Nella giornata di ieri si è celebrato il quattordicesimo anniversario della giornata in memoria dei martiri delle foibe, dove morirono quasi 10.000 italiani nei mesi ed anni immediatamente successivi al trattato di pace firmato a Parigi proprio il 10 febbraio 1947. Come si può facilmente intuire dalle reazioni politiche e sociali che hanno accompagnato l’avvicinarsi di questa ricorrenza, assistiamo tutt’oggi ad una perdita collettiva del significato più profondo che dovrebbe essere portato in auge dal simbolo del ricordo. Per introdurvi a questo particolare oggetto di discussione, è utile riportare le parole del noto antropologo tedesco Jan Assmann che ha abilmente definito il concetto di memoria culturale. Questo processo circola e perdura nella nostra società attraverso le forme del ricordo, le quali sono prese in esame sotto la struttura significante del rito, della ripetizione. Infatti, «Fintanto che i riti assicurano la circolazione del sapere, garante dell’identità all’interno del gruppo, il processo della trasmissione si compie sotto forma di ripetizione».

In queste parole si può osservare una presa di coscienza da parte dell’autore nel sottolineare come la società moderna deleghi la responsabilità del ricordo di un determinato avvenimento storico ad un sistema di ripetizioni; di ricordi non più pregni di un significato tangibile ma tanto più sfigurati e assoggettati ad una strumentalizzazione continua ed inevitabile. Il modello capitalista esige raffigurazioni simboliche, strumenti di potere e capaci di coercere quello strumento del sapere che è la percezione. Esso esige schematizzazioni e misurazioni, strumenti che nel mondo della realtà sono sottoposti a forze che non possono contemplare uno sviluppo determinabile. Tutto ciò quindi a bisogno di essere radicato, ripetuto, convenzionato. Assistiamo continuamente ad una svalutazione sociale e politica della storia, del suo significato delegato non più ad un vissuto ma a qualcosa di lontano e non più attivo. Seguendo il pensiero del filosofo francese Henry Bergson possiamo avvicinarci a concepire la realtà attraverso una nuova interpretazione del significato di percezione, interconnesso alla scoperta della durata e del ricordo. Egli infatti concepisce la durata reale come un fattore di esperienza immediata: non viene conosciuta, ma vissuta: «Il suo disvelamento ha la funzione di farci diventare noi stessi, farci agire per noi stessi e non per il mondo esterno. La durata diventa così un principio di libertà». La percezione, per Bergson, è orientata verso l’azione, non assoggettata ad una ripetizione che giunge inevitabilmente nell’inattività. La nostra delega di responsabilità ha reso vuoti di significato gli eventi, i ricordi e le immagini a cui andiamo incontro. Per il filosofo, la durata è composta da distensioni e tensioni, strappi di significante che perdurano poiché agiscono sulla rimembranza collettiva. Quel grido a “lascarsi vivere” che Bergson lancerà nel suo famoso scritto “L’Evoluzione Creatrice” sarebbe stato più concepibile ad umile avviso di chi scrive se avesse lasciato il titolo con cui originariamente il pensatore aveva nominato la sua opera: il problema della libertà. La libertà che è divenuta uno strumento di individualizzazione, di chiusura su sé stessi e di decostruzione viziata dei valori trasmessi dagli eventi che si ripetono sistematici sul nostro cammino di crescita personale. L’attualità di riconsiderare il concetto alla base di un qualsiasi giorno della memoria è visibile negli atteggiamenti dei nostri politici i quali, in pieno rispetto del sistema di ripetizioni in atto, si sentono in dovere di strumentalizzare e gestire la memoria di migliaia di martiri uccisi da uno spasmo di follia; e che condannano così il ricordo di un gesto della storia dell’umanità ad un posto prestabilito, ad una casella prestabilita nella costante ricerca di ripetizione. La divisione ideologica attuale da parte di ogni politicante deve essere così osservata più a fondo, dunque, fino ad arrivare alla presa di coscienza della strumentalizzazione in atto, del fatto che i ricordi sono divenuti meri “attrezzi” da riporre e sfoderare al momento del bisogno definito collettivo.