Si dice che Augusto lo abbia deturpato rubandogli un giorno per aggiungerlo al suo mese, in modo da non renderlo più corto di Luglio, quello di Cesare. Febbraio è il mese del rovesciamento carnascialesco, ma anche quello dell’ansia contadina per le provviste invernali ormai esaurite, tanto da rendere piuttosto popolare il motto che lo vuole Febbraietto, mese corto e maledetto. Giorni scostanti sia a livello numerico che climatico, dove Guccini intravedeva già i primi sprazzi di primavera:

Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma nei convitti e in piazza lascia i dolori e vesti da Arlecchino, il carnevale impazza, il carnevale impazza…
L’inverno è ancora lungo, ma nel cuore appare la speranza
nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza…

Il primo lungometraggio scritto e diretto da Oz Perkins, figlio di un certo Anthony, sembra emergere dallo stesso brodo primordiale da cui ha origine Febbraio, un impasto di freddo glaciale, ambivalenza e scostanza il cui titolo è ormai già stato chiamato in causa: February. L’attività di Perkins è principalmente quella dell’attore di mediocri commedie romantiche e serie TV, ma da alcuni anni pare sia emersa in lui una vocazione autoriale ben lontana dalle sue più note interpretazioni, come a voler mettere in chiaro che, volendo, anche lui sa dove posizionare una macchina da presa e girare sequenze suggestive. Un altro che si prende troppo sul serio, si specchia di continuo e si piace molto? Probabilmente sì, ma da quello che fa vedere se lo può permettere.

In February ricorrono eleganti inquadrature a “mezzo piano” con le protagoniste femminili posizionate di lato rispetto all'ambiente

In February ricorrono eleganti inquadrature a “mezzo piano” con le protagoniste femminili posizionate di lato rispetto all’ambiente

Il primo passo verso l’affermazione di questo talento autoriale è la sceneggiatura di Cold comes the night, un buon thriller del 2013 ingiustamente massacrato da una critica togata evidentemente non ancora innamorata a priori di qualsiasi cosa comprendesse Bryan Cranston nel cast. Qui il protagonista di Breaking Bad interpretava uno spietato criminale slavo che rendeva scorrevole un film non eccelso ma godibile, una di quelle produzioni minori apprezzabili solo in DVD ma a volte più interessanti di ciò che propone la sala cinematografica. Passare dalla scrittura alla regia lo rende chiaramente più libero di mettere in immagini le proprie idee stilistiche, alimentando quella voglia di rivalsa qualitativa che lo porta a girare un film ambiguo, pesante ma anche ruffiano. Girato durante il più freddo Febbraio della storia del Canada, February attende tutt’oggi – a distanza di più di un anno – una degna distribuzione, e in perfetta linea con le tribolazioni che attendevano i contadini nell’omonimo mese gironzola per mille festival indipendenti facendo sprecare parole al miele ma anche giudizi disorientati dall’oggettiva vacuità del prodotto finale. Tutto sommato “la primavera danza“ anche per Perkins, dato che la casa di produzione “A24” lo ha recentemente acquistato e lo distribuirà a Marzo negli U.S.A, benché risulti da tempo disponibile un po’ ovunque. Il Febbraio di Oz è glaciale, un freddo lontano dalla morbidezza della neve e prossimo ad una rigidità luciferina in senso Dantesco, tanto che i più suggestionati potrebbero rintracciarvi qualche ammiccamento alle illustrazioni di Gustave Doré per la Divina Commedia.

L'inferno glaciale delle illustrazioni di Gustave Doré

L’inferno glaciale delle illustrazioni di Gustave Doré

Una narrazione tripartita in capitoli che prendono il nome delle tre protagoniste femminili struttura un’opera di una geometria quasi disturbante. La neve sommerge il paesaggio in cui è immerso un collegio femminile, è Febbraio (neanche a dirlo) e si avvicinano alcuni giorni di vacanza in cui i parenti possono far visita alle ragazze. I genitori di una di queste tardano ad arrivare e obbligano una sua compagna a tenerla d’occhio nei pochi giorni di sospensione delle lezioni. Apparentemente slegato da questo nodo centrale è il filo narrativo che segue un’altra fanciulla di cui non conosciamo nulla, se non la volontà di raggiungere il convitto per assecondare una misteriosa forza che la attrae. Che il thriller e l’horror degli ultimi tempi stia utilizzando quasi esclusivamente protagoniste femminili è un dato di fatto, ma in February sembra che la distinzione di genere sia puramente estetica, un espediente che renda più crude e stridenti le trovate visive di un Perkins forse più attento alla forma che al contenuto. Forse, perché quando ci si trova di fronte a pellicole così enigmatiche è sempre forte la tentazione di etichettarle come delle ruffianate, opere che alzano tanta nebbia per nascondere sceneggiature grossolane, studiate a tavolino per generare nell’osservatore più di un’interpretazione e molti dubbi. È però altrettanto possibile che il lungometraggio faccia produrre naturalmente diverse ipotesi a livello di significato, senza dunque che vi sia furbizia in chi la realizza. February è un’operazione vincente proprio per questo, è un film che per un’ora accumula tensione e scene fortemente disturbanti che poi, fortunatamente, non sono spiegate in modo didascalico.

Un enigmatico poster del film che a fine visione potrebbe aiutare a comprenderne il nodo centrale

Un enigmatico poster del film che a fine visione potrebbe aiutare a comprenderne il nodo centrale

A questo punto è bene dirlo, al fine di allontanare gli allergici al genere e sgombrare il campo da eventuali dubbi: February è un film sul demonio, ma scambiarlo per uno di quegli pseudo-horror con le ragazzine possedute sarebbe una bestemmia indicibile, nonostante il fuorviante trailer lo possa far presagire. Qui siamo nel campo del cinema ben fatto, anche troppo: Perkins pesa ogni inquadratura, la rende interpretabile su più piani e crea un testo fatto di immagini estremamente curate, confezionate con una sapienza che dopo novanta minuti risulta quasi pesante. I ritmi estremamente dilatati aiutano ad accumulare interrogativi e tensioni che verranno sciolti solo in parte. Questo rischia di frustrare uno spettatore che comprensibilmente annoiato prosegue nella visione al solo fine di capire i molti “perché?” che il regista semina qua e là.

Associare alcune inquadrature ai quadri di Füssli o alle illustrazione di Gustave Doré de L’inferno Dantesco è probabilmente una suggestione esagerata, ma anche solo il fatto che un accostamento del genere possa toccare l’immaginario dell’osservatore eleva il film a qualcosa di più che un semplice prodotto dell’industria culturale

Chi avesse la sicumera di negare la valenza estetica e la portata di inquietudine di certe inquadrature si schianterebbe contro un muro nello smontare le sequenze delle telefonate, la scena con la ragazza davanti alla vecchia caldaia o l’ammiccamento biblico di quella che porta al climax del terzo atto. D’altra parte che ci sia qualcosa di particolare in questa produzione lo si capisce già nei primi cinque minuti, battute iniziali in cui Perkins porta a casa un dialogo grottesco che mette in mostra anche le ottime capacità interpretative della giovane protagonista.

Johann Heinrich Füssli, Silenzio, 1801. Lo stesso Füssli si definì “pittore ufficiale del diavolo”

Johann Heinrich Füssli, Silenzio, 1801. Lo stesso Füssli si definì “pittore ufficiale del diavolo”

February destabilizza il pubblico, è un lungometraggio che difficilmente trova termini di paragone, se non quel Sono la bella creatura che vive in questa casa realizzato dallo stesso Perkins per Netflix e disponibile anche in Italia. Questo vuol dire semplicemente che è nato un autore vero, uno che forse si piace un po’ troppo ma che risulta riconoscibile senza scadere nella caricatura di sé stesso. È vero, resta quel fastidioso dubbio che potrebbe compromettere le belle parole spese finora. L’ambiguità semantica che caratterizza tutta la pellicola è voluta o è un fumogeno che copre le deficienze di scrittura? I pochi ad averlo visto hanno dato risposte diverse, prova ne sono i giudizi fortemente contrastanti. In chi lo ha adorato accade di faticare non poco nel cercarne i difetti. È certamente tutto troppo grazioso, a partire dalle protagoniste, tutto troppo ornato e geometrico, senza contare le mani vuote che lascia a fine visione. Forse allora in questi casi l’unico fattore da prendere in considerazione in fase di giudizio riguarda il livello di sollecitazione che si attiva nello spettatore: il film porta il pubblico a produrre collegamenti, ipotesi, interpretazioni contrastanti? Se sì, l’obiettivo è stato raggiunto e film lavora bene. Se prendessimo questo criterio come metro di giudizio allora metteremmo tutti d’accordo, perché February attiva lo spettatore e lo spinge ad una seconda visione che chiarisca i dubbi rimasti. A ribadire le similitudini con il mese da cui prende il nome, il film di Perkins è stato per il momento rilasciato con due titoli: February e The blackcoat’s daughter, come a voler ricalcare quella caratteristica unica che lo vuole ora di 28, ora di 29 giorni.