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Il dilemma esistenziale della vita dopo la morte è tale che neppure il replicante di Blade Runner può evitarsi una dolce disperazione. Cosa resterà di ciò che facciamo? E di quel che abbiamo vissuto? È tutto destinato a perdersi, come lacrime nella pioggia? È il dolore del disciogliersi nel tempo, il dubbio lancinante ed egoista sul destino della nostra identità. Morire, non-essere-più, finire: tutto ciò significa de-finirsi, individuarsi in un’unica concatenazione dei rapporti causa-effetto tra le molte possibili. Quindi, apporre a questa catena un inizio e una fine. Abbiamo avuto origine alla nostra nascita, al nostro concepimento, o già alla creazione del cosmo? Noi decidiamo.

Come antidoto, lo zen suggerisce di non cercare un inizio e una fine ovunque. Al contrario, vedere i fatti nella loro natura di relazione interdipendente, accoglierne la natura di non-identità.

Le cose sono già anche quando non sono, presenti anche se assenti

La condizione di interdipendenza tra gli eventi ci permette di scorgere nell’attuale le cause antiche e i fini ultimi. Il soggetto dell’esperienza ne diviene anche l’oggetto, anzi la vera esperienza è proprio l’unione di soggetto e oggetto. Non siamo lacrime, ma la pioggia stessa? Siamo sconfinati? Eppure ci viene naturale pensare con gelosia al perdersi delle nostre identità nel tempo. È normale distinguere soggetti da oggetti, scomponendo l’esperienza. Quel processo unico e dinamico suggerito dallo zen si trasforma in tantissimi concetti, che estratti dal flusso senza direzione del divenire acquistano un significato secondo lo schema unidirezionale e causale del vedo, quindi comprendo, quindi comunico; e se l’identità è un fatto sociale definito dalle relazioni tra attori sociali, allora è il linguaggio la matrice della nostra identità.

Gli scienziati all'interno dell'astronave aliena per cercare di comunicare con gli extraterrestri in Arrival

Gli scienziati all’interno dell’astronave aliena per cercare di comunicare con gli extraterrestri in Arrival

Questa triplice relazione tra percezione del tempo, identità e linguaggio è lo spunto principale offerto da Arrival, terza prova hollywoodiana di Denis Villeneuve. Dopo il dramma familiare di Prisoners e l’azione geopolitica di Sicario, prima del futuro Blade Runner, il regista canadese affronta il grande topos dell’invasione aliena, che nel cinema ha principalmente due filoni. Il primo è quello dell’alieno come forza, raccontato attraverso le sue pure azioni. Una razza extraterrestre giunge sul pianeta e invade, attacca, rapisce. La gloria militare e tecnologica della razza umana o di una nazione abituata a dominare la Terra, è schiacciata dalla superiorità aliena. Ciò che qui importa è l’impotenza, il rovesciamento, la resistenza ed eventualmente la rivincita: l’antagonista è extraterrestre solo per giustificarne la superiorità tecnica.

Il secondo è quello dell’alieno come altro: negli USA del dopoguerra è simbolo di quei sovietici differenti dagli americani non per qualcosa di visibile, ma per un’idea: ecco allora che gli alieni possono essere travestiti in mezzo a noi, irriconoscibili, ma sempre pronti a rivelarsi come dei mostri: un tema oggi nuovamente attuale con il terrorismo islamista. Con il passare degli anni poi l’alieno, come il discriminato, diventa invece qualcuno di diverso esteriormente, ma simile a noi interiormente: racconta il rapporto con la diversità e la discriminazione, fino a diventare talvolta la vittima, come nel recente District 9, nel quale è simbolo dell’apartheid sudafricano.

Alieno come forza superiore o come diverso da riconoscere, ma sempre come elemento estraneo con il quale è difficile, o impossibile, comunicare. La sua estraneità, risolta in maniera dialettica o sintetica, è sempre data da un linguaggio differente. I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, notava Wittgenstein: eppure quello della comunicazione è un aspetto tanto interessante quanto spesso superficiale nei film sugli alieni.

Non è così in Arrival: quando delle misteriose astronavi a forma di uovo appaiono in giro per il pianeta, gli americani oltre al solito dispiegamento militare contattano una brillante linguista per cercare di parlare con gli alieni. Il linguaggio extraterrestre viene faticosamente compreso e frainteso, i vari popoli della Terra proiettano le proprie ostilità reciproche sui nuovi arrivati, le superpotenze iniziano a non parlarsi più e giungono sull’orlo di una guerra che più che contro gli invasori è tutti contro tutti. Le astronavi aliene sono così l’occasione per una nuova Torre di Babele: il linguaggio come confine esterno, che unisce e separa al tempo stesso.

Uno dei logogrammi che compongono il misterioso linguaggio alieno da decifrare nel film

Uno dei logogrammi che compongono il misterioso linguaggio alieno da decifrare nel film

Ma come abbiamo visto, il linguaggio ha anche un confine interno: è matrice della nostra identità. Durante il film ci viene mostrato come la comunicazione sia anzitutto una forma mentale. Comprendere una lingua estranea richiede calarsi nella mentalità straniera, immedesimarsi in quella visione del mondo; ma è vero anche l’opposto: parlare una lingua nuova significa assumere una nuova visione del mondo. Ecco allora che la lingua aliena è una sorta di super potere, la forza extraterrestre è il loro modo di comunicare, che diviene una lezione filosofica. Gli alieni di Arrival sono zen e il loro linguaggio rispecchia la loro differente percezione di tempo e causalità. Se il nostro linguaggio è lineare e unidirezionale, il loro è ciclico e quadridimensionale. Non a caso è reso graficamente da cerchi che sono in realtà degli Enso, simbolo sacro del Buddhismo zen.

Un ensō: tracciato con un unico gesto, per lo zen rivela il carattere e l'indole di chi lo disegna. Simbolizza l'illuminazione e l'universo

Un ensō: tracciato con un unico gesto, per lo zen rivela il carattere e l’indole di chi lo disegna. Simbolizza l’illuminazione e l’universo

Eccoci giungere alla percezione del tempo. Quando devono esprimere un concetto, gli alieni lo esprimono nella sua essenza di processo, non di staticità/identità; una contemporaneità di ciò che noi consideriamo passato, presente e futuro. Sembra complesso, ma è ciò che facciamo quando decidiamo di raccontare una storia: dobbiamo anzitutto stabilire dove inizia, dove finisce, quali salti indietro e avanti compiere nella narrazione e via dicendo. Il linguaggio ci permette di muovere le identità nel tempo e ampliare la rete dei rapporti di causa-effetto. Ogni parola degli extraterrestri è un racconto, proprio come la filmografia di un regista è composta da un elenco di storie. Il film diventa simbolo di sé stesso, Arrival è una lettera dell’alfabeto alieno e racconta una storia: ma non quella dell’invasione aliena, bensì la storia della figlia della protagonista. Che nel film non appare quasi mai, eppure è sempre presente; ed il cui nome, Hannah, è non a caso palindromo.

L’inizio non è l’inizio. La fine non è la fine. Tutto è in relazione e anche l’arrivo degli extraterrestri è funzionale esclusivamente alla comprensione delle scelte di vita che i personaggi principali hanno compiuto, compiono e compiranno. Se siamo le nostre decisioni, in ogni bivio attuale sono presenti anche passato e futuro, paure e speranze, brutti ricordi e buoni auspici. Malgrado i nostri timori, siamo di fatto già illimitati, sebbene mutevoli nella forma.

Non siamo linee dirette nello spazio tempo, ma sistemi complessi e circolari che si autoalimentano continuamente

Se rinunciamo al linguaggio come definizione e quindi distinzione, torniamo a sciogliere la nostra identità nel flusso infinito del divenire. Rinunciamo a noi stessi, guadagnando armonia con l’Universo, ma arrivando anche a percepirci come qualcosa di estremamente piccolo e insignificante. Cosa è infatti questo pensiero, cosa è tutta questa vita, al cospetto dell’infinito esistere spaziotemporale? Rompendo il vincolo delle minime identità individuali possiamo ribaltare lo schema causale: ecco che l’invasione aliena, il viaggio interstellare, il litigio tra le superpotenze del pianeta, tutto ciò esiste solo in funzione della figlia della linguista. Non potrebbe essere che l’intero universo esista precisamente per noi? Se possiamo arbitrariamente ritenerci minuscoli, possiamo allo stesso modo ritenerci infiniti, se può essere di qualche consolazione. Ma sono entrambe esagerazioni inutili.

Odysseus und Kalypso (1883) di Arnold Böcklin

Odysseus und Kalypso (1883) di Arnold Böcklin

Arrival non nasconde la nostra natura di lacrime destinate a perdersi nella pioggia: ma d’altronde perché vivere, se bisognerà un giorno morire? Perché innamorarsi, se un giorno terminerà l’amore? La scoperta dell’umanità è la consapevolezza dell’essere parte di un tutto, destinati a mutare, cioè perire. Il tempo esiste perché si muore. Il replicante di Blade Runner si fa uomo quando comprende la propria mortalità. Di più, l’uomo è una creatura composta di tempo perché mortale. Tutto ciò che l’uomo tocca, lo trasforma in tempo e ciò lo rende prezioso: è l’Ulisse di Pavese, che rifiuta l’eternità offertagli da Calipso perché ne comprende la maledizione. Ora che ti ho conosciuto, che ho visto il tempo, dice la dea, l’eternità mi sembrerà insopportabile. Vivere un tempo infinito non è vivere, ma morire senza fine. L’immortalità degli dèi è solo indifferenza. Accettare l’infinito invece è rinunciare a sé, uscire dalle definizioni del linguaggio, liberarsi da Ogigia e salpare, prendere il largo, perdendosi come lacrime nel mare.