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Quando hai collaborato alla sceneggiatura di una delle saghe cinematografiche più popolari degli ultimi anni e a quella di un film di animazione premio Oscar, hai diretto qualche episodio di serie televisive e sei piuttosto giovane, probabilmente, come fanno tanti, attendi una chiamata per girare o scrivere qualcosa di grosso a livello di budget e quindi di potenzialmente molto ambizioso. Il cursus honorum dell’aspirante regista di successo passa infatti molto spesso per regie di film televisivi, serie TV, corti, film indipendenti e solo dopo la gavetta, eventualmente, giunge l’ora del grande salto nel cinema Hollywoodiano. Questo, lo abbiamo detto, succede di frequente, ma non tutti sono destinati al successo mainstream. Accade quindi che per volontà o per obbligo molti continuino ad autoprodursi film nella speranza di farsi notare il più possibile nei festival in giro per il mondo. James Ward Byrkit, non sappiamo se intenzionalmente o meno, è uno di questi. Tra il 2003 e il 2006 lavora per il franchise Pirati dei Caraibi, nel 2011 scrive il pluripremiato film di animazione Rango e si occupa dell’omonimo videogioco, in mezzo c’è spazio per la stesura di qualche corto di poco conto. Byrkit ha però in cantiere da tempo un soggetto da poter realizzare con un budget che a Hollywood sarebbe sufficiente per i cestini del pranzo e poco altro, in larga parte improvvisato e girato integralmente in casa propria, ma andiamo per gradi. Byrkit ha una moglie incinta di otto mesi e mezzo che vuole insindacabilmente partorire in casa, quindi gli concede una manciata di giorni per fare il possibile e liberare il campo al più presto. Ecco allora che in cinque serate di recitazione parzialmente improvvisata viene alla luce Coherence, film di fantascienza apprezzato in diversi festival e conosciuto dai più grazie al passaparola sul web. In ognuna delle cinque serate vengono fornite agli attori delle indicazioni generali sullo sviluppo e sulle azioni del proprio personaggio senza che gli altri ne conoscano i dettagli, in modo da rendere più credibili le loro reazioni. Ogni attore dunque sa che alla fine delle riprese di giornata dovrà giungere da un punto A ad un punto B, non conoscendo i programmi narrativi degli altri colleghi-personaggi.

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Lo sceneggiatore e regista James Byrkit                                   

Quattro coppie di amici borghesucci organizzano una cena per ammirare il passaggio di una cometa, nel groviglio di tartine e chiacchiericcio si inserisce una delle invitate che ricorda di aver letto un articolo curioso su fatti accaduti nei primi del ‘900

Dopo il passaggio della cometa perdevano l’orientamento, si ritrovavano nelle case sbagliate e non sapevano dove fossero. Mi ricordo di aver letto di questa donna che ha chiamato la polizia dicendo ‘l’uomo in casa mia non è mio marito’. La polizia è arrivata e ha detto ‘questo è suo marito’, lei ha risposto ‘no, non è mio marito perché l’ho ucciso ieri sera. Non l’hanno potuta arrestare perché lui era lì davanti a loro

È con questo piccolo aneddoto a pochi minuti dai titoli di testa che già si intuisce di avere a che fare con una pellicola composita, formata in parte dagli stilemi tipici del classico film girato in una o più stanze – generalmente commedie pseudo raffinate che ammiccano al teatro e ci fanno venire alla mente Carnage di Polansky, il francese Cena tra amici e volendo anche una manciata di scopiazzature di casa nostra – e in parte da quella serie di produzioni di fantascienza a basso costo che fanno capo al mitologico Cube e che di recente hanno vissuto una seconda giovinezza, basti pensare ai vari Triangle, Timecrimes e Primer. Coherence assorbe quindi pregi e difetti dai generi di film sopra citati, riuscendo però, ed è questa la sua forza, a controllare le spinte centrifughe che avrebbero potuto portarlo da un lato verso la dramedy salottiera e dall’altro nel campo della fantascienza “estrema” che tra ponti spazio temporali e buchi neri diventa fruibile solo appassionati, competenti e fissati. Prima di addentrarci nel campo dei possibili sottotesti presenti a livello di contenuto, è bene sottolineare come Byrkit riesca con fermezza a evitare le trappole che caratterizzano un certo tipo di fantascienza. Utilizzare affascinanti scenari spazio-temporali (in questo caso la teoria del “multiverso”) è infatti un espediente narrativo estremamente corposo che apre le porte verso una serie pressoché infinita di trovate giustificabili con il contesto fantascientifico che muove l’azione. Il problema che spesso si riscontra in questo tipo di produzioni è che dopo la visione, a mente fredda, vengono a galla incoerenze, finali raffazzonati o nodi non sciolti, utilizzati esclusivamente per giustificare certe soluzioni narrative. Coherence si sottrae invece a questa logica e riesce a uscire in modo eccelso dal contesto piuttosto complicato in cui inevitabilmente si infila da solo.

                                                      Uno dei fascinosi poster di Coherence

Uno dei fascinosi poster di Coherence

Se si volessero ora, forse forzatamente, ricercare dei significati più profondi rispetto alla lettura che vede Coherence solo come puro e godibile intrattenimento, si potrebbero in modo schematico tratteggiare i profili dei personaggi per comprendere meglio le loro scelte di azione. Si tratta di coppie benestanti: c’è chi ha recitato per una famosa serie tv, chi ha inventato Skype e chi deve partire per un importante viaggio di lavoro. Vite all’apparenza di successo, agiate, che potrebbero però nascondere problemi comuni sotto una patina di mondanità. Forse non sarà una scelta casuale, allora, quella di rendere protagonista il personaggio che inizialmente appare meno realizzato, quello con meno successi da spiattellare in faccia agli amici e che forse più di tutti avrebbe meritato miglior fortuna in situazioni del passato tirate in ballo anche durante la cena. Siamo chiaramente nel campo delle ipotesi, delle interpretazioni più ardite, alla ricerca di significati probabilmente involontari,ma resta interessante notare come sotto il tappeto del puro diletto si possano rintracciare piccole indicazioni relative a significati che il film potrebbe voler mettere in luce.

I protagonisti riuniti a tavola

I protagonisti riuniti a tavola

In questo caso si è portati a rilevare una certa volontà di offrire una chance a chi ha avuto meno fortuna fino a quel momento. Ciò viene tematizzato attraverso la costante presenza di un dualismo tra scelte individuali e importanza del fato negli eventi che caratterizzano la vite di ciascuno. Sul piano del puro intrattenimento Coherence non può essere attaccato, altrettanto non può però dirsi per la forma. Girare con solo due camere a mano, in un unico ambiente e con un budget irrisorio comporta un’inevitabile vicinanza stilistica, sicuramente non voluta, a quei falsi documentari di cui non abbiamo mai sentito il bisogno, restituendo un’estetica più vicina ad una qualsiasi docufiction di Discovery piuttosto che a un prodotto destinato alla sala cinematografica. Probabilmente anche a questo è dovuta la sua menomata distribuzione, limitata quasi esclusivamente al mercato home-video. L’ostentato iperrealismo su cui si insiste porta anche, almeno nelle prime fasi, a provare un certo fastidio per il costante parlottio prodotto prima e durante la cena, una modalità di presentazione dei personaggi che giustifica lo spettatore a non sopportarne nemmeno uno. Altra pecca, volendo essere pignoli, è da ricercare proprio nella quasi totale mancanza di approfondimento sul gruppo di amici, di cui capiamo la gerarchia di funzionalità alla trama ancora prima che si verifichi il problema che muoverà la narrazione. È vero però che una fantascienza del genere, molto vicina al thriller d’assedio, non necessariamente ha l’obbligo di modellare in profondità i suoi personaggi.

Ciò che occorre infine specificare, senza esporre dettagli sulla trama, è che si tratta di una pellicola che richiede un certo livello di partecipazione allo spettatore. Il pubblico viene infatti chiamato a seguire con un minimo di concentrazione le numerose dinamiche che si sviluppano nella casa, partecipando attivamente ma anche accettando di subire in maniera passiva i diversi colpi di scena che Byrkit si diverte ad inserire, violentando la mente dello spettatore e costringendola ad allargare i propri confini. Chi è solito guardare con un occhio l’iphone e con l’altro il film può mettersi l’anima in pace: o l’uno o l’altro, passare dal “eccomi, ci sono” al “mi sono perso, non ci capisco più nulla” è un attimo. Ora, per quanto la storia dei cinque giorni, della moglie incinta e della recitazione improvvisata possa essere stata romanzata dai diretti interessati, resta il fatto che con poche risorse e una sola ambientazione un giovane regista abbia realizzato un film che supera in fatto di intrattenimento molte produzioni patinate. Nonostante un’oggettiva povertà a livello stilistico è necessario quindi riconoscere a Byrkit (e anche al co-sceneggiatore Alex Manugian) un’impressionante maestria che gli permette di controllare i fili di una narrazione difficile da tenere a bada, oltre che la non comune capacità di rendere solida una pellicola che avrebbe potuto scadere in quel meccanismo di spiegazioni libresche in stile Inception o all’opposto risultare eccessivamente complessa da seguire.