di Marco Zonetti

“Se nel primo atto di un dramma compare una pistola, nell’ultimo atto dovrà necessariamente sparare”. Questa citatissima frase di Anton Čechov, nelle sue varie declinazioni,torna subito alla mente osservando la scena di apertura de Gli ultimi saranno ultimi, film di Massimiliano Bruno uscito nelle sale italiane lo scorso venerdì e interpretato – fra gli altri – da Paola Cortellesi, Alessandro Gassmann e Fabrizio Bentivoglio.  Ancor prima dei titoli di testa, con il pathos di quella pistola carica in primo piano e la determinazione della protagonista a premere il grilletto malgrado l’accorato invito del poliziotto a gettarla, la narrazione entra in medias res, “si inizia in tragedia”, e proprio la tragedia parrebbe essere la chiave d’interpretazione della pellicola, la sua cifra. La sensazione permane quando, subito dopo, la scena madre della “ragazza con la pistola” lascia il posto a un lungo flashback che vorrebbe raccontarci come Luciana Colacci (Paola Cortellesi), bella, intelligente, simpatica, buona, fedele agli amici e al marito, progressista, non razzista, gran lavoratrice, solidale con le donne, altruista e chi più ne ha più ne metta, si trasformi in meno di nove mesi in una mina vagante armata e potenziale assassina, con gli occhi bistrati di lacrime e kajal che le sfigurano il grazioso visino.
Attorniata da un variegato coro di comprimari che abitano il paesino laziale di Anguillara affacciato sul lago di Bracciano, dove la vita scorre ancora a misura d’uomo e tutti si conoscono e si vogliono (apparentemente) bene, e sposata al belloccio, sfaccendato e gaglioffo Stefano (Alessandro Gassmann), la mite Luciana si vede licenziare in tronco dal cinico datore di lavoro dopo essere rimasta finalmente incinta dell’agognato primo figlio, e, con la perdita dell’impiego, diviene via via vittima di una serie di disavventure di vita e famigliari che la portano pian piano alla sequenza iniziale della pistola. Un susseguirsi di delusioni personali che, sommate fra loro, conducono alla classica goccia che fa traboccare il vaso, al punto – forse – di non ritorno; in una parola – di nuovo – alla tragedia.

Gli ingredienti per realizzare un‘opera magistrale di denuncia o un sapiente spaccato di vita vera parrebbero esserci tutti, insomma… peccato però che – a differenza del migliore Virzì, quello di Tutta la vita davanti per intenderci o del Capitale umano, capace di dosare sapientemente gli elementi tragici e comici calibrandone alla perfezione i tempi – il pur capace e apprezzato Massimiliano Bruno scelga volutamente per la sua più recente fatica cinematografica un registro altalenante e ondivago che oscilla di continuo – e spesso a sproposito – fra il drammatico e l’esilarante, quasi il regista evitasse di prendere una posizione precisa o avesse timore che la storia di una giovane futura madre licenziata e lasciata in mezzo a una strada non sia materia sufficientemente interessante da raccontare. In una sorta di dilemma bipolare, insomma, Bruno sembra non saper – o voler – decidersi fra il thriller stile Un giorno di ordinaria follia e la commedia agrodolce à la Ferzan Ozpetek e finisce per non realizzare né l’uno né l’altra, assemblando invece un bizzarro pastiche dei due generi e buttandola spesso e volentieri “in caciara”, come direbbe la protagonista Luciana nel suo gergo romanesco.

Non sono pochi, infatti, i momenti in cui la tensione peraltro creata ad arte si smorza in maniera irrimediabile per via di una boutade o di un siparietto comico intempestivo, innescando ai danni dello spettatore de Gli ultimi saranno ultimi quel fastidio viscerale che si prova quando, in un momento delicato e cruciale, qualcuno interviene a gamba tesa con una battuta fuori luogo. Senza contare le – accessorie – strizzate d’occhio al “diverso”, i continui richiami non necessari ad assurde macchiette (uno per tutti, il vigilante perennemente addormentato) e personaggi almodovariani, la pesante insistenza sulla satira di costume e così via, che finiscono per distogliere l’attenzione dall’attualissimo dramma di Luciana, un dramma che moltissimi italiani conoscono oggigiorno e molto ben rappresentato invece da Ivano de Matteo nel suo Gli Equilibristi: la progressiva e lacerante disgregazione dell’identità, della dignità e dell’umanità di chi perde il lavoro con una famiglia da mandare avanti.
Un vero peccato, anche perché – per altri versi – la regia risulta essere di qualità, così come la direzione e la recitazione degli attori (fra cui ricordiamo anche Ilaria Spada e Maria Di Biase), su cui non v’è nulla da eccepire.

Malgrado, quindi, l’encomiabile interpretazione della protagonista Paola Cortellesi che si dimostra ancora una volta una delle più versatili, intense e capaci attrici italiane (se non la migliore) del momento, e le convincenti prove di Alessandro Gassmann nella parte dell’adorabile idiota e perdigiorno cui si perdona (quasi) tutto e di Fabrizio Bentivoglio, nel ruolo forse più complesso e difficile del poliziotto del Nord trasferito con disonore e vittima del mobbing dei colleghi, Gli ultimi saranno ultimi si ferma purtroppo a metà del guado, restando un ibrido a tratti deludente che si smarrisce nella marea dei tanti – troppi – buoni propositi che lo animano lasciando con l’amaro in bocca in più di una sequenza e finendo per risultare, invece di una sincera, importante e lodevole opera di denuncia sociale, un patinato – e ambizioso – tentativo non riuscito.