«Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che, nel nome della carità e della buona volontà, conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è, in verità, il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare, e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore, quando farò calare la mia vendetta sopra di te».
Ezechiele 25.17 (da Pulp Fiction)

Tarantino, cineasta d’autore o “semplicemente merda” come all’epoca lo recensì Goffredo Fofi? Forse né l’uno né l’altro, forse semplicemente Tarantino, un dj pop dell’arte contemporanea perché, come disse egli  stesso, solo i grandi cineasti possono permettersi il lusso di copiare (in chiave naturalmente celebrativa) tutti gli altri…rubano. Non è facile né banale incasellare un cinema come quello portato in questi anni sugli schermi dalla star americana. Riferimenti amalgamati tra un pizzico di Dario Argento, B-movie degli anni ’70, tanto Sergio Leone (anche nello stesso cast) ma senza un genere al quale riferirsi. Plot che si riannodano su se stessi, una violenza pulp – caratteristica di tutte le pellicole che abbiamo visto in questi anni – debordante, volutamente eccessiva nella provocazione. Dibattere sul cinema di Tarantino, e forse anche sullo stesso personaggio che si è costruito in questi anni (celebri le sue ultime interviste), è perfettamente inutile: Tarantino o lo si ama o lo si odia e non è possibile diversamente, proprio perché il fine ultimo di questo regista è creare delle divisioni, polarizzare, recensendo degli autentici cult. Cult unici nella loro dimensione e per ciò stesso autoriali.

Tra meno di un mese uscirà in Italia l’ottavo film della stella di Knoxville, The Hateful Eight – letteralmente – gli odiosi otto. Pare infatti siano “i magnifici 8” i protagonisti di questo western atipico; nel cast spiccano nomi che hanno già collaborato in passato con il regista. Tra di loro, Samuel L. Jackson (Pulp Fiction, Jackie Brown, Django Unchained), Kurt Russel (Grindhouse a prova di morte) Michael Madsen (Le Iene, Kill Bill) Tim Roth (Le iene, Pulp Fiction). Si sono già aperte le discussioni che tendono a criticare l’opera: a quanto pare la parola nigger è pronunciata una sessantina di volte. Tipico, almeno per chi ha visto la pellicola precedente, Django Unchained premiato due anni fa agli Oscar come miglior sceneggiatura, premio che Tarantino aveva sollevato per la prima volta un ventennio fa, all’epoca del celebre Pulp Fiction opera che lo ha definitivamente consacrato e che è, probabilmente, la sua migliore prova da regista. Con The Hateful Eight sembra proseguire il viaggio nel selvaggio West, stavolta non in qualche piantagione di tabacco, ma tra le steppe del Wyoming. Farà sicuramente più freddo.
A quanto pare stavolta prevarranno gli interni, non una novità se ripercorriamo la filmografia del regista.  Rerervoir Dogs (Le Iene) fu prevalentemente girato dentro un baraccone. Film a basso costo, resa geniale, accostabile a Pulp Fiction per sfrontatezza traspositiva, linguaggio crudo, insomma una novità per l’epoca. Nei primi due film l’ispirazione rimanda chiaramente al maestro, Stanley Kubrick e alla sua Rapina a mano armata, film del 1956, meno splatter, più elegante, ma con la stessa struttura temporalmente circolare del racconto. Per la verità i riferimenti su Tarantino non abbondano solo nei continui richiami alla cinematografia, anche la letteratura entra dentro le pellicole del cineasta. E sono rimandi espliciti che non si sentono solo nelle sceneggiature di un Jackie Brown, liberamente ispirato a Rum Punch dello scrittore hard-boiled Elmore Leonard: nello stesso Le Iene in mezzo ai sei gangster ci troviamo Edward Bunker, tra i più importanti autori crime (e, nella vita reale, con un passato da criminale lui stesso).

Anche la produzione successiva avrà come filo conduttore la coralità, volutamente maschile e maschilista come controprova di una fedeltà che non può smentirsi mai. Diventa difficile stabilire i contenuti in questi heist movie, ma è nella forma e nella comicità barbara delle scene, che Tarantino riuscì a metà anni Novanta a spaccare definitivamente la cinematografia. Ci si riferisce a Pulp Fiction, l’opera che venne consacrata al Festival di Cannes 1995 e che è rimasta nella sua curiosa disposizione per capitoli. Disposizione che il regista riproporrà in Kill Bill e nel più recente Bastardi Senza Gloria.
In Pulp Fiction quello che emerge definitivamente è l’ottima resa dei dialoghi, spesso anti- conformisti e divertenti. La pellicola tra l’altro rilancerà dopo un decennio di alti e bassi, la carriera di John Travolta, riabilitato soprattutto in una delle scene più memorabili durante il ballo con Uma Thurman. Quest’ultima ritornerà da protagonista qualche anno dopo in Kill Bill, vol. 1 e 2, un afflato di morte e di resurrezione da parte dell’assassina vendicatrice, Black Mamba. L’eterno, voluto cliché della vendetta pervade pure negli ultimi due lungometraggi, Inglorious Bastards e Django Unchained.

Il sesto lungometraggio – se si considerano i due Kill Bill come un unico film- si apre dinanzi a due uomini molto diversi fra loro, il famigerato cacciatore di ebrei Hans Landa per il quale un magnifico Christoph Waltz si aggiudicherà il primo Oscar da attore non protagonista, e un contadino francese. Memorabile la conversazione che ne segue dinanzi ad un bicchiere di latte, un segno distintivo di una tragedia comica sullo scenario di una Francia sotto occupazione nazista. Ora, dopo un Hitler ucciso e bruciato con i suoi gerarchi dentro ad un cinema, dopo un esplosione che non lascia il tempo per un ultimo insulto allo schiavo di Candie in Django Unchained, resta da chiedersi quale altro illogico senso l’esilarante Quentin ci riserverà in The Hateful Eight. Forse ci mostrerà il cuore tenero di uno dei suoi protagonisti come dopo aver estratto una colt, recitato un passo della Bibbia e sparato…un sorriso dentro la telecamera. Ché la realtà è costruire una finzione e prenderla in giro per tutto il tempo a nostra disposizione. E farlo sul serio…o magari no.