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La dinastia Tokugawa governò il Giappone con il titolo ereditario di Shogun, ovvero di comandante dell’esercito, tramite un consiglio militare avente sede nella città di Edo (oggi Tokyo) che diede il nome al periodo tra il 1603 e il 1868. Tale epoca fu caratterizzata da una burocrazia centralizzata, da una chiusura quasi totale agli stranieri e da una divisione in caste della società: un generale clima di repressione che nasceva dalla necessità di governare l’insieme di potentati appena usciti da un lungo periodo di violente lotte intestine. Questa situazione di scontro semipermanente poneva al vertice della società i samurai, combattenti al servizio dei signori della guerra. La loro formazione era principalmente, ma non solo, marziale e imperniata attorno al Bushido, la via del guerriero: un codice morale antichissimo, codificato e reso ancor più rigido durante il periodo Edo. La situazione però di relativa pace che caratterizzò quegli anni li trasformò gradualmente più in burocrati che in uomini d’arme.

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Takashi Miike. Quasi a sintetizzare il proprio lavoro, il regista ha dichiarato: “durante le riprese, la violenza significa amore e armonia. Durante le riprese dei miei film, nessuno si è ferito gravemente. La cosa curiosa è che più l’amore è grande, più aumenta la violenza. Ultimamente ho il dubbio che proprio dall’amore nasca la violenza. In altre parole, sono la stessa cosa”

13 assassini prende il via dalle follie del fratello dello Shogun, Naritsugu: un despota sanguinario che nascondendosi dietro al proprio potere non esita a uccidere per capriccio nobiluomini e gente comune. I samurai attorno a lui osservano senza intervenire, vincolati dal giuramento di fedeltà. Sono allora i consiglieri dello Shogun che, resisi conto della minaccia politica costituita dagli eccessi di Naritsugu, ordiscono un complotto per assassinarlo e affidano la missione a Shinzaemon, samurai in pensione che recluta una dozzina di guerrieri. La resa dei conti giungerà in un villaggio del Giappone rurale, dove i 13 del titolo affronteranno in uno scontro numericamente disperato la guardia di Naritsugu.

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Una delle tante e ben girate scene di combattimento presenti nel film

Parlando di Miike va da sé che la regia, specialmente nelle scene d’azione, è magistrale. I combattimenti sono coreografati nella migliore tradizione orientale e nulla hanno da invidiare al maestro-allievo Tarantino (che infatti ha apprezzato). Rispetto ad altri titoli del’infinita filmografia di Miike, però, qui il regista nipponico appare molto più controllato e preciso; gli episodi anarchici ci sono e si vedono, ma condiscono piuttosto che distrarre dalla narrazione: è il caso del misterioso guerriero della foresta, vero enigma irrisolto anche dopo la fine del film. Ma oltre che l’intrattenimento puro offerto dalle scene corali, 13 Assassini offre anche l’occasione per una riflessione etica sul rapporto tra potere, fedeltà e responsabilità individuale. Shinzaemon e compagni sono infatti quasi i sacerdoti di un culto per l’onore, che però vengono convinti a compiere un’eresia nei confronti dei loro stessi giuramenti. Questo perché comprendono la differenza tra servizio e servitù e riconoscono come il loro vincolo sia con l’onore e la difesa dei deboli, non verso i potenti che quello stesso codice utilizzano a proprio vantaggio. Ma la scelta non è tanto semplice. Il rivale-amico di Shinzaemon, samurai al servizio di Naritsugu, lo accusa correttamente più volte di tradimento: chi ha ragione? La fedeltà è dovuta alle istituzioni o alle ideologie? Sono cioè le istituzioni la garanzia di un’ideologia o sono le ideologie a dirigere le istituzioni? Il malvagio Naritsugu non agisce mai contro alcuna regola posta: lui è la legge e lo ricorda spesso. Più di chiunque nel film incarna il potere assoluto, privo di paura perché privo di empatia.

La battaglia dei samurai è allora una lotta rivoluzionaria contro Naritsugu, ma reazionaria contro lo shogunato e, specialmente, contro il proprio tempo. Combattono malinconici e decisi a farsi trovare in piedi dinanzi al trapasso della loro età, al tramonto della loro epoca uccisa da quella pace priva di onore; resi inermi da quel potere burocratico che è sorto dalla tregua, sostituendosi alla forza e alle regole morali che la disciplinavano.

Ma Naritsugu dimostra che la sete di sangue non muore con la guerra. La violenza medioevale trova la via, si formalizza nelle norme dello Stato moderno, che ne diventa il weberiano monopolista: contro l’abuso del potente difeso da leggi ingiuste il debole è ancora più indifeso che in battaglia. I 13 assassini lo capiscono e intervengono con azioni nobili e giuste, ma formalmente illegali: i samurai lo sanno e vanno incontro al proprio destino per la via del guerriero.