La barbara e vile uccisione dei due agenti di polizia Matteo Demenego e Pierluigi Rotta ad opera di uno squilibrato all’interno della questura di Trieste, avvenuta all’indomani dell’altra strage parigina – sempre in questura – nella quale sono spirati altri quattro poliziotti, lascia a terra esangue anche il cadavere delle democrazie occidentali. Alla luce dei fatti, il rapporto tra la forza pubblica e i cittadini – che peraltro nel nostro paese ha conosciuto il buio periodo degli anni di piombo – non esiste più o, quel che ne rimane, è uno steccato ormai marcito e pronto a cadere appena soffia il vento dell’opinione pubblica sull’operato di chi è preposto a garantire l’ordine e la tenuta democratica di uno Stato. Ma si può davvero definire democratico uno Stato dove chi entra in questura per lavorare come Matteo e Pierluigi muore per mano di un balordo appena arrestato e chi vi entra per pagare i suoi reati come Stefano Cucchi debba morire a sua volta? Chi e per quale motivo ha cambiato le regole di ingaggio di tale rapporto?

Le risposte sono diverse, e di certo non si riducono alla dissacrazione quotidiana cui viene sottoposta l’autorità al tempo odierno, stritolata dai deliri acchiappalike di chi spende parole pro o contro per pura diatriba e appartenenza politica, senza avere la benché minima cognizione delle condizioni e della stessa “utenza” che la classe dirigente occidentale ha lasciato in mano alle forze di polizia. Lo scorso solstizio d’estate persino una delegazione di parlamentari d’opposizione – che ora si ritrova sui banchi di governo – era salita in plancia di un’imbarcazione a Lampedusa speronante una motovedetta della Guardia di Finanza, attentando alla vita di uomini di Stato dei quali dovrebbe piuttosto esserne rappresentante. Svirilizzata l’autorità e sedotte le masse nel sostituirla con una sedicente autorevolezza – che non funziona più nemmeno tra i banchi di scuola – lo Stato ha deciso di far pagare il suo scellerato ventennio di politiche migratorie e tagli al comparto di pubblica sicurezza ai suoi uomini in divisa, lasciandoli privi dei vecchi retaggi culturali ed operativi, senza altresì fornirne di nuovi.

D’altronde tra i tanti sogni americani che cullano le stordite menti europee di fronte all’avanzare della microcriminalità e dell’impoverimento materiale c’è proprio la liberalizzazione delle armi, il cui fine ultimo è quello di rendere inutili e vetuste le forze di polizia, privatizzando il più possibile e spogliando gli agenti di ogni tutela. Quando uno Stato non ha più l’esclusiva sul possesso e la detenzione delle armi – la proliferazione degli istituti di vigilanza privata ne è stata la prima spia – smette di essere uno Stato sovrano, con le sue forze dell’ordine costrette a farsi da parte per difendere la propria incolumità anziché occuparsi della difesa di quella collettiva: esattamente ciò che avviene al di là dell’Atlantico. La dinamica dei fatti di Trieste non lascia troppi dubbi sul grado di violenza urbana che si è abbattuta come una piaga biblica sul suolo italiano: una donna che alla guida del suo scooter viene scaraventata a terra e le viene sottratto il mezzo, il fratello del rapinatore che chiama la polizia per la riconsegna del bottino, la fattiva e pacifica collaborazione degli agenti che prelevano in casa il soggetto e – probabilmente rassicurati dall’autodenuncia in famiglia – non lo ammanettano lasciandolo così libero di girare per i locali della questura. Il resto lo conosciamo e, scorrendo non troppo indietro le lancette dell’orologio, questa disinvolta baldanza con la quale chi è direttamente o indirettamente implicato in un reato richiede l’intervento delle forze dell’ordine, ricorda l’altra tragica circostanza nella quale ha perso la vita a Roma il Vice Brigadiere dell’Arma Mario Cerciello Rega.

Ma se nelle grandi metropoli il livello di sicurezza di cittadini ed operatori è ormai sceso in riserva, questa volta fa strano pensare che la carneficina abbia avuto luogo a dodici chilometri dal confine di uno Stato – la Slovenia – dove la polizia ancora emette sanzioni ai pedoni che attraversano la strada con il loro semaforo rosso. E questo non perché gli agenti sloveni siano più addestrati o meglio dotati di quelli italiani, ma semplicemente perché il retaggio socialista jugoslavo non consente altre interpretazioni oltre alla legge da parte tanto della polizia quanto della cittadinanza, autoctona o allogena che sia. Ma fin quando le forze dell’ordine italiane resteranno lo scenografico teatro di campagne elettorali o, ancor peggio, una statica giacenza nella quale accumulare interessi di bottega, senza ascoltare le difficoltà in cui operano gli agenti – anche attraverso le loro organizzazioni sindacali – la situazione è destinata a peggiorare. Perché o si impronta un nuovo approccio nella filiera educativa delle giovani generazioni e repressiva verso chi commette reati di una certa gravità e impatto sociale, oppure è ora di cambiare le fondine in cartone pressato.