I pennini dei sostenitori del nuovo mondo, quello tutta condivisione (coi soldi nostri), spiritualità e pensiero evolutivo (una sorta di visione zemaniana del mondo in cui si prescinde dal risultato) sono tornati ad esultare. La prorompente ed entusiasmante comparsa sulla scena di Matteo Salvini ha sconvolto il mondo della sinistra, che pure con sommo torpore aveva accolto e sopportato il renzismo, il salvataggio delle banche a danno dei risparmiatori e l’abolizione dell’articolo 18. Dopo una prima stonatura dovuta al solenne cozzare contro il mondo reale, quasi la stessa stonatura di cui ancora è rimbambita vittima Hillary Clinton, i nostri hanno serrato le armi. Dopo aver provato in tutti i modi a gridare allo scandalo e all’emergenza, sommersi persino dai sondaggi amici, hanno preferito un veloce bagno a Capalbio, il loro buen retiro che si guardò bene da accogliere i migranti, per poi fare come il celebre cane di Mustafà di cui parlava Tomas Milian: nel momento in cui si è presi e vinti, basta autoconvincersi di essere potenziali vincitori.
Li infastidisce di Salvini l’esclusione del migrante e del povero, seppur entrambe le categorie siano parimenti escluse dalla platea delle Leopolde o dai loro corsi di evoluzione personale a pagamento. Li infastidisce di Salvini la possibile riduzione delle tasse, in un paese, dicono loro, in cui non ci sono più servizi e già nessuno paga le tasse: solo che loro, alla festa del partito, alla serata nel centro sociale o al corso su come trovare la propria missione per il prossimo, una ricevuta fiscale non te la faranno mai. Questi soloni del nuovo mondo, peraltro dai curricula accademici sorprendentemente brevi, si accaniscono sull’ignorante Salvini e si preoccupano di una incomprensibile deriva populista, dolendosi un giorno del successo del Movimento Cinque Stelle e il giorno dopo dell’eccessivo peso della Lega a danno dei medesimi.

Il popolo bifolco” sussurrano tra loro questi grandi democratici. “Stanno mettendo in pericolo l’Europa dei nostri padri” si dolgono bevendo un aperitivo all’Auditorium. “Non si possono lasciare i migranti in mare” replicano al bifolco mentre pagano alla posta le tasse sulla terza casa. Plaudono come un salvatore della patria all’ombroso Presidente che difende i loro risparmi dal cattivissimo Savona, nemico delle Germania. “La strategia restrittiva della Germania (…) è in grande misura responsabile della stagnazione dell’economia europea nell’ultima decade. I Paesi europei sono intrappolati in un programma di austerità mercantilistica” leggono sui manuali sovversivi e scuotono il capo: come può un ministro dell’Economia esprimersi in termini così anti-europei? Peccato sia Pier Carlo Padoan, sussuriamo noi. Era il 1986, tanti anni prima naturalmente di diventare Ministro del Partito Democratico. Dopo un primo momento di smarrimento, ci guardano e usano una splendida frase cara a Giuliano Ferrara “solo gli stupidi non cambiano opinione”. Oppure ci dicono che il mondo è cambiato molto in trent’anni e che bisogna essere flessibili e aperti alla modernità. Ma noi li amiamo per questo: perché in realtà, sono i primi ad odiare il diverso, ad augurare il peggio a Berlusconi, a Salvini o al nemico di turno. E ci fanno capire che in fondo sono esseri umani come noi, pur atteggiandosi ad umanità superiore.