Perché essere affascinati da un altro film sulla fantascienza? Semplice, con Ex Machina si raggiungono livelli di climax e di calma ansiogena che possono rimandare ad un film di Stanley Kubrick. Suona abbastanza forte come assunzione ma, il film ha quella sorta di divenire kubrickiano che tanto è stato ricercato dagli appassionati di sci-fiction. Non è il primo film che tende ad indagare il rapporto tra l’umano e l’intelligenza artificiale. Se il lettore vuole qualche esempio, alcuni di essi sono Her (Spike Jonze) e AI (Steven Spielberg). Il progresso tecno-informatico ha aperto il mondo cinematografico verso la realizzazione di generi che affrontano tematiche alquanto complesse come quella sopracitata. Ex Machina non è un titolo privo di significato dato che una volta visto potremmo rinominarlo come Homo Ex Machina. L’uomo è al pari di un Dio, l’intelligenza artificiale permette all’uomo di immedesimarsi nelle vesti di un Dio creatore. La rincorsa verso la necessità di dover plasmare un essere macchina a immagine e somiglianza dell’uomo, tende ancor di più ad avallare tale tesi. La mancanza di perfezione nell’uomo, genera delle macchine che sono al tempo stesso imperfette. L’uomo crea e ciò che è stato forgiato ritorna per destabilizzare la pseudo perfezione umana. In questo film, rimane interessante l’aspetto dei sentimenti umani che può avere una macchina. Si gioca il mix della perdita della coscienza e della possibile simbiosi uomo-macchina. L’ingenuità del giovane programmatore, che vincendo un concorso di un fantomatico guru della tecnologia, si trasforma in terrore e anti-eticità, una volta che è stata varcata la soglia uomo non più macchina. Se è effettivamente vero che esiste una netta differenza tra l’uomo e la macchina, con la visione di questo film, si potrebbe arrivare alla conclusione che vi sia una sorta di omogeneità tra uomo e macchina. Una grande prova cinematografica e di onestà artificialmente intellettuale.