In uno dei testi più affascinati ed emblematici della letteratura inglese, Wordsworth scriveva: c’era un tempo in cui prato,bosco e ruscello, // la terra e ogni essere a me noto, // sembravano ornati da una luce celestiale. // La gloria e la freschezza di un sogno //  non è più com’era prima. // Mi giro ovunque posso, // di giorno e di notte, // le cose che ho visto ora, non posso più vederle. Si potrebbe riassumere in queste poche righe il senso ampio che concediamo alla malinconia. Male di vivere, stanchezza d’essere, o solamente una malsana letargia dove inquietudine, nostalgia e rimpianto si uniscono e si separano vicendevolmente innumerevoli volte, si compenetrano e si confondono spietatamente fino a far sanguinare l’anima. Non esistono argomentazioni sufficientemente valide per risalire all’origine di questo malessere. Eppure in essa è spesso contenuta una rivelazione salvifica, che si fa viatico spirituale per una dimensione altra della vita. Una consapevolezza tuttavia tirannica, che aggredisce, violenta, annichilisce le conoscenze di quanti investe senza riserva alcuna. Nel corso del tempo l’arte ha cercato di identificare, di scardinare i cancelli che bloccavano l’accesso a questo che forse, è uno dei pochi sentimenti autentici di ogni essere umano, ha cercato d’incatenare questo stato d’animo nella pittura, nella scrittura, nella musica, nel teatro, insomma di individuarlo e manifestarlo pienamente al mondo. L’esigenza di una ricerca, che diventa soluzione di continuità tra generazioni differenti, legame indissolubile tra consapevolezza di esistere e rammarico per il perpetuo divenire, è alla base di ogni vita.

Il cinema delle stanze vuote, edito da La scuola di Pitagora 2017

Il cinema delle stanze vuote, edito da La scuola di Pitagora 2017

È questo il filo conduttore da seguire per riemerge invitti dalle pagine tumultuose del nuovo lavoro di Isabella Cesarini e Luigi Iannone, Il cinema delle stanze vuote, edito da La scuola di Pitagora. Breve saggio, dai toni caustici e a tratti poetici, che analizza attraverso una serie di pellicole cinematografiche, non la melanconia in sé, come potrebbe a prima vista sembrare, ma come essa è percepita dall’umana coscienza, come ogni individuo, tramite i personaggi e le situazioni dei film esaminati, si relazioni ad essa. Il cinema diventa strumento per indagare a fondo il mistero della vita, a partire dalle inquadrature a mezzo piano, dai pertinaci contrasti di luce o ombra, dagli affastellamenti di immagini, suoni e parole che nella spazio e nel tempo della macchina da presa lambiscono la superficie di un universo nuovo. Nella sua finzione scenica è celata, con armonia e blandizia, una trappola per irretire quanti si lasciano ingannare dalla sua capacità di dipingere il reale, forse in una maniera migliore e più veritiera della realtà stessa. Il regista è direttore d’una orchestra sempre vigile, che smuove, smaterializza, fa a brandelli ciò che la percezione rende razionale, per poi ricostruirlo, ricomporlo nella visione di un sogno fugace, o nell’alba attonita, in una luce soffusa. Il cinema agisce sull’uomo più di quanto non faccia l’esistenza. Ed è in questa contrapposizione, al limite tra il reale e la finzione, che si tenta l’atto riconciliatore con la vita come la intendiamo. In questo scritto, certe riflessioni tirate a galla, allargano, danno profondità, spessore a quei movimenti oltre lo schermo, ampliandone e diradandone allo spettatore le proiezioni.

In questo nostro lavoro dal primo Pietro Germi sino all’ultimo Lars Von Trier, proviamo a svelare quanto all’interno di un’opera cinematografica la mestizia dell’esistenza si possa dispiegare in differenti e forse complementari fotogrammi illuminanti per comprendere l’umanità.

Diviso in tre capitoli, al centro della dimensione narrativa del saggio v’è un punto cruciale, imprescindibile per coglierne appieno le sfumature, ossia il tentativo di comprendere l’umanità attraverso la malinconia, la quale, come saggiamente Donato Novellini fa notare nell’introduzione del testo, corrisponde a un intenso sentimento di risposta – e di rivolta – nei confronti di quella che costituisce la società degradata del nostro tempo, in cui il male di vivere è forse l’unica certezza incorruttibile a cui affidarci. Ma cos’è che lega le varie figure di questo saggio? Il sentimento preponderante in loro è certamente un disagio esistenziale, che si erge a parabola metafisica della non-vita, in cui si percepisce un lento e progressivo decadimento, fisico e spirituale. I protagonisti, in misura diversa, hanno perso quell’ubi consistam, che precedentemente li aveva sorretti durante il loro peregrinare su questa terra. Sono personaggi che, al modo di Pessoa, hanno pena delle stelle, che brillano da tanto tempo.

1) Il treno per il Darjeeling (2007)
2) Un maledetto imbroglio (1959)
3) Fuoco fatuo (1963)

Ad aprire il sipario di questa trattazione, l’opera di Pietro Germi, regista genovese, con pellicole pregne di una forte e aspra critica sociale e politica, quali possono essere L’uomo di paglia, e Un maledetto imbroglio, in cui le sembianze, dapprima incongruenti di vittima e carnefice, coincidono. È l’Italia vista attraverso gli occhiali scuri di un regista che con la sua ironia sferza le comode illusorietà dei luoghi comuni, dei confini tra bene e male, giusto e sbagliato. Confini che alla fine, non si diradano ma si confondo, nel nero e nel bianco del fotogramma, in una nuvola di fumo scuro di una sigaretta. Ecco poi a seguire, la disillusione e l’incedere del tempo, nell’attesa snervante di una riconciliazione universale in Fuoco Fatuo, di Louis Malle, tratto dal romanzo omonimo di Pierre Drieu La Rochelle. Commento antiborghese, disprezzo per le convenzioni, sullo sfondo di una Parigi crepuscolare, uggiosa, che esprime in tal senso, il dissidio e il pallore interiore del protagonista, si consuma un delitto in cui il colpevole è proprio il mondo.

Se per i primi due registi trattati, la malinconia era espressa e bene identificata, in Wes Anderson, regista dell’eleganza e del dettaglio in primo piano, questa mestizia è interpretativa, ermetica. Ad aiutarci, come gli autori intuiscono, è il mondo dell’infanzia, mai realmente abbandonato dagli adulti e superato in toto da coloro che dovrebbero viverla, i bambini. Quest’inversione di ruoli ben visibile in Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore, diventa palese in Un treno per Darjeeling, in cui si compie un processo di responsabilizzazione e di ridefinizione apparente dei ruoli, che tre fratelli in viaggio in India, dopo la morte del padre, effettuano alla ricerca di una figura materna. Nelle ultime due parti, a concludere il secondo capitolo vi sono due registi, fin troppo noti, di cui solo citare i nomi, diffonderebbe nell’aria un sentimento di stupore misto a reverenziale timore. Andrej Tarkovskij e Fellini, entrambi prìncipi di un’estetica trascendentalista. Se il primo con Nostlaghia, esaspera una ricerca volta alla perfezione, alla purezza, e il dramma è nel suo non raggiungimento, nella produzione filmica di Fellini l’intesa artistica si traduce nella rinuncia di un pragmatismo a favore di una destinazione che affonda le sue radici nei recessi dell’animo umano.

1) Nostalghia (1983)
2) La voce della luna (1990)
3) Il settimo sigillo (1957)

Dalla poetica dirompente e nerboruta del secondo capitolo, si giunge alla razionalità traente del terzo in cui vediamo in prima linea un’analisi lucida di due grandi pellicole del cineasta svedese Ingmar Bergman. Le opere in questione sono Il Settimo Sigillo e Il posto delle fragole. Seppur differenti nel modello espositivo, in entrambi la conflittualità interiore portata sullo schermo, è quella del ricordo del passato e del timore per il presente, della sofferenza e del rimpianto, del reale e dell’irreale, riuscendo in tal modo a esorcizzare un timore recondito, comune, che è quello del senso della vita. Si affaccia un dilemma, un dramma prettamente sociale e umano, poi, nel capitolo su Dogville, di Lars von Trier. Spazio atipico, ambiente scevro di una struttura compiuta e reale, che è lente d’ingrandimento per la falsa natura democratica, la quale ben presto, corrotta, distorta, si tramuta in una feroce dittatura a scapito dell’elemento apparentemente debole del gruppo. Storia in cui non c’è spazio per il perdono, né per la redenzione, dove la pace interrotta, la corruzione e la malvagità, confluiscono in una breve e spietata spirale d’agonia.

Dall’inespressività scenica di Dogville, si passa quindi all’esaltazione massima della natura, in tutte le sue forme, in Into the wilde, diretto dal noto Sean Pean. Tratto da una storia autentica, l’opera è specchio lucido di una realtà sociale, politica e religiosa asfissiante, claustrofobica, rigida e ineccepibile nella sua vuotezza di significato. Ed è contro questo vuoto, contro questa asimmetria del vero, che il protagonista, Alexander Supertramp, dichiara guerra, incarnando nella fuga dal mondo, nell’ascetismo, nel richiamo della foresta, la rivincita morale dell’uomo sul proprio destino. Un cammino impervio, costellato di dolori, delusioni, sconfitte, ma mai resa o rimpianto per il futuro certo lasciatosi alle spalle. Atto conclusivo, coronamento di un percorso portato avanti con stile, dedizione ed entusiasmo dagli autori, è il capitolo dedicato a Melancholia, affresco futurista del già citato regista danese, Lars von Trier. La tensione emotiva si dipana in un rapporto collusivo e angoscioso, che vede protagoniste due sorelle, mentre sotto le note soffuse del preludio a Tristano e Isotta di Wagner, il pianeta Melancholia, si abbatte ignara sulla Terra. Il passato riaffiora con violenza, e con esso la tragicità dell’esistenza. La melanconia, la depressione, è solo un pretesto, per prendere consapevolezza dell’assurdità della condizione umana.

1) Dogville (2003)
2) Into the Wild (2007)
3) Melancholia (2011)

A tutto ciò, vanno aggiunti innumerevoli riferimenti filosofici, letterali, musicali, da Satie a Wagner, da Nietzsche a Kierkegaard, da Carmelo Bene a Camus, che non fungono da mero orpello ornamentale, o impressionistico, ma funzionali ad una compressione alta, indagatrice profonda del problema posto all’inizio del testo. La forza di questo saggio risiede, oltre che nella sublime resa poetica che accompagna il lettore lungo tutta la lettura, nella potenza espressiva di certe intuizioni che nel miraggio, nello scorcio, nell’attimo di un cambio di scena, attraverso un monologo sussurrato o uno sguardo mancato, riesce a cogliere gli impercettibili mutamenti prodotti nell’animo umano. Eppure, quale strumento per manifestare e raccontare appieno la mestizia dell’esistenza se non il cinema, che in esso racchiude interconnessioni sublimi tra l’io e la moltitudine, che si fa latore segreto e solingo di un’infinità di mondi differenti, che collimano senza sosta?

Le certezze si sgretolano, la fede vacilla, il timore non demorde, e nell’attimo dell’esitazione un barlume di cognizione ci rende amaramente estranei alla nostra quotidianità, facendo apparire quel mondo che viviamo con disinvoltura e indifferenza, un film dalla trama inaccessibile, inintelligibile:  i cari, gli amici, e tutti quelli che conosciamo, dei semplici personaggi, imponenti blocchi di cemento impossibili da scalfire. A un tratto ci ritroviamo soli, mentre il sole è calato dietro alle nostre spalle, e come la nebbia si addensa intorno, lasciandoci scorgere a malapena un fascio di strada da percorrere: il tempo, esecutore materiale della vita, come alla fine di una lenta e triste pantomima, rantolando si arresta bruscamente. Lo spettacolo sta per cominciare!