Il Comitato Centrale del Partito Comunista in questi giorni ha confermato all’unanimità la relazione del Segretario Generale Marco Rizzo, dal quale si alza un accorato appello all’unità del Partito e di suoi membri.

Ma di quale unità parliamo? Dopo le elezioni del quattro marzo scorso, il Partito Comunista si ritrova con un onorevole 0.3 %, pochi voti, ma che risuonano come un monito nelle parole di Marco Rizzo, il quale aggiunge in una nota come Il crollo del Partito Democratico rappresenta la conclusione di un processo di trasformazione delle forze della sinistra con la progressiva perdita di consenso tra gli strati popolari“.

Tralasciando una dialettica priva di significati e significanti, nel quale si affianca ad un partito formato dalla vecchia classe dirigente della Democrazia Cristiana e altri fantomatici sinistrorsi il baluardo e l’etichetta di difensori dell’ideologia di “sinistra”; si può evincere dalle parole del Segretario Generale come il Partito Comunista sia destinato a soccombere ancora una volta sotto la scure della democrazia e del capitalismo. Non tanto perché ostacolato, perché osteggiato o vilmente scoraggiato, ma piuttosto nel suo non aver più prodotto una nuova forma di retorica politica. Come si può pensare di affrontare le difficoltà della globalizzazione, del capitalismo industriale o del tecnopopulismo d’avanguardia con le stesse formazioni retoriche del passato? Non esiste più il grande partito, quello che prendeva il 34% nel 1976 con Berlinguer a guidare una Nazione di proletari. Non esistono più i presupposti per provare a cambiare il Paese muovendosi all’interno degli apparati statali. Quegli stessi proletari, al giorno d’oggi, non sono più interessati alle bandiere rosse o alla lotta di classe. Sono assopiti, assoggettati dal bisogno di sopravvivere facendosi strappare di mano il proprio plus-valore prodotto, in maniera quasi scontata e ignobilmente felice.

Quale Unità, quindi? Nessuna. H. Miller, nel Tropico del Cancro, scrive: “e le mie viscere si spargono in un’immenso flusso schizofrenico, evacuazione che mi lascia faccia a faccia con l’assoluto“ Parafrasando, ogni oggetto presuppone la continuità di un flusso, di qualsiasi tipo, ogni flusso di contro, la frammentazione dell’oggetto. Bisognerebbe, dunque, che il Partito affrancasse una nuova lotta politica, con nuovi strumenti, in grado di non essere identificati dalle grandi macchine del potere che hanno pian piano creato la subordinazione della classe proletaria. In grado di frammentarsi e scomporsi, di distinguersi e riconoscersi, in grado di distruggere e creare. Bisognerebbe che il Partito Comunista non si occupasse più di quella politica sporca, corrosa dall’avidità e dalla più glabra espressione di individualizzazione del cittadino: lo Stato. Bisognerebbe, invece che proclamare un ultimo grido disperato per proseguire a contare disperatamente i propri membri sulla punta delle dita, creare dei presupposti per smantellare un partito vecchio e con un simbolismo arretrato e partire dalla produzione di collettività. Riportare il simbolo di un ideale direttamente al popolo, ricongiungere il volere di una Nazione di lavoratori non più sotto una bandiera, un partito, ma un movimento ideologico, un movimento in grado di creare presupposti nuovi, nuovi ideali, nuovi dogmi, nuovi metodi di approccio al mondo lavorativo, scolastico, sociale. Scendere da quel piedistallo retorico in cui il Partito Comunista non è più voluto scendere da quando si è creduto in grado di cambiare il Paese. Una Nazione non viene cambiata da un partito, ma dal popolo. Distruzione e creazione, non esiste unità. Il popolo e il proletariato non saranno uniti sotto la trasandata retorica di un colore, ma dalla forza produttiva del desiderio.