È martedì 7 agosto e sono le h 12.50 circa. Sul regionale 2653, partito da Milano e diretto a Cremona, viene dato un annuncio all’altoparlante in cui una voce femminile, che si rivelerà poi essere quella della capotreno, chiede ai passeggeri di non dare monete ai molestatori e agli zingari, che vengono intimati di scendere alla fermata successiva (“perché avete rotto i coglioni”). L’episodio, riportato con sussiego su Facebook da un ricercatore del San Raffaele di Milano, Raffaele Ariano, fa scoppiare l’ennesimo caso di razzismo in Italia sui social. L’indignazione è generale: il popolo del web si divide tra lo stile elegante, affettato, e politicamente corretto dei benpensanti, e la trivialità volgare e scomposta degli xenofobi. E in questa sempiterna zuffa tra “buoni” e “cattivi” si perde di vista la doppia gravità dell’episodio, che dovrebbe farci riflettere, anziché dividerci nei soliti partiti presi, che si accapigliano tra loro con slogan e frasi fatte.

Doppia gravità perché se da un lato è ingiustificabile il comportamento della capotreno, che in quanto pubblico ufficiale è tenuta a mantenere in ogni circostanza un atteggiamento irreprensibile, dall’altro è altrettanto ingiustificabile che il personale delle ferrovie sia sempre meno in grado di esercitare le proprie funzioni, tra tutte quella del controllo passeggeri e della sicurezza a bordo; da qui l’esasperazione e la frustrazione che immaginiamo abbiano spinto la capotreno ad un tale sfogo, per quanto inappropriato. E mentre Trenord si scusa per il comportamento della sua dipendente e apre un’indagine interna, che potrebbe persino portare al licenziamento della stessa, è l’azienda che per prima dovrebbe cospargersi il capo di cenere, laddove i suoi funzionari sono lasciati in balia di un Far West sempre più pericoloso: le carenze di organico, le continue aggressioni, fisiche e verbali, a danno del personale, il degrado a bordo di treni antidiluviani costringono spesso e volentieri capitreno e controllori ad agire in zone d’ombra, dove il limen tra deontologia professionale ed espedienti per sopravvivere è sottile.

D’altro canto il nostro Raffaele Ariano, intervistato ieri sera al Tg1, ha serenamente dichiarato che di accattoni che chiedono le elemosine ce ne sono sempre stati, eppure episodi come quello del controllore non se n’erano mai visti. Quasi a dire: è la normalità che ci siano persone libere di stare a bordo treno, sprovviste di titolo di viaggio, e che si permettono anche di importunare i passeggeri paganti. Che fastidio ci danno? Evidentemente il nostro ricercatore, che vivrà a Milano immagino, prenderà il treno saltuariamente, magari per rientrare a casa; ma chi il treno lo prende tutti i giorni ed è pendolare per motivi di studio o lavoro vive un’altra realtà: una realtà di inefficienza, degrado e illegalità, in cui bisogna costantemente guardarsi le spalle; una realtà in cui si vedono ogni giorno le stesse persone prendere il treno senza biglietto e ricorrere agli espedienti più impensati pur di rimanere a bordo, fino ad arrivare a insultare o provocare i capitreno, così da poterli accusare di violenza o razzismo, nel caso in cui siano stranieri.

Qualcosa certo è stato fatto, come il sempre più frequente ricorso alle guardie giurate a bordo treno, o ai poliziotti in borghese, ma si è ancora lontani dall’intravedere la luce in fondo al tunnel, e questo anche a motivo del fatto che la microcriminalità è stata depenalizzata per legge. Gli abusivi vengono multati, schedati, buttati giù alla prima fermata, ma sono e saranno sempre lì, pronti a risalire a quella successiva, mentre chi vorrebbe esercitare la propria funzione di pubblico ufficiale è spesso costretto a distogliere lo sguardo e ad arrendersi contro un sistema in cui chi sta dalla parte della legge sarà sempre destinato ad essere il debole e il vilipeso.