La galassia italiana lgbtqqiaap+, una volta nota semplicemente come lgbt, è da alcuni giorni dilaniata dal conflitto tra ArciLesbica Nazionale ed ArciGay, le due associazioni più attivamente coinvolte nella difesa dei diritti di chi non si identifica come esclusivamente eterosessuale.

Inizia tutto il 14 maggio, con un post polemico pubblicato dalla presidente di ArciLesbica Nazionale su Facebook per denunciare lo sfratto dell’associazione dal Cassero di Bologna, la sede di via Minzoni, notificato via email e ritenuto politicamente motivato dalle posizioni dissidenti assunte riguardo temi controversi come la legalizzazione della surrogazione di maternità, la commercializzazione di farmaci ritardanti o bloccanti la pubertà per preadolescenti con disforie di genere, l’assistenza sessuale ai diversamente abili e la mercificazione dell’affettività attraverso la prostituzione.

Insomma, la decisione di ArciLesbica di adottare un orientamento conservatore è stata considerata da ArciGay un avvicinamento alle posizioni sostenute in materia dagli acerrimi nemici del movimento di liberazione omosessuale: la chiesa cattolica e il patriarcato. Le due associazioni, e i rispettivi alleati, si sono lanciate le medesime accuse: fare il gioco del maschilismo cattobigotto, perpetuare l’istituzione ed il pensiero patriarcale, aver abbandonato gli obiettivi fondativi per svendersi al pensiero unico, avvilire il genere femminile.

Cristina Gramolini, presidente di ArciLesbica, ha lanciato delle invettive degne di una riflessione imparziale riguardo la reale libertà di pensiero all’interno del movimento omosessuale, italiano e internazionale, sostenendo che i tentativi di emarginare l’associazione siano legati all’aver assunto delle “posizioni autonome che scontentano il gotha arcobaleno”. L’appello della Gramolini contro l’egemonia del pensiero unico è stato raccolto da una serie di movimenti lgbtq+ e femministi, tra cui Rete Nazionale Femminista contro l’Utero in Affitto, Se Non Ora Quando Libere, RuA, Udi e RadFem, che insieme hanno denunciato la deriva autoritaria all’interno del mondo lgbtq+ e femminista operata da una cerchia di maschi gay egemoni.

ArciLesbica sta perdendo spazio mediatico e terreno d’azione da anni, fenomeni a cui si accompagna un graduale processo di disgregazione dal basso fatto di scismi e defezioni, sempre legati all’atteggiamento conservatore sui suscritti temi, che ha subito una considerevole accelerazione a partire dal settembre 2016, data del lancio dell’appello contro la gestazione per altri.

Il congresso nazionale svoltosi nel dicembre 2017 ha incrementato ulteriormente la tendenza disgregante, per via della pubblicazione di un documento con cui ArciLesbica ha formalmente dato vita alla propria campagna conservatrice, confermando una visione anticapitalista ed alterfemminista basata sulla diffidenza verso i frutti degli studi queer e di genere, l’utero in affitto ed il lavoro sessuale. Il manifesto-scandalo ha provocato la disaffiliazione del circolo bolognese, diventato Lesbiche Bologna, bergamasco ed udinese, lo scioglimento del circolo trevisano, e l’autosospensione di quello perugino.

Il direttivo del Cassero ha risposto alle accuse, sostenendo che la disaffiliazione di Lesbiche Bologna ha posto fine ai diritti di utilizzo e accesso agli spazi dello stabile per ArciLesbica, quindi lo sfratto sarebbe dettato da pure ragioni legali da contratto e non dalle divergenze ideologiche.

Ciascuna associazione tenta di sfruttare l’evento per portare acqua al proprio mulino, ma per un occhio terzo questa è un’occasione per riflettere su quanto sta uscendo da questo vaso di pandora scoperchiato. Troppo spesso le posizioni dissidenti dei movimenti lgbt+ non ottengono risalto mediatico, lasciando passare l’idea che esista soltanto un blocco monolitico intriso di misandria, nazifemminismo, anticattolicesimo, estremismo genderista ed omosessualista, e valori antifamilisti, quando la realtà è ben diversa, molto più complessa e frammentata.

Il caso di ArciLesbica riguarda da vicino tutti coloro che sono coinvolti nella guerra culturale che sta divampando in Occidente, perché a quanto pare non è soltanto uno scontro tra conservatori e liberali, sovranisti e globalisti, cristiani e laici, ma anche tra movimenti lgbt+ su posizioni di destra e su posizioni di sinistra.

Il paradosso tragicomico del mondo lgbt+ è però anche questo: è la possibilità per un’attivista lesbica di essere accusata di omofobia e bigottismo patriarcale da parte di un omosessuale, a sua volta accusato di maschilismo gay ed intolleranza. Si tratta della stessa logica che guida la retorica dello scontro tra liberali e conservatori: le tue idee sono fasciste, quindi con la violenza ti impedisco di parlare e usufruire della tua libertà di opinione costituzionalmente garantita, agendo proprio come un fascista.

Non è ArciLesbica ad essere fascista, ma chi non accetta l’esistenza di posizioni dissidenti nella falsa e ipocrita convinzione di una presunta superiorità in fatto di morale e ragionamento intellettuale data dal seguire gli orientamenti di un liberalismo sempre più fondamentalista e sempre meno liberale.