Capita che i tasti di un anonimo pc, in un giorno qualunque, prendano autonomia per iniziare a muoversi da soli in una sorta di danza improvvisata, sulle note di una musica fatale. Melodia che prende le mosse dalle immagini sgambate di una passerella, non alla maniera di un concorso di bellezza, ma di un festival presumibilmente cinematografico. Alcune donne si indignano per la troppa carne al vento, altre apprezzano, gli uomini si dividono, i cinefili si rizzano in piedi, i nostalgici si inabissano nei loro ricordi e nell’evocazione che è tutta Francia e pellicola. La malinconia va nell’unica direzione possibile: le origini di un cinema vitale nelle sconfinate praterie della settima arte. Per un cultore della MDP (macchina da presa), Jean Vigo (Parigi, 26 aprile 1905 – Parigi, 15 ottobre 1934), il regista francese, non figura solo come colui che costruisce all’interno dell’avanguardia cinematografica, ma nel respiro dell’aria degli anni ’20, diviene un innovatore che si fa leggenda senza perdere mai i connotati dell’attualità. Dall’altra parte di una suggestione surrealista, tutta di Salvador Dalí e di un’autorevolezza nel “Cineocchio” di  Dziga Vertov, si impone una lirica personalissima, impegnata a sfatare le costrizioni della parvenza e il pensiero ipocrita, celato dietro ogni gesto quotidiano e sociale. Solo con il suo unico lungometraggio L’Atalante – prima di questo, Vigo gira due documentari e un mediometraggio – la sua poetica si cristallizza in una totale alterazione lirica della realtà. La narrazione si distende sulla pellicola attraverso i tratti di una delicata tragicommedia tutta al sapor di Senna, nebbia e Ville Lumière.

La storia, che conquista lo schermo, è la morbida descrizione di un amore. Sentimento all’interno del quale l’Atalante – barcone che percorre l’impianto fluviale della Francia – si fa anello di congiunzione e cornice onirica nelle vite dei protagonisti: Julienne e Jule. Oltre il coronamento di una passione, il matrimonio figura per la giovane donna, un radicale mutamento di un’esistenza nel seguire l’amato sulla vita di una chiatta fluviale. Lo scardinamento sorprende la giovane nell’impotenza di poter trascinare il suo ordine, tutto femminile, in un mondo di mozzi e marinai, tutto maschile. Leggi del mare, che nell’apice dell’amore, l’innocenza della donna non arriva ad afferrare. Tale divario si fa dissesto nella coppia, che proprio nel disagio, ritrova il sussulto di un tempo. La storia di amore è semplice: sentimento, realizzazione, parossismo e ricongiungimento. In suddetta modalità elementare, il film che della semplicità porta solo i sapori innocenti di un sentimento, rappresenta il testamento spirituale del cineasta Jean Vigo. Il regista, che muore in procinto dell’uscita del film, a soli ventinove anni, sembra naufragare allegoricamente nella ripresa più celebre della cinematografia; una sequenza surreale dove il giovane Jean si getta nel fiume poiché vede l’immagine della moglie vestita da sposa. Oltre una riflessione sull’esistenza umana e ancora, al di là dell’aver conferito vigore a un simbolismo fatto corporeo, la pellicola è tutta nell’epifania dell’amore come un’emozione nuova, quanto sociale, nell’innocenza di due creature umane. Juliene, Jean, il marinaio Jules e il mozzo, vivono in una fascinosa oscillazione, sapientemente rappresentata dal barcone sulle acque e attraversata dalla visione onirica e l’oggettività della quotidianità che è terra, cantine, bazar e persone. Individui che sono in ogni modo, sempre e comunque fuori da quell’ampolla marina che è l’Atalante.

La barca che è il sogno surrealista, l’isola felice e deformata, si ancora in Vigo, alla realtà difficoltosa poiché vita e non visione. E Parigi anche solo in un attracco, diviene allegoria di una tentazione. La città, che con i suoi molteplici tentacoli gravidi di progresso ed evoluzione, dapprima attrae, per poi catturare la purezza che viene dall’acqua, dall’acquario; da quell’ampolla magica dove tutto è conservato. Acque che si fanno teche nella sospensione del tempo.

“Parigi, Parigi/ città infame e amorosa/ cara ai vagabondi/ tu, quanto ammaliatrice…”

In un montaggio parallelo e in sequenze scritte in sovraimpressione, la potenza della separazione dei due giovani amanti, si fa mastice di due creature vicine nello spazio del bilico e lontane nel fracasso tentatore della città. Julienne è la creatura candida che abbraccia quell’amore, all’interno del quale la figura maschile non è capace di muoversi. E nel tuffo, filmico quanto metaforico, del marito Jean, accade tutta la scoperta d’amore che nel maschio si realizza solo nella perdita dell’amata. L’uomo abbraccia definitivamente il sentimento solo nell’asfissia dell’assenza dell’oggetto amato. Mancanza, che seppur in tempi dilatati, porta direttamente alla consapevolezza. La pellicola, tra le più importanti nella storia del cinema, resta semplice nella narrazione, ma di fondamentale importanza nei manuali di cinema così come nei “Cahiers du cinéma”. Un inno all’amore e alla MDP o all’amore per la MDP che di fronte alle immagini delle passerelle “para-cinematografiche”, evoca un nostalgico “C’era una volta…”. Sì, c’era una volta il cinema, quello senza passerelle.