Solo un’enorme e profonda superficialità può portare a mortificare e mercificare la memoria e l’amore di una donna. Quello che è avvenuto ieri sera, in prima serata su La7, ne è l’archetipo migliore. Un tristissimo figuro, di cui è inutile fare il nome data la sua inconsistenza umana, ha pensato bene di allietare il pubblico televisivo dando un nome alla povera scrofa che si è ritrovata catapultata in quel girone dantesco che è divenuta la capitale. Fin qui nulla di strano direte voi, nulla di diverso dalla normale pantomima che i programmi di approfondimento politico fanno di se stessi. Il problema, al contrario, è sorto nel momento in cui l’animale non è stato impersonificato con un nome di fantasia che poteva, magari, far divertire l’uditorio ma con un nome e cognome ben preciso: Claretta Petacci.

Si, avete capito bene, la memoria di una donna che non ha avuto altra colpa se non quella di amare l’uomo sbagliato, è stata usata per canzonare l’incapacità di chi ci amministra. L’amore di questa donna, unico motivo per cui è passata alla storia, è stato imbrattato sull’altare della pochezza spirituale che ci circonda. C’è da vergognarsi, profondamente. Un secondo per stracciare e cestinare una delle pagine più buie del nostro passato, una pagina che ancora non abbiamo finito di scrivere come popolo e che continua a sanguinare. Quella giovane donna innocente, anche da morta, è costretta a subire le più basse mortificazioni. Ucciderla, martoriarla nel fisico, appenderla per i piedi ed esporla al pubblico ludibrio non è stato abbastanza, per coprire l’inconsistenza generale che ci circonda e comanda, per saziare l’inesauribile odio di chi vive solo di rivalsa c’è stato bisogno di accostarla ad una scrofa. Non una voce, dal mondo femminista e politicamente corretto che oggi tanto strilla, si è alzata a difenderla. Solo il gelo, del “mondo dove Dio è morto e l’ebete risata di chi presentava quella porca serata.

A scorno, a rivalsa, per credere che di amore a questo mondo ce ne sia ancora, rileggiamo le parole del diario di questa donna, tentando di scordare la pochezza che ci circonda: “…Spalanca lo sportello ed è per scendere. Senza riflettere mi precipito di corsa. Lui rientra indietro, mi guarda. È tanto commosso … Io lo guardo, lo guardo, e non so parlare. Prendo le punte delle sue dita sul sedile, le stringo … ci guardiamo, i suoi occhi sono lucidi, non sa che dire. Forse mi vorrebbe con lui, è un attimo che vale una vita. La commozione ci impedisce la voce … Stringe le mie dita, mi guarda. Gli occhi rilucono…”