Le attività del governo sono state completamente oscurate dall’attenzione mediatica per la questione immigrazione. L’opinione pubblica ha preferito dare attenzione alle dichiarazioni provocatorie di Matteo Salvini, come se ciò costituisse una novità per i lettori dei giornali. Ebbene, mentre il Ministero del lavoro tenta di affrontare i disagi del paese con il nuovo ‘decreto dignità’, vi è chi non si dimostra troppo attento ai principali problemi del paese: lavoro, precarietà, disoccupazione. Con questo non si vuol sminuire la questione immigrazione, tema che ci riguarda molto da vicino. Tuttavia, ciò cui si assiste negli ultimi giorni è la riprova che, almeno tra le principali forze politiche non al governo, una vera opposizione sia inesistente. Si tratta semplicemente di una compagine di uomini e donne che hanno ridotto la politica a un talk show, o peggio ancora a un tifo da stadio. Dinanzi alle parole del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che riguardavano l’esistenza di un business del traffico umano fra le coste libiche e quelle italiane, la sinistra ha negato in toto. Fatta eccezione per il Partito Comunista di Rizzo e poche altre frange come alcune aree di Rifondazione e il nuovo PCI, tutti gli altri hanno dimostrato un’incapacità di riflessione e una totale mancanza di coscienza critica. Innanzitutto, in queste aree politiche non si riescono a discernere i concetti di “immigrazione no borders” (accoglienza apriori di tutti gli immigrati, “senza confini”) e di “immigrazione regolamentata”. Quest’ultima, tra l’altro, non è stata un’invenzione legislativa di destra, bensì di centro-sinistra; il decreto Minniti (Partito Democratico) ha ridato linfa vitale all’apertura dei Centri di Permanenza Territoriale (prima chiamati CIE), quelli che Matteo Salvini intende incrementare di numero, quelli che Maurizio Martina e altri deputati dem contestano. Dunque, non è troppo difficile comprendere che il governo non sia contrario all’immigrazione in sé, ma soltanto a un flusso migratorio senza regole. Eppure, sembra che non tutti riescano ad arrivarci facilmente.

Per quanto riguarda il lavoro, un tema che è diventato “caro” alla nuova “sinistra”, reduce da 7 anni di governo e foriera di precarietà e disoccupazione, il Jobs Act rappresenta la legalizzazione della precarietà e della flessibilità e, nonostante tutto, proprio i suoi fautori ora contestano l’operato del governo a suon di “poca dignità e tanta propaganda. Quella dignità che il PD non ha neanche minimamente menzionato in tanti anni di reggenza e tecnocrazia. Sconcertanti le recenti dichiarazioni di Martina, convinto che “ora si possa pensare a nuove riforme per il lavoro”. La domanda che verrebbe da porsi è: per quale motivo i democratici non ci hanno pensato prima? Perchè soltanto ora (quando il loro elettorato raggiunge a malapena il 18%) iniziano a preoccuparsi? Si dica la verità: finché le poltrone non sono a rischio, il lavoro è un argomento trascurabile. E’ molto probabile che le parole del politico dem siano dettate da un profondo senso di colpa. Del resto, l’avanzata del Movimento 5 Stelle e della Lega non è “opera della propaganda populista”, ma il risultato di quasi dieci anni di cattivo governo e fallimenti nel tentativo di risoluzione della crisi economica. Il centro-sinistra (o forse dovremmo dire “Nuova Democrazia Cristiana”) ha preferito concentrarsi sui bilanci, più che sui bisogni della popolazione, spiegando alla gente che la precarietà è ormai un qualcosa di ordinario, che occorre soddisfare il Mercato del Lavoro, insaziabile di instabilità e pedine sempre pronte a spostarsi da un luogo all’altro per lavorare. Queste non sono politiche del lavoro, ma una vera e propria delocalizzazione precaria e dai tratti schiavistici. L’Italia e l’Europa possono ripartire da una sola parola d’ordine: welfare.