La regola aurea ha funzionato di nuovo: chi ha la deterrenza, ce l’ha vinta. La Repubblica Popolare Democratica di Corea, un paese da sempre considerato usurpatore e terrorista, finalmente ha avuto la sua legittimazione ufficiale per mezzo del vertice sull’isoletta di Sentosa, presso Singapore. Kim Jong-un, giovane leader supremo, uomo vicino al popolo e cresciuto con il pallino per la pallacanestro, forse ora sogna di assomigliare ad un novello Deng Xiaoping, successore di Mao Zedong e traghettatore della Cina comunista verso il mondo del capitale globale. Cosa succederà nell’effettività? Questo solo le prossime settimane ce lo chiariranno, tuttavia Donald Trump, l’altro protagonista, ne esce sicuramente rafforzato, sia internamente che esternamente. Il POTUS, abbandonati i consueti tavoli occidentali – vedasi il caso G7 – preferisce vestire i panni del protettore della pace e degli equilibri orientali, incassando un successo geopolitico non indifferente. Trump mira ad un suo rafforzamento in oriente, in vista del nascente super blocco asiatico – Russia, Cina e le due Coree appunto –. Tutto passa dal giovanissimo “Rocket Man”, oramai riavvicinatosi al suo “corrispettivo” sudcoreano Moon Jae-in. I sogni di riunificazione stanno via via prendendo forma e molto del merito va proprio al presidente Moon.

Che significato ha dunque questo incontro? Sappiamo che il POTUS ha una incredibile dimestichezza e facilità nel relazionarsi, anziché con i grigi leader democratici occidentali, con gli uomini forti, dotati di caratteri sanguigni, diretti e talvolta, decisamente poco diplomatici. L’incontro è stato, a quanto riferiscono le fonti, un vero e proprio idillio. Fra sorrisi reciproci, pacche e sentiti contatti fisici, come due amici di vecchia data – solo due compagnoni così avrebbero potuto dirsene di santa ragione come è successo nelle settimane e nei mesi scorsi – i due capi di stato, si sono apprestati a scrivere in una sola mattinata, la prima pagina di un ampio capitolo destinato a rimanere nella storia. Al bando chi parla di una occidentalizzazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea – nonostante la passione di Kim per gli hamburger – quella del leader supremo è più una lungimirante politica distensiva, atta in primo luogo a riallacciare il rapporto con Seul e in secondo, a farsi legittimare in toto come potenza nucleare – sotto l’occhio tutelare della Cina –. Kim Jong-un è divenuto uno statista a tutti gli effetti. Una doppia vittoria per entrambi. Trump è già stato invitato a luglio nella capitale Pyongyang e Kim ha accettato l’invito alla Casa Bianca.

Sia Trump che Kim dunque, escono fuori da questo faccia a faccia rassicurati e legati; uno al lunghissimo processo della denuclearizzazione, l’altro alla demilitarizzazione, alla cessazione delle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud e all’allentamento delle sanzioni. Nonostante la fumosità del patto, appare chiaro ad ogni modo che i veri accordi politici non si fanno più fra i decadenti paesi dell’UE e dell’occidente atlantico, bensì fra quelli dello SCO – Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai – ove la Cina, assieme alla Russia, plasmano le sorti del terzo mondo e delle economie emergenti. Il tycoon a stelle e strisce è riuscito in una impresa che molti non si auguravano e neppure pensavano fosse possibile, divenendo un possibile candidato al Nobel per la pace. Questa azione diplomatica diventa così l’unica, interessante e ammirabile nota positiva di una presidenza che sta lasciando una vasta platea di vecchi sostenitori con l’amaro in bocca. L’uomo missile invece ha vinto la sua personale sfida col mondo, assumendo non solo una credibilità inedita – ma che noi altri gli abbiamo sempre riconosciuto – ma assurgendo a potenza mondiale e riabilitando, almeno a livello formale, un regime che dura oramai dalla fine del secondo conflitto mondiale. Che sia la fine della Juche? Nel dubbio, le sicurezze rimangono le solite: la storia politica vera la fanno gli uomini come loro, con buona pace dei Macron, degli Obama e dei Trudeau di turno.