Per certi versi si potrebbe dire che il qualunquismo altro non sia che una sorta di esasperato consumismo di idee. In un certo senso è come se quella febbrile e nera fame di materia si sia diramata in ambito idealistico, dando vita ai tuttologi del qualunque che ogni giorno ci troviamo ad ascoltare e a leggere. È una roba paurosa: oggi tutti hanno un’idea su tutto e la maturano così, dal nulla, magari dopo aver letto un post o un commento da qualche parte. Siamo nel mondo delle idee immediate, arroganti, laddove il seme dell’umile dubbio è stato radicalmente soppiantato e sacrificato sull’altare del falso efficientamento della diffusione della conoscenza e dei saperi.

Questo cancro del pensiero non è così difficile da individuare: si manifesta tutt’intorno a noi con una sintomatologia banale e stucchevole, fatta di frasi fatte e chiacchiericcio da bar ove nessuna distinzione è rinvenibile e riscontrabile, quasi che tutto sia indistinguibile. Una di queste idee è sicuramente quella per la quale la campagna elettorale altro non sia che il momento delle promesse e che queste siano tutte uguali: un insieme sconclusionato di provocazioni e rilanci da opposizione irresponsabile, mai chiamata alla resa dei conti e alla verifica delle parole mantenute. E invece non è così: le promesse, se così vogliamo continuare a chiamarle, non sono tutte uguali e non lo sono per diversi ordini di ragioni.

Prendiamone tre: abolizione del bollo auto, abolizione del canone RAI, abolizione delle tasse universitarie. Prima di tutto guardiamo alla scienza adoperata per la loro individuazione: seppure è impossibile rinvenire una sola tassa che sia gradita al popolo, di sicuro le prime due sono tra le più odiate dalle pance degli italiani. Non c’è un solo italiano, che sia giovane o vecchio, maschio o femmina, settentrionale o meridionale, a cui il bollo auto e il canone RAI non siano invisi. Senza entrare poi nel merito del fatto che chi propone l’abolizione del canone RAI (sacrosanta perché la RAI da tempo non costituisce altro che disservizio pubblico) ha previsto il suo pagamento anti elusivo e anti evasivo direttamente in bolletta della luce solo pochi mesi fa. Anche le tasse universitarie sono odiate, ci mancherebbe, ma di sicuro non hanno quell’appeal commerciale che possano avere le prime due. Entriamo nel merito.

Abolire il bollo auto o il canone RAI rappresenterebbe certamente una misura di alleggerimento della pressione fiscale con tutti i benefici che se ne possono trarre. E va bene, ma questo è, niente di più: non sconvolga che qualcuno, forse giustamente, parli di marchetta elettorale. L’abolizione delle tasse universitarie è tutta un’altra cosa e lo si è visto proprio in virtù della valanga di critiche piovute da tutto l’arco costituzionale. Si dice che l’abolizione delle tasse universitarie potrebbe mettere a rischio i bilanci degli atenei pubblici, favorendo dunque quelli privati. Sarebbe da intendersi dunque come una sorta di proposta iperliberista alla Trump con buona pace dello Stato sociale.

Già si potrebbe far notare che l’incidenza della contribuzione a carico degli studenti sui bilanci degli atenei non sia tale da comportare il crollo dell’Università pubblica in Italia in caso di abolizione della stessa, soprattutto se accompagnata da un intervento adeguato da parte dello Stato. Si potrebbe poi aggiungere che rendendo gratuito l’accesso all’università pubblica, questa forse sarebbe ancora più appetibile alle giovani menti in cerca di formazione, che quindi potrebbero decidere di rinunciare alle ben più onerose università private. Poi, così per chiudere, si potrebbe ricordare a Calenda che nei paesi scandinavi, non spiccatamente a vocazione trumpiana, le tasse universitarie non siano previste.

Permettete poi una polemica: appare davvero sorprendente la premura con cui i partiti guardino ai bilanci delle università pubbliche, se si spingesse il ricordo ai tagli trasversali cui li hanno sottoposti nel tempo. E però, proprio per evitare di esprimere anche noi un’opinione poco approfondita, abbiamo deciso di fare una chiacchierata con Enrico Carloni, Professore di Diritto Amministrativo presso l’Università degli Studi di Perugia, che di queste tematiche si è occupato e secondo cui “pare interessante riflettere sulla prospettiva “redistributiva” di questa scelta. Non convince la tesi che ritiene “di sinistra” alzare le tasse universitarie perché tasse basse sarebbero un favore alla parte più benestante della popolazione. L’eliminazione delle tasse universitarie potrebbe infatti essere una prospettiva interessante, ma dirompente, coerente se inserita in un ragionamento più complessivo di diritto all’istruzione che, come il diritto alla salute, è assicurato in modo gratuito ed universale, dentro un disegno di forte investimento pubblico.”

Le promesse non sono tutte uguali.