Il dado è tratto: dopo 13 anni di sinistra, in Brasile arriva la destra, e che destra! Jair Bolsonaro, candidato del Partito Social-Liberale, vince le presidenziali col 55,70% dei voti, mentre l’acerrimo rivale Fernando Haddad, volto dell’ormai impopolare Partito dei Lavoratori, si ferma al 44,30%. Tra i primi a congratularsi con il neopresidente, il nostro vicepremier, che posta entusiasta su Facebook:

Anche in Brasile i cittadini hanno mandato a casa la sinistra! Buon lavoro al presidente Bolsonaro, l’amicizia fra i nostri Popoli e i nostri Governi sarà ancora più forte! E dopo anni di chiacchiere, chiederò che ci rimandano in Italia il terrorista rosso Battisti.

Ma i sovranisti nostrani sono troppo precipitosi nel voler individuare a tutti i costi in Bolsonaro l’ennesimo alleato oltreoceano. Partiamo dal principio e cerchiamo di capire con quale rocambolesco personaggio abbiamo a che fare. Jair Escobar, classe 1955, nasce a Glicerio, da genitori di origine italiana, nello stato brasiliano di San Paolo. Sotto la dittatura militare fa carriera nell’esercito servendo nei paracadutisti e nell’artiglieria, raggiungendo il grado di capitano; ma è solo con la transizione al governo democratico, nel 1985, che Bolsonaro comincia, passettino dopo passettino, a farsi riconoscere. Inizialmente si tratta di rivendicazioni che potremmo dire sindacali, che denunciavano il presunto disinteresse politico nei confronti delle forze armate; ma dal ’91 metterà finalmente piede in parlamento, in un peregrinare continuo da un partitucolo all’altro, sempre restando nell’area di estrema destra. Fino al 2014, per i suoi colleghi non è altro che una pittoresca macchietta, uno di quei personaggi che ci si addita ridacchiando, protagonista di stravaganti boutade razziste, sessiste e omofobe, talmente fuori luogo e grottesche da essere al limite della credibilità. Cos’è cambiato in questi quattro anni? Che il nostro arrampicatore sociale si è fatto furbo ed è stato capace di compattare un blocco sociale e politico in suo sostegno in un tempo relativamente breve. La ricetta segreta di Bolsonaro è un mix delle seguenti parole d’ordine: sicurezza, liberismo economico e conservatorismo sociale, condite da una buona dose di estremismi vari; il tutto a bollire sul clima infuocato dell’operazione investigativa Operação Lava Jato, che ha portato allo scoperchiamento del sistema di corruzione che ha decretato l’impeachment del Presidente Dilma Rousseff e di Lula. Un clima che peraltro Bolsonaro ha avuto il merito di saper alimentare a forza di fake news; perché se c’è una cosa che il nostro “Messia”, come ama vezzeggiarsi, sa effettivamente fare è quella di utilizzare i social networks come cassa di risonanza per galvanizzare il suo elettorato di “bolsominion”, come sono stati definiti i suoi simpatizzanti dagli avversari, in cui vediamo parimenti militare imprenditori e latifondisti, così come il ceto medio-basso, schiacciato dalla crisi economica e dagli alti tassi di criminalità; senza tacere poi dell’ampia fetta di cristiani evangelici, che vedono in lui un argine al progressismo in materia di aborto e diritti civili. Ed è sempre grazie ai social che dopo il suo attentato il 6 settembre ha potuto proseguire da casa la sua campagna elettorale, risparmiandosi così gli insidiosi dibattiti face to face, in cui il suo avversario Haddad lo faceva drammaticamente sfigurare, guadagnando la prima posizione nei sondaggi.

Ebbene caro vicepremier Salvini, veniamo al punto: è solo ed esclusivamente in virtù delle sue abilità comunicative che possiamo ravvisare in Bolsonaro un “Trump tropicale”, come viene spesso appellato dai media occidentali. Come osserva infatti il giornalista brasiliano Pepe Escobar, il sovranismo brasiliano di Bolsonaro altro non è che una dittatura militare vecchio stile, totalmente sottomessa ai capricci di Washington, e no, non è un caso se i mercati, così implacabili di solito, lo osannano entusiasticamente E dietro alla sua imbarazzante maschera troviamo un eppure astuto calcolatore, pronto a vendere l’anima del suo paese alla Casa Bianca. Il programma di Bolsonaro non lascia spazio all’ambiguità: il candidato di destra vuole sopprimere il ministero dell’ambiente accorpandolo con quello dell’agricoltura; vuole sacrificare altre porzioni della foresta amazzonica alla coltivazione della soia e all’allevamento e vuole negare qualsiasi ulteriore diritto sulla terra ai popoli indigeni.

Ed ecco dunque un monito a tutti i sovranisti nostrani: diffidate dalle imitazioni! Bolsonaro, lo stesso uomo che un anno fa in un ristorante brasiliano in Florida salutò la bandiera americana al grido di “USA! USA!” non è interessato a difendere l’industria, il lavoro e la cultura del suo popolo, ma le sue proprie tasche e quelle del re a cui da buon vassallo ha giurato fedeltà.