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Chi, almeno una volta nella vita, abbia avuto a che fare con il cinema di Bergman, con buona probabilità non è uscito indenne da questa esperienza: ancora lo vediamo lì, esangue, intento a riprendersi, mentre incespicando da una parte all’altra della propria dimensione mentale, oramai tumefatta, continua a chiedersi il perché di un’azione tanto inconsulta quanto impulsiva. Entrare nel mondo di Bergman è una sfida immane e pericolosa, significa sprofondare lentamente nei meandri oscuri e profondi di una mente singolare e quanto mai visionaria ed il rischio di rimanervi intrappolato perennemente è alto. Una mente in cui i travagli e le insicurezze della fanciullezza, le infelicità e la soddisfazioni temporanee di un presente in declino, tornano in auge per cristallizzarsi in film onirici, veri sogni ad occhi aperti, che quasi impercettibili lambiscono la superficie di una realtà torbida, e solo in apparenza ordinaria e cordiale. Quando Bergman cominciò a pensare a quale sarebbe stato il suo prossimo lavoro, dopo il grande successo di La Fontana Della Vergine e il divertissement L’occhio Del Diavolo,  aveva in mente qualcosa di innovativo, di quanto più intimo e sincero potesse esserci nel mondo del cinema. Al centro di esso un dubbio che lo affliggeva fin dalla sua tenera età, con cui lottava da tempo immemore, e che forse non lo abbandonò mai definitivamente: Dio. Alla fine degli anni cinquanta decise finalmente di affrontare il problema, senza indugio né paure, con la tenacia che è propria degli uomini di spirito. La trilogia del “silenzio di Dio”, nasce da questo irrisolto conflitto interiore, da questo tormento dilaniante che sembra non concedergli requie. Già alcuni anni prima la questione teologica aveva toccato platealmente una sua opera Il Settimo Sigillo, dove ascoltiamo un Max von Sydow all’apogeo della sua carriera, conversare con la Morte: “CAVALIERE: Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, mi sveli il suo volto, mi parli. MORTE: Il suo silenzio non ti parla? “

Dare una risposta incerta, per Bergman, anche se consolante, è più pericoloso che porre una domanda banale. Perché Dio tace? L’interrogativo corrode gli animi nel profondo. Tuttavia il regista intravede nell’impossibilità di dare una risposta chiara ed esauriente una possibile fonte d’inspirazione. Non indulgerà mai a moralismi frivoli o a sterili lezioni sull’esistenza o meno del creatore. Nella trilogia, che comprende Come In Uno Specchio, Luci d’Inverno e Il Silenzio, la questione non sarà mai risolta, ma solamente affrontata con la veemenza e con la poetica che contraddistingue il suo cinema da camera. Spetterà allo spettatore prendere poi posizione. Prendiamo in esame Luci d’Inverno. Bergman dirà:

La genesi della sceneggiatura ha proceduto per gradi e per più stesure con l’obbiettivo di raccontare un dramma davanti all’altare di una chiesa. Ecco perché la storia è ingegnosa non per la sua complicazione ma per la sua semplicità.                                          

La storia si svolge nell’arco temporale di una giornata, nella fredda cittadina di Falun, con protagonista un pastore luterano della Svezia protestante. La fotografia curata da Sven Nykvist è sobria ed essenziale, i primi piani esaltano le fisionomie pallide dei personaggi mentre la cinepresa oscilla dolcemente da una all’altra delle ambientazioni durante tutte le scene del film. Nella prima inquadratura,sullo sfondo di una vecchia chiesa medievale, Tomas Ericsson (Gunnar Björnstrand), nell’austerità del suo abito, celebra la funzione eucaristica. Innanzi a un numero esiguo di fedeli, dal suo sguardo traspare quella mancanza di convinzione, che dovrebbe essere essenziale per un ministro religioso, e che rappresenta la forza propulsiva della ricerca di Dio. In lui invece, constatiamo una meccanicità, un’aridità di spirito, celata dietro  un’apparente perdita di fede, virtù che probabilmente non ha mai posseduto. Confesserà più tardi, infatti che la scelta vocazionale non è stata spontanea, ma imposta dal padre. Il primo paradosso che Bergman mette in scena è proprio questo: colui che dovrebbe essere il tramite tra Dio e il mondo in realtà non riesce ad assolvere il suo compito, poiché lui in primis privo di fede e d’amore verso il prossimo. 

Ammettiamo che dio non esista, che differenza c’è? La vita diventa comprensibile. Che sollievo! La morte diventa uno spegnimento, un disfacimento dell’anima. La crudeltà degli uomini, la loro solitudine, la loro paura, tutto diviene chiaro, trasparente. L’incomprensibile sofferenza non ha bisogno di spiegazione. Le stelle, il mondo ed i cieli hanno creato se stessi e si sono dati vita a vicenda. Non c’è nessun creatore del mondo.

Dopo la celebrazione, un uomo svilito dalla possibile minaccia atomica da parte della Cina, confessa il suo proposito di suicidio al pastore che non riesce a dissuaderlo da tale intento. Verrà ritrovato cadavere poche ore dopo. Al fallimento come uomo e come pastore, si unisce il legame travagliato con Märta Lundberg (Ingrid Thulin), maestra elementare del paese, e la convivenza dolorosa con la morte prematura della moglie, cui attribuisce la perdita della fiducia in Cristo. La domanda risuona imperterrita: Dio perché mi hai abbandonato?

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Tomas Ericsson, il tormentato protagonista de Luci d’Inverno

La pellicola in vero, è un suggestivo dialogo tra sordi: tutti i personaggi espongono i loro problemi senza riuscire a comprendere chi abbiano di fronte, né tantomeno cos’è che li affligge realmente . Il titolo dell’opera infatti è Nattvardsgästerna, ossia I Comunicandi, richiamo palese al duplice aspetto universale e umano della vicenda. In essa vi troviamo persone che cercano disperato contatto tra loro senza trovarlo. Non c’è comunicazione, non esiste dialogo. Nonostante il fatto che il film si basi totalmente sul parlato, per dare maggior rilevanza all’intensità interiori dei singoli personaggi, Bergman ci insegna che parlare non vuol dire necessariamente comunicare. Il silenzio di Dio in questa mancanza di comune-unione tra gli uomini assume un ruolo preponderante: il suo assordante  silenzio ci ammonisce costantemente che non siamo in grado di percepire il dolore di chi ci è affianco. Dio tace in risposta alla nostra durezza di cuore e mancanza di fede. Il freddo e la neve in cui è immersa la cittadina, esprime forse magnificamente quella condizione di angore spirituale in cui tutti loro versano.

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La tenue luce della vetrata resa ancor più flebile dal bianco e nero sintetizza la crisi umana e spirituale del protagonista

Alla fine del film, eppure, Tomas, sembra cambiato, il suo sguardo è differente dall’inquadratura iniziale. La cinepresa si eleva allontanandosi sempre più, quasi a voler simboleggiare un innalzamento morale, l’ascesa al cielo e la conquista della grazia divina. Tanto si è speculato sul finale dell’opera. Ma Bergman non coccola il suo pubblico, lo fa addentrare in una dimensione onirica per poi svegliarlo di soprassalto, lasciandogli addosso quella sensazione di caduta nel vuoto. Di forte impatto, restano inoltre le parole del sagrestano Algot: il ragionamento semplice, innocente e parimente dotato di una intensità notevole, elargisce un forte contributo alle sorti del povere pastore.

Dal minuto 4.25 il dialogo lapidario del povero Algot

Le tribolazioni, quelle autentiche, sono tali da non poter essere espresse apertamente e completamente, poiché per qualche strana ragione non si riesce a definirne esattamente l’origine quanto la causa stessa che l’ha generata. Percepiamo solamente un dolore vago, un vuoto che dilaga progressivamente, e che sappiamo essere incolmabile. Il sentore di un qualcosa d’indefinibile che si fa a noi sentire intensamente nella sua assenza ci attanaglia. La ricerca di un Dio, rappresenta forse secondo Bergman, un tentativo folle e disperato di colmare quel vuoto e la fede cieca il balsamo per alleviare il dolore che da esso scaturisce. Che lo si chiami Dio, amore, o qualunque altra forma di atto di donazione spontanea di sé all’altro, non ha importanza. Esso si manifesta non a parole, ma tramite un richiamo più forte del linguaggio umano, insondabile e trascendente, il linguaggio dell’anima. E nel tacere dell’anima, Ingmar Bergman dà voce al silenzio di Dio.