In un’Italia in cui la finanza ha imposto i propri dogmi “in assenza della politica”, una grossa responsabilità va attribuita alle forze sindacali “che sono rimaste molto conservatrici”. A dirlo è stato Raffaele Bonanni, “un mostro sacro” del sindacalismo, come lo ha definito Marco Valerio Solia, presidente dell’associazione Polikòs che a Roma ha organizzato un incontro su “La crisi del lavoro e la tutela dei diritti”.

Il salario italiano “è davvero basso”, e le imposte troppo alte “penalizzano investimenti, lavoro e salario”; che poi “a che servono tutte queste tasse? Negli anni ’80 venivano realizzate grandi opere pubbliche, ma oggi?”. E’ stato un fiume in piena l’ex segretario generale Cisl, che durante il convegno non ha esitato a puntare il dito contro lo stesso mondo di cui ha fatto parte: “Per i sindacati gli schemi contrattuali dovevano essere come nell’era fordista, nonostante le ragioni del mercato fossero cambiate completamente”.

Al contempo “c’è uno scontro con un potere non responsabile”, la finanza appunto, “che se non regolato mangia se stesso”. Nel dopoguerra un capitalismo di tipo espansivo ha consentito la crescita di salari e della classe media perché – ha spiegato l’economista Nino Galloni, presente all’incontro -, “i guadagni di proprietà dovevano essere divisi tra i lavoratori” che da proletari diventavano classe media “non rimanendo un costo e anzi diventando un valore”. Dal lavoro lo Stato otteneva nuovi introiti, da utilizzare per investimenti e servizi sociali; questo si traduceva anche in un risparmio per gli stessi lavoratori, che così godevano di maggiore denaro da destinare ai consumi “trainando la crescita”. Allora, dopo che è accaduto?

Dagli anni Settanta ha cominciato a diventare imperante un nuovo e solo tipo di economia, quella dei mercati: “I salari dovevano essere abbassati, i sindacati sbaraccati”, poiché l’unica logica doveva essere quella della massimizzazione delle esportazioni ma, il concetto è banale, “non si può esportare soltanto in tutto il mondo, perché l’esportazione di uno è l’importazione di qualcun altro”.

L’Italia prima del Jobs act “non aveva un mercato del lavoro troppo rigido” – si legge nel comunicato di Polikòs -,e anzi presentava “elevatissime opportunità nelle modalità di assunzione di lavoro”. La riforma renziana di contro ha applicato un cambio di rotta, “una drastica riduzione della reintegrazione come sanzione per il licenziamento illegittimo”, a cui è seguita una logica di flessibilizzazione della tutela in caso di recesso del datore di lavoro, col “presupposto che l’eccessiva rigidità scoraggia la propensione delle imprese ad assumere”. Eppure proprio il lavoro precario “dovrebbe costare di più”, ha spiegato Bonanni, poiché la non stabile condizione, “a prescindere dai giorni di lavoro”, richiede maggiori tutele rispetto al posto fisso (cassa integrazione, disoccupazione, eccetera). Ebbene, in Italia l’80% dei lavoratori è a tempo determinato, “ma il 20% composto da precari è privo di sostegni”; questo dunque è il “problema che bisogna porsi”.

Galloni in un precedente occasione ha sintetizzato perfettamente il concetto: “I figli hanno più possibilità rispetto ai propri genitori, è sempre stato così”, nel periodo in cui viviamo però è avvenuta per la prima volta “l’interruzione di questo processo”. “Non bisogna piangere sul latte versato”, ha aggiungo Bonanni, “ma capire come fare nuovo latte”; e in Italia fortunatamente su 4,5 milioni di imprese ben 4 milioni hanno deciso di non produrre solamente profitto, nel senso che “gli imprenditori hanno assassinato la loro figura di capitalisti”: non finanzieri, ma lavoratori, una visione apparentemente folle per i classici – o meglio, liberisti – modelli macroeconomici.

Se l’Italia sta resistendo, ha chiuso Galloni, “è anche perché abbiamo 3 milioni di ragazzi che hanno scelto di dedicarsi all’agricoltura”, grazie ai quali “abbiamo oltretutto risparmiato 40 miliardi di euro in importazioni”. Cos’è allora il rapporto di lavoro? “La stella polare di una società”.