco, non rivelando le attività illecite dei suoi soci, o collaborare con le autorità, evitandosi molti anni di prigione. «Hai sempre detto che non ci sono amici a Wall Street», gli dice Naomi prima di lasciarlo definitivamente, solo con le sue dipendenze e i suoi problemi. Con questa frase, emerge l’antropologia negativa, che sino a quel momento aveva solamente stuzzicato la mente dello spettatore, caratteristica di una realtà spietata, equivalente allo stato di natura hobbesiano, in cui l’uomo è un lupo per gli altri uomini. Da capobranco modello, Jordan Belfort diventa il pentito, l’infame, il rivale, per tutti, tranne che per Donnie, l’unico ad essere avvisato del registratore, non compromettendosi. Belfort ottiene una pena minima di tre anni, in un carcere a bassa sicurezza, ma perde gli “strattoniani”, con cui ha condiviso molto e grazie ai quali ha guadagnato tanto, tantissimo. Nel corso del film, si ha l’impressione che la Stratton sia molto più che una semplice società, ma una vera e propria famiglia, fatta di legami solidi e veritieri. Tutte balle. Per usare il lessico di Ferdinand Tönnies, il branco dimostra di essere una Gesellschaft, artificiale e finalizzata all’utile, e non una Gemeinschaft, naturale e duratura. Del resto, come afferma Mad Max, il padre (e collaboratore) di Jordan: «Tutti i nodi vengono al pettine…qualsiasi cosa volesse dire». Uscito di prigione, Belfort riprenderà la sua attività da imprenditore, attraverso seminari sulle strategie di vendita. E gli altri? Saranno rimasti in carcere per un po’, per poi continuare o accantonare definitivamente le proprie carriere. Ma, alla fin fine, chissenefrega. Del resto, nessuno di loro è stato il lupo di Wall Street.